L’ASCOLTO ATTIVO INTEGRATO ALL’ANALISI TRANSAZIONALE E ALLA GESTALT


La comprensione dell’implicito comunicativo come
ologramma esistenziale (liberamente tratto dal saggio di Franco Nanetti dal titolo “Grammatica del cambiamento”, Erickson, Trento, 2017)

Franco Nanetti

Ogni volta che interagiamo con qualcuno inviamo messaggi sia espliciti
che impliciti, che spesso sono anche il riflesso di intenzioni non dichiarate.
Lo possiamo cogliere nel seguente esempio.
Supponiamo che un soggetto in una relazione con un proprio partner che
affronta una situazione di disagio cerchi insistentemente di consigliarlo su
ciò che deve fare e non fare, esplicitamente lo si informa su nuove
possibilità di comportarsi, ma implicitamente, dal momento che “sa
molte più cose di lui”, gli si segnala, anche a propria insaputa, una
presunta superiorità.
Se vogliamo comprendere intimamente l’altro, le sue finalità sottese, i
suoi turbamenti celati, il suo universo orientato, l’ascolto attivo che
propongo non si concentra su un modo passivo di “registrare” le sue
parole, e neppure sul reagire con modalità improprie ed automatiche, ma
sull’impegno del soggetto ascoltante di potere comprendere l’altrui
sovente non dichiarata intenzionalità.
Comprendere l’intenzionalità sommersa dell’altro significa portare
l’attenzione su quello che di solito inconsapevolmente svela seppur senza
avere l’intento di manifestarsi.
Tale processo non è un semplice tacere pigro ed ozioso, un mettersi da
parte per lasciare parlare, ma un entrare in un’attitudine meditativa curiosa
e penetrante, capace di cogliere con tutti i sensi, con la mente e con il
cuore, le altrui aspettative.

Talvolta, se ne diventiamo capaci, allorchè impariamo a sostare con
curiosità accanto all’altro, riusciamo ad accedere ad una visione molto più
ampia della sua presenza e della sua storia di vita.
L’ascolto attivo comporta una doppia osservazione: dell’altro e di se
stessi. Posso attraverso ciò che l’altro dice capire quanto tra le pieghe del
suo discorso intende dire, ma nello stesso tempo posso entrare nel suo
mondo interiore ascoltando quello che con il suo pronunciarsi provoca
dentro di me. Se ad esempio il mio interlocutore con il suo eloquio irruente
e strabordante o con un silenzio “astinente” provoca in me rabbia, potrei
sulla base del concetto di identificazione proiettiva (M. Klein, 1936),
ritenere che tale rabbia sia stata depositata in me dall’altro.
Evidente ciò va verificato con assoluta cautela.

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