PAOLA CANGINI

ESSERE IN EMPATIA Riflessione di Franco Nanetti sulla testimonianza di Thich Nhat Hanh

Domani, continuerò ad essere. Ma dovrai essere molto attento per vedermi. Sarò un fiore o una foglia. Sarò in quelle forme e ti manderò un saluto. Se sarai abbastanza consapevole, mi riconoscerai, e potrai sorridermi. Ne sarò molto felice”.
Queste parole del maestro Thich Nhat Hanh ci insegnano come essere in empatia oltre ogni confine attraverso il
coltivare la fervida coscienza dell’impermanenza, del nostro essere ovunque, della non separatezza.
L’empatia non è una serie di strategie ma è un “modo di essere” basato sulla pratica dell’inter-essere.
La sua biografia ne è un esempio.
Dopo la guerra del Vietnam, Thich Nhat Hanh, appena ventenne ma già monaco da quattro anni, abbandonò il monastero per andare nelle campagne a ricostruire i villaggi bombardati e negli ospedali da campo a curare i feriti, di
qualunque parte fossero, attirandosi il discredito di entrambi i governi in guerra, quello del Nord filocomunista
e quello del Sud filostatunitense, che non gli perdonarono il “crimine di curare il nemico”. Una scelta che pagò con
l’arresto, la tortura e, in fine, con un esilio di 39 anni che si concluse soltanto nel 2005.
Martin Luther King ne caldeggiò la sua candidatura al Nobel per la pace nel 1967.
Tentativo che sfumò nel nulla.
Ma la testimonianza di Thich Nhat Hanh non necessita di consacrazioni.
Il suo insegnamento non ha mai voluto essere una didascalia, un prontuario di tecniche ed insegnamenti (anche se non si può prescindere da questi), ma un modo autentico e consapevole di essere “insieme” con un cuore aperto e compassionevole.
Ieri la sua morte. Forse.
In un incontro su questo tema ebbe a dire “Devo darvi una buona notizia: non moriamo!
Ho chiesto ad una foglia se aveva paura dell’autunno, rispose di No.
Così mi apostrofò: “Ho fatto del mio meglio per nutrire l’albero, e adesso una gran parte di me è lì.
Questa forma non mi racchiude interamente.
Io sono anche l’albero, e una volta tornata alla terra continuerò a nutrirlo.
Perciò non mi preoccupo.
Quando lascerò questo ramo, volteggiando nell’aria losaluterò e gli dirò: Arrivederci, a presto”

L’ARCHETIPO DI CHIRONE

® “Clinica esistenziale” Copyright
(parzialmente tratto dai saggi di Franco Nanetti “Grammatica del cambiamento”, Erickson, Trento, 2017 e “Empatia” Pendragon, Bologna, 2021)

Chiunque voglia aiutare in autenticità di cuore un altro essere senziente che attraversa un momento di difficoltà e disagio esistenziale è un “guaritore ferito” che sa accogliere la propria sofferenza senza crogiolarsi in essa.
La capacità di confrontarsi con una parola profonda implica la capacità di sostare nel fallimento, nella paura, nel dolore,
implica la capacità di riconoscere la propria “deformità psicologica” e la propria fatica di crescere e soffrire.
“L’uomo”, scriveva il filosofo De Unamuno (1958), “per il fatto di essere uomo, rispetto all’asino e al gambero, è un
animale malato”.
L’essere soggetti psichici implica il percepire l’infrazione, lo scarto, “l’essere consapevoli della propria malattia”.
Quando uno specialista della relazione di aiuto si rifugia in uno stato di presunta guarigione, quando si percepisce sano al cospetto del paziente malato non potrà che esercitare l’illusoria pretesa di guarire, con l’effetto di proiettare la
propria parte oscura su di lui provocando risultati opposti a quelli desiderati.
Allorché lo specialista della relazione di aiuto, per paura della propria debolezza, si nasconde alle proprie ferite, la sua
azione non potrà che avere esiti negativi.
Lo specialista della relazione di aiuto che si crede “guarito”, non potrà che imporre con violenza la salute e la sanità
mentale.
Quando un “terapeuta”, supportato dalla presunta obiettività dei suoi strumenti diagnostici e degli interventi clinici, agisce sulla malattia del paziente, ponendosi al di fuori di essa (“Tu sei malato ed io ti guarisco”), non potrà nient’altro che esercitare atti di sopraffazione ed esprimere nella cura il proprio desiderio di potere.
Occorre “rimanere feriti” per amare e curare, rimanere in contatto con il proprio dolore senza crogiolarsi in esso.
Sono d’accordo con Neumann (1954), quando sostiene che per restare in una dimensione creativa di nutrimento della
coscienza volta alla domanda di senso, occorre rinunciare ad una fuga nell’adesione conformistica e nell’empirismo
ingenuo che annienta il tempo della riflessione, il sogno, l’evento psichico che inquieta e rigenera.
Nessun specialista della relazione di aiuto può tenersi distante dalla propria ferita, perché in essa è depositata la capacità di “sentire, percepire, comprendere l’altro”, e quando è possibile elevarsi con lui.
Nella mitologia greca il più antico tra i guaritori miracolosi è Chirone, centauro mezzo uomo e mezzo cavallo.
Il cavallo secondo il mito impersona la vitalità istintiva, l’uomo la saggezza che guida.
Il mito rimanda all’idea che non si può vivere e amare in consapevolezza di intenti, se non si mantiene il contatto con
la propria natura, la terra, le origini.
Chirone, infatti, non abbandona mai il proprio intimo soffrire.
Rimane in contatto con il dolore della ferita, rappresentato dall’essere stato respinto dalla madre Filina, figlia di Oceano.
Tale ferita dell’abbandono occuperà l’arco della sua intera esistenza. Infatti anche il suo allievo Eracle, in una sorta di
parricidio simbolico, lo abbandonerà allorché decide di trovare la propria strada, tanto da ferirlo con una freccia
intrisa del sangue di Idra.
La sua originaria ferita non potrà mai guarire. Ma come allude il mito, la forza vitale biofila di plasmare un mondo
sempre migliore nasce proprio da questa accettazione del dolore che non lo porterà a chiudersi in se stesso né a
rifugiarsi in un sogno di onnipotenza.
Consapevole della propria vulnerabilità, fragilità, provvisorietà, Chirone agirà con vitale apertura per accogliere
gli altri nel proprio cuore. Così Chirone si fa incatenare alla roccia al posto di Prometeo che è stato punito per la sua
hybris, tracotanza dovuta al fatto che per fuggire dai propri limiti, osa rubare il fuoco del cielo.
Chirone “decide di salvare Prometeo perché sa accettare la propria ferita”, sa esserne consapevole, viverla, trasformarla
nell’amore per gli altri.
In questa prospettiva si concentra la “salvezza”. Talora alcuni al cospetto della ferita si ritirano dalla vita con
l’unico desiderio di distruggersi e vendicarsi.
Chirone invece ha come esclusiva ed unica prospettiva l’intimo desiderio di potere sperimentare un amore che fluisce
da sé all’altro.
Ogni volta che torniamo alla ferita non cadiamo in uno sterile vittimismo, ma accettiamo la sua universalizzazione come atto sociale, sapendo che senza la porta del dolore non si entra nella gioia.
Opporsi al dolore significa anestetizzare la gioia, la vitalità dell’esserci, una sana capacità di amare e desiderio di
conoscere.
E’ un errore, come accade a molti studenti di psicologia, credere che solo studiando si impari a curare le ferite della
vita.
Senza un lavoro personale sulle proprie ferite, nessuno può diventare un “buon specialista della relazione di aiuto”.
Certamente questo non rende nessuno automaticamente capace di esserlo.
Occorre che, riconosciuta la ferita, ognuno impari ad aiutare se stesso prima di aiutare gli altri. Nessun specialista della
relazione di aiuto può entrare in risonanza con un “cliente” se non si abitua a dialogare con la propria natura ferita e a trarne possibili insegnamenti.
Scriveva Peter Schellembaum (2001): “Per entrare in risonanza con altre persone un terapeuta dovrebbe non
soltanto essere ferito, ma anche essere consapevole delle proprie ferite. Chi non ha mai sofferto per una ferita d’amore
non potrà mai entrare davvero in relazione con chi ne sta soffrendo, anche se questo si può dire soltanto con una certa
cautela; nella nostra vita non possiamo aver patito tutte le sofferenze di questo mondo. Esse sono comunque dentro di
noi a livello potenziale, anche se non le abbiamo vissute, semplicemente perché siamo esseri umani”.
Comprendere se stessi e l’altro è accettare la sfida di smarrirci nella bellezza della vita nonostante il dolore e
il misterioso “gioco” dell’impermanenza.

IL DESIDERIO DELL’ESSENZA. Sono il vero regista della mia vita?

® “Clinica esistenziale” Copyright
(parzialmente tratto dai saggi di Franco Nanetti “Grammatica del cambiamento”, Erickson, Trento, 2017 e “Empatia” Pendragon, Bologna, 2021)

Quello che desideri realizzare è veramente quello che vuoi?
Ci sono due tipi di desideri che orientano la nostra vita: il desiderio egoico o “desiderio della personalità” connesso con il sentimento della mancanza, ed il desiderio dell’anima o “desiderio dell’essenza” connesso con il sentimento della pienezza.
Mentre il primo, ossia il desiderio egoico, quale residuo di una antica ferita mai trasformata, è rispondente al tentativo di compensare ciò che l’Ego non tollera di vedersi privato (si pensi all’adolescente che vuole comprarsi una automobile di lusso come status symbol per avere successo con le ragazze), il secondo, ossia il desiderio dell’essenza, è rispondente alla volontà di accrescere il campo delle possibilità per diventare sempre più se stessi e per essere sempre più congruenti con la propria “mission”, la propria “chiamata”, la propria “particolarità” (si pensi a chi desidera prodigarsi per aiutare qualcuno in difficoltà al fine di aderire ad un sentimento di amore universale come servizio).
Se nel “desiderio egoico”, dal momento che la percezione di non farcela crea una intensa sofferenza, domina l’intransigenza e lo sforzo, nel
“desiderio dell’essenza”, dal momento che si è partecipi alla gioia del progredire e non del riuscire “necessariamente” in qualcosa, domina un senso diffuso di pace interiore.
Non importa se si fallisce.
Ogni difficoltà è un’opportunità per esplorare qualcosa di sé ed evolvere spiritualmente.
Tutto è un sogno per “cercarsi” e “ritrovarsi”.

La meditazione ad orientamento esistenziale è funzionale a conquistarci il “desiderio della pienezza”

(dal saggio “Il risveglio della coscienza, Aipac, Pesaro, 2021).

PSICOLOGIA E SPIRITUALITÀ LA TRASFORMAZIONE INTERIORE COME ASCESI

SEMINARI ON LINE

Dalle passioni alle virtù . Percorsi di alchimia delle emozioni Pratiche di discernimento spirituale, trasmutazione emozionale, consapevolezza profonda e pace interiore attraverso la lettura delle opere di Evagrio Ponticus, Georges Ivanovic Giurdjieff e Dante Alighieri
Relatore: Franco Nanetti (Università di Urbino)
® “Clinica esistenziale” Copyright
(parzialmente tratto dai saggi di Franco Nanetti “Grammatica del cambiamento”, Erickson, Trento, 2017 e “La guarigione del cuore” Pendragon, Bologna, 2021)

Fatti non foste per vivere come bruti,
ma seguire virtude e conoscenza.
Inferno 26
Dante Alighieri

Le “psicologie contemporanee”, se si limitano a disoccultare l’inconscio, a cambiare processi di pensiero o a volere cancellare la sofferenza con sofisticate tecniche di soluzione ai problemi, senza volere transitare verso gli spazi dell’autotrascendenza e della ricerca spirituale, ottengono precari risultati.
Il compito di un “vero” percorso trasformativo si riassume nella ricerca
interminabile della verità e una “nuova visione delle cose” nella ricerca di una coscienza superiore che ci riconnette con un’autentica capacità di amare.
La via della trasformazione interiore non è il piacere né il potere, ma la ricerca della verità, anche quando questa comporta un lievitare del dolore, dell’angoscia e della paura, comporta un impegno a migliorarmi e perfezionarmi per rendere migliore e perfezionare il mondo in cui vivo.
I problemi esistenziali non si risolvono con qualche semplice “tecnica” che ci allontana più o meno repentinamente dalla sofferenza, ma attraverso un percorso nel quale la persona sofferente cerca di affrancarsi dal proprio stato di falsificazione della realtà, di deiezione e di alienazione, per approdare ad una ricerca dell’alterità, del progetto, dell’ulteriorità e di una maggiore consapevolezza del proprio essere in uno stato di profonda connessione e amore.
Se ci prendiamo la responsabilità di scrutare cosa si cela al fondo della sofferenza che proviamo, possiamo intravedere un profondo tradimento della nostra autenticità esistenziale, di uno stato di povertà di senso e di “negligenza etica” che ci ha impedito di sottrarci alle abitudini inconsapevoli, che nell’illusione di proteggerci dalla paura, in realtà ci hanno depauperato della capacità di amare.
La vera trasformazione non si focalizza su un semplice stare bene, poiché il suo vero scopo è la ricerca di una visione delle cose conquistata in un costante percorso di ascesi, di consapevolezza e di realizzazione della propria unicità.

Quando cambiamo dobbiamo sapere che il nostro percorso prevede sempre un connettersi con qualcosa di più vasto che ci unisce, e che cambiando in prima persona noi stessi nello stesso tempo influenziamo sempre il mondo che abitiamo.

autore Franco Nanetti

Date degli incontri

30/31 Dicembre 2021 ore 11/13,00
1 Gennaio 2022 ore 11/13,00
nella serata del 31 Dicembre dalle 22,30 in poi seguiranno momenti di riflessione, confronto, meditazione e ricerca interiore con proiezioni di trailer e lettura di frammenti di poesia,

L’intero percorso ha un costo di 65 euro
La partecipazione alla serata dalle 22.30 del 31 dicembre è gratuita
Per iscrizioni e informazione :
3398912938
aipac.pesaro@gmail.com aipac.pesaro@virgilio.it

L’importo può essere depositato al seguente IBAN intestato all’AIPAC: IT80L0538713310000042082143 entro il giorno precedente al seminario. Chiediamo gentilmente di indicare nella causale nome, cognome e le date di partecipazione e inviarlo alla mail del tutor di riferimento: Paola Cangini – Marina Gori – Pierpaolo Gambuti – Emiliana Baldessari

L’AZIONE IMPECCABILE LIBERI DALL’ANSIA

Clinica esistenziale©”(contributo liberamente tratto dal saggio“La guarigione del cuore”, Pendragon,, Bologna, 2021 )
Franco Nanetti

Secondo Manuel Ruiz (2016), per imparare ad avere padronanza di se stessi, occorre fare le cose al meglio in ogni specifica situazione, senza cadere vittima dell’assillo di riuscire o non riuscire, di avere successo, senza sentirsi vincolati a severe aspettative, senza la ricerca assillante di approvazione.
Come ci insegna la pratica taoista, “essere nell’azione impeccabile significa svolgere un’azione, lasciandosi assorbire da quell’azione, senza che la mente vaghi nel cercare ossessivamente all’esterno sicurezza o successo”.

Nel Buddhismo sta scritto: “Se vuoi diventare una persona sicura e pacificata in te stesso impegnati in una qualsiasi attività senza desiderare nulla di diverso rispetto a quello che sta accadendo in quel momento, senza temere nulla”.

L’AZIONE IMPECCABILE NON RINCORRE IL SUCCESSO

Affermava Rudyard Kipling: “Successo e sconfitta sono due impostori”.

Mai esaltarsi troppo al cospetto di un successo, e mai deprimersi troppo al cospetto di un fallimento.
La vera vittoria non sta nell’avere a tutti i costi successo ma nel partecipare in totale presenza a quello che si fa, anche quando ciò comporta fatica, lacrime, dolore e sofferenza.
Fai quello che decidi di fare senza divagare tra le quisquiglie della mente egoica.
Fai le cose al meglio senza volere dimostrare nulla.
L’ansia di fare le cose per trovare valore nello sguardo dell’altro ti crea insicurezza e ti porta frequentemente a sbagliare.
Scrive a questo proposito, con illuminante prospettiva, seguendo le orme dello spirito di Lao-tzu (VI secolo a.C),
Byron Katie (2007): “Se hai il pensiero di fare qualcosa falla senza troppe discussioni mentali, “quasi” fino a sentire che tu sei il movimento e guardi semplicemente il suo farsi da solo”
L’azione impeccabile è uno stato di perfezione dell’atto senza l’assillo del perfezionismo.

NON CADERE VITTIMA DEL RIMUGINIO MENTALE

Un’antica storiella chassidica, riproposta da Martin Buber nel saggio Il cammino dell’uomo, così racconta:
“Un chassid del Veggente di Lublino decise un giorno di digiunare da un sabato all’altro. Ma il pomeriggio del venerdì fu assalito da una sete così atroce che credette di morire. Individuata una fontana, vi si avvicinò per bere.
Ma subito si ricredette, pensando che per un’oretta che doveva ancora sopportare, avrebbe distrutto l’intera fatica di quella settimana. Non bevve e si allontanò dalla fontana. Se ne andò fiero di aver saputo trionfare su
quella difficile prova; ma, resosene conto, disse a se stesso: «È meglio che vada e beva, piuttosto che acconsentire a che il mio cuore soccomba all’orgoglio».
Tornò indietro, si avvicinò alla fontana e stava già per chinarsi ad attingere acqua, quando si accorse che la sete era scomparsa. Alla sera, per l’apertura del sabato, arrivò dal maestro: «un rammendo!», esclamò lo zaddik, appena lo vide sulla porta.
La saggezza del racconto ci dice che è giusto dubitare fintanto che si pensa prima di agire, ma quando si agisce occorre procedere senza troppe inquietudini, senza «rammendi».

IMPARA L’AZIONE IMPECCABILE

Immergiti nella totalità dell’azione rimanendo indifferente al risultato senza cercare affannosamente alcuna reputazione.
Agisci con passione, impegno e disciplina.
L’azione impeccabile è convinzione certa, fede, umiltà, coraggio.

“E allora mise il cuore dentro le scarpe
E corse più veloce del vento
Prese un pallone che sembrava stregato
Accanto al piede rimaneva incollato
Entrò nell’area tirò senza guardare
Ed il portiere lo fece passare
Ma Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore
Non è mica da questi particolari
Che si giudica un giocatore
Un giocatore lo vedi dal coraggio
Dall’altruismo e dalla fantasia”.

Francesco De Gregori

L’ASCOLTO ATTIVO INTEGRATO ALL’ANALISI TRANSAZIONALE E ALLA GESTALT

La comprensione dell’implicito comunicativo come
ologramma esistenziale (liberamente tratto dal saggio di Franco Nanetti dal titolo “Grammatica del cambiamento”, Erickson, Trento, 2017)

Franco Nanetti

Ogni volta che interagiamo con qualcuno inviamo messaggi sia espliciti
che impliciti, che spesso sono anche il riflesso di intenzioni non dichiarate.
Lo possiamo cogliere nel seguente esempio.
Supponiamo che un soggetto in una relazione con un proprio partner che
affronta una situazione di disagio cerchi insistentemente di consigliarlo su
ciò che deve fare e non fare, esplicitamente lo si informa su nuove
possibilità di comportarsi, ma implicitamente, dal momento che “sa
molte più cose di lui”, gli si segnala, anche a propria insaputa, una
presunta superiorità.
Se vogliamo comprendere intimamente l’altro, le sue finalità sottese, i
suoi turbamenti celati, il suo universo orientato, l’ascolto attivo che
propongo non si concentra su un modo passivo di “registrare” le sue
parole, e neppure sul reagire con modalità improprie ed automatiche, ma
sull’impegno del soggetto ascoltante di potere comprendere l’altrui
sovente non dichiarata intenzionalità.
Comprendere l’intenzionalità sommersa dell’altro significa portare
l’attenzione su quello che di solito inconsapevolmente svela seppur senza
avere l’intento di manifestarsi.
Tale processo non è un semplice tacere pigro ed ozioso, un mettersi da
parte per lasciare parlare, ma un entrare in un’attitudine meditativa curiosa
e penetrante, capace di cogliere con tutti i sensi, con la mente e con il
cuore, le altrui aspettative.

Talvolta, se ne diventiamo capaci, allorchè impariamo a sostare con
curiosità accanto all’altro, riusciamo ad accedere ad una visione molto più
ampia della sua presenza e della sua storia di vita.
L’ascolto attivo comporta una doppia osservazione: dell’altro e di se
stessi. Posso attraverso ciò che l’altro dice capire quanto tra le pieghe del
suo discorso intende dire, ma nello stesso tempo posso entrare nel suo
mondo interiore ascoltando quello che con il suo pronunciarsi provoca
dentro di me. Se ad esempio il mio interlocutore con il suo eloquio irruente
e strabordante o con un silenzio “astinente” provoca in me rabbia, potrei
sulla base del concetto di identificazione proiettiva (M. Klein, 1936),
ritenere che tale rabbia sia stata depositata in me dall’altro.
Evidente ciò va verificato con assoluta cautela.

IL DONO DELLA VULNERABILITÀ

(contributo di Franco Nanetti liberamente tratto saggio “Grammatica del cambiamento”Erickson, Trento, 2017 e dal contributo inerente “La guarigione del cuore”, Pendragon,Bologna, 2021)

L’innamoramento o “amore a prima vista”, seppur necessario, è un inganno,uno sviamento dalla realtà, una contraffazione egoica.
Spesso gli amanti all’inizio della passione che li travolge non si mostrano per quello che sono e neppure vedono l’altro per chi è realmente, perché spesso cercano in lui un “sostituto” di un genitore svalutato o idealizzato.
L’amore a prima vista è un amore “visionario” che genera cecità, dipendenza, rabbia, manipolazione, monotonia, risentimento e disillusione.
Quando la monogamia diventa monotonia, quando la divergenza diventa odio endemico, disgusto ed indifferenza, la ragione sta nel fatto che i partner non hanno ancora fatto esperienza dell’  “amore a seconda vista” basato sullo scambio autentico, sul dialogo, sull’accettazione profonda.
Come entrare nell’ “amore a seconda vista”?
Quando diventiamo capaci di amare ed amarci. nonostante la nostra
vulnerabilità, le nostre paure ed inquietudini, senza bisogno di “nasconderci”.
Se l’Ego, cristallizzato nel passato, è in termini narcisistici performativo, ossia ci impone di “amarci troppo e male”, la nostra parte in divenire ci consente di amarci come siamo, con i nostri pregi, le nostre virtualità, i nostri difetti, i nostri lati “ombra”.
Quando riusciamo ad amarci l’Ego si dissolve, mentre l’altrui mistero diventa una straordinaria opportunità per “incontrarci come fosse la prima volta”. Si può ri-cominciare, sempre.
Guarda negli occhi il tuo partner e digli con radicale apertura di cuore:

“Io ti offro il mio talento ed ogni cosa che credo di possedere, e con ogni cosa ti offro anche ciò che non vorrei mai darti, ma che purtroppo mi appartengono: la mia paura, la mia ignoranza, la mia impulsività e i miei vecchi problemi. Farò di tutto per migliorarmi, perché insieme possiamo trascenderci, ma in questa fatica ti prego di accogliere di tanto in tanto anche i miei difetti”

SETTEMBRE – DICEMBRE 2021

Domenica 12 Settembre 2021 Ore 9.00-11.30 
Ricerche, approfondimenti, esercizi sul tema: Perdonare per-donarsi 
La collusione emotiva nelle relazioni: come liberarsi dalla dipendenza affettiva con il metodo degli specchi esseni e ritrovare l’amore autentico 

La partecipazione al seminario, comprensivo del materiale didattico, è di 20 euro.

Domenica 26 settembre 2021 Ore 9.00-12.30
Programmazione neurolinguistica, neuroscienze e spiritualità Riscoprire le proprie risorse con la time line 

Domenica 10 ottobre 2021 Ore 9.00-12.30
Lo sguardo della vastità del cuore Percorsi di decentramento cognitivo e decrescita egoica per creare egregore positive Il gioco delle posizioni percettive

Domenica 24 ottobre 2021 Ore 9.00-12.30
La collusione emotiva Il ritiro delle proiezioni Comprendersi attraverso la realtà specchio, Esercitazione: “Io come te”

Domenica 7 novembre 2021 Ore 9.00-12.30
L’arte di decidere Decidere in cinque secondi o sostare negli opposti
Quando occorre non decidere per fermare il tempo e ritrovare il nostro centro
Il gesto spontaneo di Peter Schellenbaum: interpellare il nostro bambino naturale.

Domenica 28 novembre 2021 Ore 9.00-12.30
La pratica dell’entanglement
La meditazione quantistica
Innalzarsi vibrazionalmente per cambiare il nostro destino

Domenica 12 dicembre 2021 Ore 9.00-12.30
La comunicazione del cuore Il feedback fenomenologico
Dall’autorivelazione al cambiare l’impronta delle nostre ferite
 Condividere la vulnerabilità con il proprio partner per dare inizio a una nuova vita

La partecipazione al seminario, comprensivo del materiale didattico, è di 30 euro. 

L’intensivo  di fine anno si svolgerà dal 30 dicembre 21  al 1° gennaio 22

 prevede un lavoro esperienziale incentrato su  “La pratica dell’alchimia trasformativa in Dante Alighieri e l’opera di Gurdjieff”.  

Relatore: Franco Nanetti Università di Urbino  

GRUPPI DI STUDIO 

Mercoledì 15 settembre ore 19.00-20.30 “Conoscere la propria ombra” 
Mercoledì  6 ottobre       ore 19.00-20.30 “Agire la risorsa che si vuole realizzare” 
Mercoledì 27 ottobre      ore 19.00-20.30 “L’arte di lasciare andare per fare accadere” 
Mercoledì 10 novembre ore 19.00-20.30 “Parlare con il cuore” 
Mercoledì  1° dicembre   ore 19.00-20.30 “La parola che crea” 

Ogni incontro è riservato a coloro che hanno partecipato ai seminari della domenica per un numero massimo di 25 persone. 

Il costo è di 10 euro a incontro.  

PER ISCRIZIONE
Comunicare via mail o con messaggio su whatsapp la propria adesione Inviare copia del bonifico via mail o su whatsapp

L’importo può essere depositato al seguente IBAN intestato all’AIPAC: IT80L0538713310000042082143

entro il giovedì  che precede il seminario. 
Chiediamo gentilmente di indicare nella causale nome, cognome e le date di partecipazione e inviarlo alla mail del tutor di riferimento.
Ogni incontro si svolge sulla piattaforma zoom

Programma fine anno 2020 e nuovo inizio 2021

31 dicembre 2020
Ore 10.00-12.30 1° Seminario
Pratiche di mindfulness emozionale
Meditazione: L’amore sovrano
Meditazione: spegnere il fuoco della rabbia
Ore 15.00-17.00 2° Seminario
Aivanhov: autenticità della parola, dello sguardo, delle mani, del gesto
Dalle 22.30 in poi

L’ESSENZIALE DELLA VITA
Proiezione delle lectio magistralis in originale di Omraan Aivanhov
(con traduzione in italiano)
Esercitazione: “La mia mission”
L’augurio di un nuovo inizio di Omraan Aivanhov
“Che cosa ci lasciamo alle spalle e che cosa incontrare per il futuro: ubriacarsi di spiritualità ”
La serata del 31 dicembre dalle ore 22.30 in poi
è ad ingresso libero gratuito su prenotazione.

1° gennaio 2021
Ore 11.00 -13.00 3° Seminario
Dialogare con il proprio bambino interiore
L’evoluzione del proprio copione di vita al cinema
Gruppi di evoluzione personale con schede di approfondimento

2 gennaio 2021
Ore 10.30-12.30 4° Seminario
La Nuova legge dell’attrazione: chiedere, credere, ricevere
Gruppi di reflecting esistenziale con scheda di approfondimento:

una via per comprendersi nella maggiore vastità e profondità dei propri compiti spirituali attesi e disattesi

3 gennaio 2021
Ore 10.30-12.30 5° Seminario
La legge dell’amore, della causa-effetto, della polarità:

percorsi di trasmutazione emozionale
Gruppi di evoluzione personale con schede di approfondimento

4 gennaio 2021
Ore 10.30-12.30 6° Seminario
Perdonarsi: dal senso di colpa alla “torta” della responsabilità
Imparare ad amarsi per riprendere a creare la propria vita
Gruppi di evoluzione personale con schede di approfondimento
Conclusioni – Imparare ad amarsi per riprendere a creare la propria vita

Ogni seminario come ogni gruppo di reflecting sarà condotto da Franco Nanetti-
I gruppi di evoluzione personale con schede di approfondimento sono condotti dai docenti collaboratori Aipac

I seminari si svolgono online sulla piattaforma zoom.

per informazioni sui costi  3486881977  aipac.pesaro@virgilio.it

L’importo può essere depositato al seguente IBAN intestato all’AIPAC: IT62T0311113310000000022352

entro e non oltre le ore 16 del giorno precedente il seminario online. Chiediamo gentilmente di indicare nella causale nome, cognome e le date di partecipazione. La partecipazione all’intero percorso per complessive 16 ore in 5 giornate è di 100 euro
La partecipazione all’intera giornata del 31 dicembre è di 40 euro
La partecipazione ad un singolo seminario è di 20 euro

(dal saggio riveduto ed ampliato di Franco Nanetti dal titolo “Psicologia e Spiritualità”, My Life, Rimini, 2015)

Franco Nanetti

La vetta più elevata dell’amore spirituale è il perdono assoluto o
incondizionato, l’essere nel perdono senza la necessità di
perdonare, il potere fare intima esperienza del perdono e del
perdonare “settanta volte sette”.
Se il perdono condizionato è un atto egoico che si compie nella
formula, forse un po’ superba, di chi dice: “Io ti perdono” o “Io mi
perdono”, il perdono assoluto o incondizionato è uno stato
estatico della mente non duale capace di cogliere una dimensione
dell’essere senza separazione e senza colpa.
Il perdono incondizionato è un offrirsi all’altro senza memoria e
senza desiderio, è un Sì a se stessi e alla vita per come questa si
manifesta.
Il perdono incondizionato risiede nel “fare anima”.
Nessuna fretta. Si tratta di imparare ad accogliere la rabbia, il
dolore, la paura, per poi “elevarsi”.
La pratica del “perdonare e perdonarsi” è un percorso di
trasmutazione verso lo sguardo della vastità del cuore dove tutto si
dissolve, dove il perdono viene elargito come una preghiera,
un’invocazione, un dono.
Ci sono circostanze in cui anche una persona che si è vista
mille volte la si può vedere per la prima volta. Quella prima
volta la si vede per quello che è, senza storia, senza colpa,
senza supposizioni, senza pretese.
Lì ci sono gli “occhi del cuore”.
Questo è il perdono incondizionato.