PAOLA CANGINI

ENNEAGRAMMA CLINICO

© Copyright “Clinica esistenziale”
(contributo liberamente tratto dal saggio di Franco Nanetti in corso di stampa “Le ferite emozionali)

Franco Nanetti

La maggior parte dell’infelicità inutile deriva dal fatto che l’uomo non conosce se stesso, non sa distinguere tra le sue molteplici finzioni la sua intima essenza.
L’enneagramma è un viaggio millenario per la consapevolezza e accettazione della propria unicità, finalizzata alla comprensione di sé e dell’altro. La comprensione degli enneatipi è una prospettiva affinchè ciascuno possa distinguere il proprio enneatipo di tendenza, per cogliere in esso chiavi di lettura per accedere a doni e talenti, motivazioni inconsce, zone d’ombra, e paure che sono di ostacolo al progredire, all’espansione delle proprie potenzialità, alla perfezione.
Comprendere le proprie impronte esistenziali epigenetiche è fondamentale per individuare chi siamo, come possiamo orientare la nostra vita, riscattarci dalla passione che ci domina e accedere al divino che ci abita.
La straordinaria visione della pratica enneagrammatica, si concentra sul fatto che il processo di conversione chiama in causa sia la mente, che le azioni e il corpo.
Come sostiene Evagrio Ponticus “Non serve sapere pascolare bene il gregge dei nostri pensieri, perché attraverso l’azione occorre incarnare le virtù e procedere nella via del cuore”.
Con l’enneagramma impariamo ad essere plasmati dal basso e dall’alto, impariamo a toccare i nostri difetti e le nostre imperfezioni, per elevarci attraverso una visione chiara che viene “provata” giorno per giorno nel nostro agire quotidiano.

Sabato 1 Agosto 2020 Ore 8,45 -18, 00
L’Io molteplice: la conoscenza di sé e dell’altro
L’identificazione dell’enneatipo secondo i codici verbali e non verbali della programmazione neurolinguistica
La ferita emotiva, la maschera, il corpo: la matrice di copione psicosomatico
Superare i momenti di empasse emotivo e i traumi complessi con la pratica della disidentificazione dal corpo di dolore Individuazione dell’enneatipo attraverso la calibrazione
La conduzione del colloquio enneagrammatico in ambito clinico e nella formazione
Domenica 2 Agosto 2020 Ore 8,45 – 13, 30
Psicologia transpersonale: il lavoro sui tre centri: Azioni, Pensieri, Sentimenti. Pratiche di mindfulness personalizzate
Percorsi di evoluzione spirituale: la pratica delle leggi universali della compassione, della causa-effetto, della gratitudine, della resa, della risonanza, dell’integrità, dell’equilibrio, della presenza, della connessione, della vocazione esistenziale.
Scala dei livelli neurologici: comprendere il senso della propria vision e della propria mission
Percorsi di conversione spirituale e sviluppo della coscienza dharmica: dalle passioni alle virtù

SOLO L’AMORE VINCE SULLA PAURA

© Copyright “Clinica esistenziale”
(contributo liberamente tratto dai saggi di Franco Nanetti dal titolo “Assertività ed emozioni”, Pendragon, Bologna, 2015, “La natura dei
conflitti”, My Life, Rimini, 2017, “Psicologia e spiritualità”, My Life, Rimini, 2015e “Psicologia spirituale” in corso di stampa)

Franco Nanetti
Professore presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico, Direttore dei
Master in “Counseling and Coaching skill” e in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, supervisore e coordinatore scientifico
della Scuola Superiore in “Clinica esistenziale”. E’ autore di numerosi libri pubblicati con case editrici internazionali.

Nel film di Woody Allen “La ruota delle meraviglie” possiamo cogliere come una vita banale senza amore rende i personaggi superficiali, infantili e Pavidi.
Bagnini e drammaturghi, lavapiatti e presunte attrici, cercano di alleggerire la propria vita, ubriacandosi, tradendo, innamorandosi, illudendosi di diventare chissàchì. Ognuno di loro non tanto diverso da quel bambino ribelle ed inguaribile che, appiccando fuoco ad ogni cosa a dispetto di quello che gli dicono i genitori e lo psicoanalista, cerca di sottrarsi con i suoi pericolosi riti ad una vita dove esiste solo la noia del nulla.
Poi all’improvviso per distrazione atterra l’Angelo della morte.
Una telefonata mancata e due assassini sopraggiungono per compiere l’omicidio a cui erano stati destinati.
Da quel momento scompare il colore del mare e il cielo si fa grigio.
Ma la vera morte era già arrivata molto prima.
La vita assurda e scialba dei protagonisti è già un’anticipazione della morte improvvisa sempre negata.
Chi è che può sfuggire a questo insulso destino?
Sembrerà un paradosso. Ma è il “normale” che prendendo atto della propria paura implora la compagna fedifraga che non se ne vada.
Anche in quella relazione non c’è amore, ma almeno c’è il desiderio di smettere di mentire. Forse al di là della “grande ruota” delle pseudo meraviglie”
quella è l’unica cosa vera che merita attenzione.
Quindi dal momento che nel capolavoro di Allen nessuno può arrendersi all’amore, una prima possibilità starebbe nel riconoscere la paura e Condividerla.
Ma nessuno dei protagonisti, se non il “normale”, rinuncia alla propria maschera. Nessuno, ingabbiato in un tentativo di sopravvivere alla paura, si sottrae alla menzogna.
Così tutti privati della capacità di amare vivono come marionette in una sorta di circo delle illusioni, un circo di gesti inconsapevoli senza morte e senza vita.

PROGRAMMA DEL SEMINARIO
DEL 12 LUGLIO 2020 “OLTRE LA PAURA”

Riconoscere la propria fondamentale paura in relazione all’enneatipo e alla maschera egoica
Identificare le cause che alimentano la paura
Tre ragioni per non abituarsi mai alla paura
La paura della paura
Esercitazioni di mindfulness a mediazione
corporea per imparare a lasciare andare la paura,
l’ansia e la vergogna

LA FERITA CHE CURA – OGNI FERITA NASCONDE UN COMPITO EVOLUTIVO

LA FERITA CHE CURA – OGNI FERITA NASCONDE UN COMPITO EVOLUTIVO

® “Clinica esistenziale” Copyright
(Dal saggio di Franco Nanetti “Grammatica del cambiamento”, Erickson, Trento, e “Guarire le ferite emotive” in corso di
stampa)

Franco Nanetti

(Professore di ruolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico, Direttore dei
Master in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, supervisore e coordinatore scientifico della Scuola Superiore in “Clinica esistenziale”. E’
autore di numerosi libri pubblicati con case editrici nazionali ed internazionali.)

Il trauma è una realtà della vita, ma non per questo deve essere una condanna a vita. Peter Levine

La ferita emotiva non è solo una vicenda subita che causa dolore e sofferenza ma un progetto animico, necessario alla nostra evoluzione, un “ologramma”speciale al servizio della vita.
Nel momento in cui si accede al mondo della dualità non si può prescindere
dal fare esperienza della ferita, del dolore, della sofferenza.
E’ inevitabile.
Senza la ferita non possiamo elevarci e diventare la nostra particolarità.
A un patto, però: che la accettiamo, la accogliamo nel nostro cuore e la
trasformiamo.
Se rigettiamo la ferita, perché ci opponiamo al dolore che inevitabilmente
provoca, se ci lamentiamo ed inveiamo contro di essa, questa allorché ci
chiudiamo si imprime e diventa destino, ingabbiandoci nella ripetizione e
privandoci del suo potenziale di luce.


PRATICHE DI RISVEGLIO INTERIORE

Scriveva James Hillman (2001): “Sono diventato tenace perché ho dovuto far fronte alla mia debolezza”.
Ogni ferita è una feritoia di luce, una grazia che passo dopo passo ci eleva, ci cura e ci rende unici e speciali.
Ma perché ogni ferita possa adempiere al suo compito evolutivo ci vuole il
giusto coraggio di sprofondare in essa anche nei momenti più difficili.
La ferita non ci abbandona mai.
Basta un nonnulla che la ferita ri-emerge.
Iscritta nella memoria implicita ogni ferita ci espone a reazioni emotive
esorbitanti.
Qualcuno non ci saluta e subito riemerge la ferita dell’abbandono.
Un altro ci critica e riemerge la ferita del rifiuto.
Basta un nonnulla e stiamo male.
Saremmo tentati di evitarla.
Ma ciò è impossibile.
Allora occorre imparare ad accoglierla per semplicemente “ritornare infinite volte sui banchi di scuola della vita”.
Non si guarisce dalla ferita.
Si guarisce “attraverso” la ferita.
Come nella spirale dantesca esplorando la ferita ogni volta diventiamo più
consapevoli e responsabili, “procediamo verso l’alto”, ci apriamo a nuove
visioni, ma poi dopo un po’ inciampiamo di nuovo.
La ferita torna a sanguinare.
Dobbiamo ancora “fare qualche passo”.
Nulla è compiuto.
Carlos Castaneda racconta del suo apprendistato con il maestro Don Juan,
indio Yaqui. Il maestro era solito mandare Castaneda all’avventura nel
deserto ad affrontare i suoi nemici, che cercavano di ingannarlo e ucciderlo.
Castaneda riusciva sempre a cavarsela, sconfiggendo gli spiriti del Male,
anche se più di una volta era andato vicino alla morte.
Dopo una battaglia notturna particolarmente cruenta, Castaneda tornò alla
casa di Don Juan lamentandosi del fatto che ancora una volta aveva rischiato
di essere ucciso dagli spiriti del Male. Allora chiese al maestro per quale
ragione gli spiriti si facessero sempre più abili e più forti. Don Juan rispose
che gli spiriti venivano scelti perché la loro forza fosse modulata in funzione
della forza di Castaneda, affinché l’esito della battaglia non fosse mai
scontato. “Man mano che tu diventi più forte – disse – tu incontrerai nemici
sempre più forti.
Quando sconfiggi un nemico la sua forza viene sempre da te”.

RITORNARE ALL’AMORE SMASCHERARE LA MASCHERA

(Dal saggio in corpo di stampa di Franco Nanetti “Guarire le ferite emotive”) ® “Clinica esistenziale” Copyright Franco Nanetti

Quando vedi rabbia negli altri, va e scava profondamente dentro di te, e vedrai che quella rabbia si trova anche lì.
Quando vedi troppo Ego negli altri, va semplicemente dentro di te, e vedrai quell’’Ego seduto lì dentro.
La dimensione interiore è un proiettore: gli altri diventano schermi e tu inizi a vedere dei film su di loro,che di fatto sono solo i nastri registrati di ciò che sei (Osho Rajneesh -filosofo indiano- 1931-1990)

Ogni maschera è un andare fuori di sé. è uno spazio di alienazione che compensa l’antica ferita.
In questa compensazione il vero Sé viene oscurato tanto che la nostra vita rincorre il potere dimenticando l’amore.
La maschera ha una funzione positiva, ma quando viene a cristallizzarsi, essa si caratterizza come un modo di essere coattivo e pervasivo, una vera e propria trappola che ci rende “stranieri in casa propria”, inconsapevoli
dei nostri modi abituali di reagire, incapaci di avere una visione chiara dei nostri stati emozionali, incapaci di rischiare di fluire in esperienze di amore autentico.

QUANDO TRADIRE NOI STESSI CI FA AMMALARE

Non serve lottare contro la nostra maschera o “finzione funzionale”.

Possiamo invece consapevolmente flessibilizzarla e agirla allorchè desideriamo che le nostre azioni diventino funzionali agli scopi che intendiamo raggiungere.
Ad esempio se la mia maschera è rappresentata dalla tendenza ad essere eccessivamente disponibile, posso imparare ad esserlo solo nelle circostanze in cui la mia disponibilità è utile per l’altra persona, ma non quando diventa un soccorrere che deresponsabilizza l’altro.
Si tratta di diventare consapevoli delle insane abitudini nelle quali siamo imprigionati per rompere schemi abituali e trovare nuovi modi di essere.

LA CHIAMATA DI DIO

“L’anima si incarna su questa terra con un preciso scopo, con
un destino a cui obbedire”.
Edward Bach

Dio ci offre il bene ed il male perché possiamo trovare le risorse
per passare a forze più elevate.
Scrive il filosofo Umberto Galimberti (2004): “Giobbe, dopo aver
perso la moglie ed i figli e con il corpo ricoperto di lebbra, si rivolge
a Dio con la laconica domanda: “Perché?” Ma Dio non si lascia
impietosire e risponde “Dov’eri tu quando riempivo il cielo di stelle
ed il mare di pesci? Dov’eri quando poggiavo la terra su solide basi?”
Il passo biblico sembrerebbe parlarci di un Dio che nega cinicamente
la sofferenza, ma in realtà non è così; esso ci indica invece un Dio
che, nonostante il dolore, vuole appellare ancora l’uomo alla sua
fondamentale responsabilità di cercare i significati del proprio
esistere.
Non ci si può interrogare sul senso della vita solo a partire dal
proprio individuale soffrire poiché occorre che continuamente ci
impegniamo ad interrogare il Tutto andando oltre le nostre “ferite”,
non perché le nostre ferite vengano occultate o negate” , ma perché
con o senza di esse non dimentichiamo che il compito principale che
ci é dato é quello di porci con umiltà e coraggio nella condizione di
interrogarci in ogni momento sul senso della vita consapevoli del
nostro essere mortali, dei nostri limiti e delle nostre possibilità.
Si può essere felici se rimaniamo indifferenti a Dio, ai suoi
moniti, alle sue richieste, alla “chiamata che ci appella affinchè
realizziamo la nostra particolarità”?

Si può essere felici, se chiusi in noi stessi ci preoccupiamo solo
del nostro stare bene, cercando in modo autarchico ed
autoreferenziale di essere liberi da qualsiasi turbamento e
difficoltà, senza che sia mai possibile trovare nel mondo una
prospettiva, una visione, un sogno?
Credo che una vita priva una direzione sia una sorta di
condanna all’infelicità, un luogo disperante di rassegnazione e
futilità.
Penso che intrattenersi nella vita, alzandosi, camminando,
bevendo, mangiando o dormendo, immersi nelle proprie
rassicuranti abitudini, senza sentirsi impegnati nel realizzare
qualcosa di peculiare, senza raggiungere un qualche scopo, sia
semplicemente sopravvivere, drammaticamente sopravvivere.
Credo che l’essere dimentichi del nostro “fare anima”ci renda
degli apolidi inquieti ed infelici.
Vivere è lottare per uno scopo che ci autotrascende.
E’ rispondere ad una chiamata che ci appella ad accendere
una scintilla divina che nutre sogni e passioni.
Se ciò non accade la vita ci punisce rendendoci degli “ignavi”,
che come vengono spietatamente rappresentati nel “loro”
girone dantesco, sono in corsa verso un chissà che cosa senza
meta, insofferenti a qualsiasi disagio e tormento esistenziale.
La sofferenza può solo essere accolta se ci eleviamo, perché, come
scriveva Victor Frankl “Solo chi ha un perché, può sopportare
qualsiasi come”.

LA GIOIA DI ESSERE IN DIO

“Tutti gli uomini hanno accesso a Dio, ma ciascuno ha un accesso
diverso. E’, infatti, la diversità degli uomini, la differenziazione
delle loro qualità e delle loro tendenze, che costituisce la grande
risorsa del genere umano.
L’universalità di Dio consiste nella molteplicità infinita dei
cammini che conducono a Lui, ciascuno dei quali è riservato ad un
uomo”.
Trovare uno scopo, una passione, un lottare per qualcosa che
esalta la nostra unicità è essere in Dio.
Martin Buber
Possiamo far fronte alle tante sfide che la vita ci presenta, se
non smettiamo mai di cercare Dio in ogni parte del mondo e
della vita.
Gesù nella “parabola dei talenti” rivolge un severo monito agli
“improduttivi”, a coloro che non si impegnano per realizzare
la propria vocazione, a coloro che consegnano la propria
esistenza ad un edonismo di bassa lega, cercando
semplicemente, come direbbe Nietzsche, “una vogliuzza per il
giorno, una vogliuzza per la notte, fermo restando la salute?”
Nell’affrontare la dimensione della mancata realizzazione
della propria “unicità” rimando in parte al saggio
“Psicosomatica spirituale” (2016) dove riferisco quanto segue:
“Possiamo identificare due tipi di peccato: un peccato di
trasgressione ed un peccato di omissione di sé, come
negligenza, omissione o tradimento di se stessi.
Quando accenno al peccato di trasgressione, mi riferisco ad una
offesa arrecata ad altro o un principio che non è stato rispettato, ad
una rottura con i dettami divini, connessi con la giusta parola, la
giusta azione, il giusto pensiero, ma quando accenno al peccato di
omissione di sé (in aramaico “peccare” si traduce non in
“trasgredire” ma in “mancare il bersaglio”), mi riferisco
all’incapacità di diventare se stessi, di rispondere in termini di
passione ad una vocazione, ad una “chiamata, di risplendere con
quella scintilla divina che è depositata in ognuno di noi.
“In tal senso la malattia potrebbe corrispondere ad una mancata
adesione ai propri compiti spirituali, all’incapacità del soggetto
di riconoscersi nella propria particolarità o unicità.
In tal caso il soggetto si ammalerebbe (in termini spirituali) perché
nel suo tentativo di adattarsi ad ogni cosa e situazione si affida
all’informe e all’insignificanza.
Nella tradizione ebraica il malato (inteso come l’essere malato)
viene chiamato “holi”, che si traduce in “profano”, “vuoto”,
“sabbia”, “informe”.
In altre parole, il malato (ripeto, inteso come l’essere malato)
secondo l’ebraismo e la grande tradizione chassidica, sarebbe
colui che è diventato come la sabbia, informe, dopo aver perso il
contatto con il sacro (etz haim) e con il proprio essere speciale,
diverso, originale (kadosh).
In altri termini il soggetto “malato” (in termini spirituali) sarebbe
colui che, per adattarsi al mondo o per la ricerca di una malintesa
libertà o per effetto di una fretta che l’ha condotto a fare tutto per
essere ovunque, ha perso se stesso, la propria essenza
originaria, si è desacralizzato, perdendo così il coraggio di
proclamare la propria originalità.
Tale mancanza di riconoscimento di una propria originalità si
collega al fatto che la persona non si percepisce guidato da una
passione, da una scopo, da un proposito centrale, tanto da
essere sempre in balia di dubbi, paure, incombenze marginali,
dipendenze.
Sono d’accordo con la prospettiva logoanalitica di Victor Frankl.
Se chi lotta per un fine che lo autotrascende, anche quando le cose
vanno male, non se ne preoccupa più di tanto. Anzi coglie nel
fallimento l’opportunità per trovare nuovi insegnamenti al suo
incessante progredire verso la meta, mentre chi non ha un
proposito centrale di vita dipende sempre dall’esterno, si
preoccupa in modo incessante di ogni cosa, è ossessionato
dall’idea di non farcela, si innamora di persone manipolatorie,
intraprende attività che non corrispondono ai suoi effettivi desideri
o svolge compiti per dovere che lo affaticano sempre.
Il prodigarsi su compiti non coerenti con il proprio scopo di vita,
provoca debolezza e noia.
La volontà del soggetto holi è vissuta come fatica e
coartazione, la volontà del soggetto kadosh è saggia e
gratificante, perchè i compiti che svolge non sono in funzione
dell’essere bravo, ma di una libera decisione di rispondere ad
un principio sovraordinato” (F. Nanetti, 2016).
POST IN PREVISIONE DEL PROGRAMMA SEMINARIO ON LINE DI DOMENICA 10 maggio 2020 SULA CONSAPEVOLEZZA DELLE AZIONI

CAMBIARE EMOZIONALMENTE IL PROPRIO DESTINO

® “Clinica esistenziale” Copyright (Dal saggio di Franco Nanetti “Grammatica del cambiamento”, Erickson, Trento, e “Guarire le ferite emotive” in corpo di stampa)

IL MONDO È SPECCHIO DEL NOSTRO “PROFONDO SENTIRE”

Richard Wilhelm si era trovato in un remoto villaggio cinese colpito da una tremenda siccità. Gli abitanti avevano fatto di tutto per mettervi fine, ricorrendo a preghiere e a incantesimi di ogni sorta, ma sempre invano, sicché gli anziani del villaggio avevano detto a Wilhelm che l’unica soluzione possibile era di di far venire un mago della pioggia da lontano. La cosa interessò enormemente Wilhelm, il quale era riuscito a essere presente all’arrivo del mago della pioggia. Questi, un vecchietto grinzoso, era giunto a bordo di un carro coperto. Scesone, aveva fiutato l’aria con espressione disgustata e quindi chiesto che gli fosse assegnata una capanna alla periferia del villaggio, ponendo come condizione che nessuno lo disturbasse e che il cibo gli fosse lasciato fuori dell’uscio. Per tre giorni, non se ne era saputo più nulla. Poi, il villaggio era stato svegliato da un vero e proprio diluvio; era persino nevicato, cosa del tutto insolita in quella stagione. Wilhelm, rimastone grandemente impressionato, era andato dal mago della pioggia uscito dalla sua volontaria reclusione, al quale aveva chiesto meravigliato: « Sicché, tu puoi far davvero piovere? ». Il vecchio s’era messo a ridere rispondendo che « naturalmente » non poteva far piovere affatto. « Ma finché tu non sei venuto » gli aveva fatto osservare Wilhelm « c’era una terribile siccità. Poi passano tre giorni, ed ecco che si mette a piovere ». E il vecchio: « Ma no, le
cose sono andate in tutt’altro modo. Vedi, io provengo da una regione dove tutto procede per il meglio, piove quando è necessario e fa bei tempo quando occorre, e anche la gente è a posto e in pace con se stessa, Non così invece con la gente di qui, la quale è fuori dal Tao e fuori di sé. Quando ho messo piede nel villaggio sono stato subito contagiato, per cui ho dovuto starmene da solo finché non sono tornato nel Tao, e allora com’è ovvio s’è messo a piovere. Carl Gustav Jung

Secondo Greeg Braden (2010) è “il sentimento che crea il desiderabile e l’indesiderabile”. Per la tradizione essenica, il mondo, come si desume dal racconto in esergo, è specchio del nostro “intimo sentire”, al di là delle nostre non sempre consapevoli intenzioni.

La legge universale della “risonanza” ne è una evidente dimostrazione. Se ci intratteniamo con emozioni negative, il mondo si ripropone con lo stesso volto di quello che “emozionalmente proviamo”. Se temiamo l’abbandono, veniamo abbandonati. Quello che accade fuori è uno schema che si è già manifestato dentro di noi. Per questo che in psicoanalisi e psicologia si parla di coazione a ripetere e profezia autoavverantesi. Quello a cui diamo forza emotiva dentro di noi, ha molte probabilità di compiersi. Se ci sentiamo e percepiamo incapaci, e viviamo per questo un sentimento di afflizione e sfiducia, troveremo sempre persone che ci criticheranno e giudicheranno. Se siamo incistati dentro un costante rimuginio intriso di rabbia incontreremo sempre persone che ci offenderanno con la loro aggressività e con le quali ci dovremo sempre scontrare.
Se rimaniamo inconsapevolmente concentrati sulla paura, anziché attrarre ciò che desideriamo, attraiamo ciò che temiamo. Per la Legge della risonanza, attraiamo ciò che è vibrazionalmente affine.

TRASMUTARE NELLA PACE, NELLA GIOIA E NELLA GRATITUDINE

Tutto dipende dal nostro intimo sentire. La nostra volontà è debole. Per questo se vogliamo un destino diverso, dovremo tenere conto dei sentimenti che proviamo e di come possiamo trasmutare nella pace, nella gioia, nella gratitudine, indipendentemente da quello che ci accade (F. Nanetti, 2015). Il vero appello ad una diversa realtà non reclama nulla; è una sovrabbondanza di autentica gioia che nonostante ogni difficoltà intravede un futuro diverso.

NELLA GIOIA TUTTO DIVENTA MAGIA

Se desideri che le cose cambino smetti di lamentarti. Non rimuginare su quello che non va. Se nel risentimento, nei rimpianti e nella disperazione l’energia tende a stagnare, allorchè entri nella pace e nella gioia diventi un esploratore di infinite possibilità. Quando vivi nelle emozioni del cuore diventi capace di intravedere soluzioni che fino a quel momento non avevi intravisto, e molte cose che ti apparivano impossibili diventano possibili. Gli “angeli” “paradossalmente” vengono in tuo soccorso quando continui ad amare te stesso e la vita, nonostante gli innumerevoli inciampi.

In altre parole prima sei nella gioia meglio è, anche quando le condizioni esterne non ti permettono di viverla

Franco Nanetti

Professore di ruolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico, Direttore dei Master in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, supervisore e coordinatore scientifico della Scuola Superiore in “Clinica esistenziale”. E’ autore di numerosi libri pubblicati con case editrici nazionali ed internazionali

LA CONSAPEVOLEZZA NEI MOMENTI CRUCIALI DELLA VITA

LA COMPRENSIONE DELLA CURA “ATTRAVERSO” LA MALATTIA

Scriveva Lucio Anneo Seneca: “Non tutte le tempeste arrivano per distruggerti. Alcune arrivano per pulire il tuo cammino”.

PRATICHE  DI  RISVEGLIO  INTERIORE
Come ho avuto modo di affermare nel mio recente saggio “Psicosomatica spirituale” alcuni “inciampi” esistenziali, tra cui la malattia, possono essere colti come “messaggeri divini”, che sopraggiungono per insegnarci qualcosa, “talvolta che siamo fuori rotta”. Alcune malattie (forse, non tutte!) in qualche modo ci appellano affinchè torniamo ad essere consapevoli di come con i nostri comportamenti frenetici e voraci stiamo infliggendo dolore a noi stessi e agli altri, “che abbiamo disatteso importanti compiti spirituali”.

Francesco Bacone filosofo e “profeta dell’anima e della scienza”, già cinque secoli orsono, affermava: “Quando non assecondi la natura, la natura si ribella”. Da tempo la nostra avidità, il nostro sfrenato edonismo ci hanno spinto a “consumare e sprecare tutto in eccesso”, costringendoci a “sfruttare” senza cura le risorse dell’ambiente, i nostri simili e tutti gli esseri senzienti. L’impossibilità di sentirci felici nelle piccole cose, di sentire, pensare, contemplare, ci ha reso terribilmente voraci.
UNO SGUARDO SU DI SÉ

Indipendentemente dal coronavirus “l’uomo da tempo non sta bene”. Malato di accelerazione l’uomo di oggi al cospetto di una pandemia senza cura si è trovato costretto (o almeno dovrebbe!) a chiudersi in casa. Una condanna? … o una possibilità utile finalmente per guardarsi dentro, interrogarsi sul senso della vita, valutare le priorità, meditare, leggere, ascoltare musica, creare, pregare, guarire? Sul tema dell’avidità e della fretta, riporto una breve riflessione, tratta dal mio libro “Psicosomatica spirituale”.

“Secondo i principi della medicina sacerdotale al malato prima di tutto veniva chiesto di isolarsi al fine di trovare le condizioni per tacere, ascoltare la voce di Dio, e rintracciare in essa il giusto modo di pregare, con l’intento che ogni cosa proceda nella giusta direzione per il bene di tutti”. Nel Levitico (13.46) a chiunque volesse intraprendere un percorso di guarigione, per un periodo di tempo si consigliava l’isolamento. Stante a significare che la guarigione profonda imponeva un processo di dilatazione della coscienza che aveva il suo compimento in un darsi tempo al di fuori della fretta.

La fretta è sempre generata dalla paura e per questo è foriera di disordine e distruzione.

Nel corpo malato le cellule tumorali, con la loro vorticosa riproduzione, ripropongono qualcosa che di recente gli astronomi, con il potente telescopio Hubble hanno potuto osservare nel processo di creazione e distruzione delle stelle. Tali astronomi hanno potuto verificare che la galassia NGC1427A ha intrapreso una folle corsa (due milioni di km\h) che da un lato aumenta la forza generatrice di nuove, giovani e luminosissime stelle, e che dall’altro le porta a distruzione spingendole fuori dal sistema gravitazionale, causando danni alla galassia stessa e all’intero sistema delle galassie.

Possiamo notare che tale processo ha molte analogie con quello del diffondersi della malattia neoplastica. Le cellule tumorali spinte da un daimon che vuole dare a loro freneticamente vitalità e giovinezza, impazziscono e degenerano nel sistema che le ospita, causando morte in sé e in tutto ciò che le circonda.

Nella fretta si interrompe il processo di creazione armonica per lasciare spazio ad una spirale di distruzione caotica.

Scrive Rabbi Nahman di Brazlav “La sola ragione per cui la gente si allontana da Dio e si perde, è che non sanno fermarsi per pensare nella calma e nella serenità. Se riusciamo a sederci e riflettere avremo modo di ri-orientare la nostra vita”.

Per questo in alcuni casi occorre per intraprendere un percorso di “guarigione profonda” sostare pigramente nella malattia. In ebraico “diventare pigri” (marpin atem) significa anche “state guarendo”.

Solo fermandosi è possibile ritornare alla “presenza”, per intrattenerci nella “consapevolezza che guarisce” (Andreas Winter, 2012).

Chi si precipita a rispondere al telefono appena suona, chi si catapulta da un posto all’altro per fare contemporaneamente ogni cosa, vive un senso cronico d’urgenza che è del tutto alieno alla dimensione del potere dare spazio alla “presenza”. Credo che sia arrivato il momento di renderci conto di quanto la nostra vita sia malata, e come sia arrivato il tempo di ritrovare uno sguardo che sappia mettere a fuoco tutto ciò che nella nostra esistenza in termini spirituali è stato dimenticato.

Desidero precisare che occorre tributare una sacro e devoto rispetto, e una infinita ammirazione per la medicina di urgenza praticata da medici eroi disponibili con grande competenza a salvare vite al prezzo anche di “disumani” sacrifici, con il rischio di perdere la propria.

PROLEGOMENI SULLA CULTURA DEL NARCISISMO

L’uomo che vive predando e sfruttando è diventato un “virus” che si riproduce a scapito dell’altrui vita. Impegnato a stare bene per conto proprio senza nessuna cura per gli altri, ha perso di vista la dimensione spirituale del proprio esistere. La cultura del narcisismo è diventata dilagante. Si pensi a coloro che nonostante il pericolo di un contagio pandemico, anziché evitare il contatto con gli altri, sono andati a sciare o a feste, noncuranti della diffusione del virus e delle relative conseguenze. Un giovanotto fermato dalla polizia alla domanda perché nonostante i divieti andasse in giro, ha risposto “nessuno mi può privare della mia libertà”. Mi chiedo: ma nessuno gli ha mai detto che “la propria libertà inizia e finisce dove inizia e finisce quella degli altri”. Il narcisista pensa “ciò che conta è che stia bene io e che faccia le cose che mi piacciono, possibilmente con il minimo sforzo, quello che accade agli altri non mi interessa”.

Una pletora di “adulti viziati” (e non bambini) rivendicano molti diritti e pochi doveri.

Ma le forme del narcisismo sono tante.

È cultura del narcisismo lo sfruttamento, l’utilitarismo, la prepotenza, la violenza gratuita, il successo a tutti i costi, il protagonismo coatto, l’isolamento autarchico, il culto del privato, l’esasperata ricerca del benessere personale e dell’igienismo, la mitizzazione dell’intimità, del “sentire” e del “toccarsi per svelarsi”, della liberazione emotiva, del culto del corpo e della bellezza; è cultura del narcisismo il rifiuto del dialogo e l’utilizzo non ecologico del potere sia in ambito politico che relazionale, la conquista esasperata di beni di consumo –oggetti, incontri, vacanze- che non sostituiscono e non rispondono al bisogno affettivo e sociale di contatto; è cultura del narcisismo la ricerca di una performance “frenetica” corrispondente ai ritmi produttivi della vita ma aliena ai propri autentici bisogni, lo psicologismo “intimistico” (J.Hillman, 2002) ed autoreferenziale che ha condotto l’uomo nella direzione di un disimpegno dalla politica e da ogni forma di responsabilità (alcuni psicologi hanno fondato un movimento “Lottare contro la paura”, quasi a suggerire che non bisogna avere paura, quando invece è necessario accogliere una “giusta paura” allo scopo di riflettere quali sono le modalità più appropriate per far fronte ad essa in modo responsabile).

E’ arrivato il momento di rifuggire sia dalla passività delegante (ma non dall’ozio creativo e fertile di chi sa ritirarsi per abitare se stesso), sia dalla reazione maniacale di chi nega la paura facendo una vita esente da obblighi. Non basta cantare sui balconi. È giusto coralmente applaudire e pregare chi ci aiuta. Ma oggi in modo cruciale si palesa veramente utile più di qualunque altra cosa riflettere in termini di responsabilità: “Ora che cosa posso fare io?” Una nota conclusiva. Tutti hanno consigli per tutti. Sui social c’è tutto e di più. Non lasciamo il passo alla superficialità. Ascoltiamo invece gli esperti, gli scienziati che con dedizione quotidiana, alzandosi all’alba per lavorare fino alle tarde ore della sera, fanno ricerca. Le intuizioni newaggianti lasciamole invece a coloro che non hanno mai compreso la fatica dello studio e del sacrificio, a coloro che con un frettoloso passa-parola o una frase lampo sui social si sono illusi di essere creativi nell’elargire facili moniti. E’ arrivato il momento di diventare adulti … responsabili.
NON CEDERE AL MALE Sono stato, come tutti e in tanti momenti, ferito. In tanti momenti ho subito ingiusti oltraggi. Ma non ho mai smesso di lottare nonostante tutto. In questa prospettiva vale la pena pensare che le cose non solo andranno bene, ma continueranno già fin d’ora ad andare bene.

Mi piace lasciare in conclusione a testimonianza di chi ci ha insegnato -Gesù- a non deporre mai la forza dei propri convincimenti.

Nel “discorso della montagna” Gesù rimane imperturbabile alle continue profferte del diavolo. Quando siamo radicati nei nostri principi e valori, niente ci può scalfire. Affermiamo con determinazione i nostri convincimenti, senza alcun tentennamento, senza alcuna paura.

“Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal Diavolo. Dopo quaranta giorni e quaranta notti di digiuno, ebbe fame. Il tentatore gli si accostò e disse “Se sei Figlio di Dio fa in modo che questi sassi diventino pane”. Ma egli rispose “Sta scritto “Non solo di pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Allora il diavolo condusse Gesù con sé nella città santa e dal pinnacolo del tempio gli disse “Se sei Figlio di Dio, gettati giù perchè sta scritto: ai suoi angeli darà ordini a Tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le mani”. Gesù rispose “Sta scritto: Non tentare il Signore Dio tuo”. Allora lo condusse sopra il monte e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse “Tutto questo ti darò (…) se mi adorerai”. Gesù rispose: “Vattene satana! Sta scritto “adora il Signore Dio tuo e solo a Lui rendi culto”. Il diavolo allora lo lasciò e gli Angeli si accostarono per servirlo”.

Gesù, seppur nel declino fisico, non cede mai al bisogno e alla paura. Possiamo resistere al male, e nonostante il male perseguire il bene.

“E la gente rimase a casa e lesse libri e ascoltò e si riposò e fece esercizi e fece arte e giocò e imparò nuovi modi di essere e si fermò e ascoltò più in profondità qualcuno meditava qualcuno pregava qualcuno ballava qualcuno incontrò la propria ombra e la gente cominciò a pensare in modo differente e la gente guarì. E nell’assenza di gente che viveva in modi ignoranti pericolosi senza senso e senza cuore, anche la terra cominciò a guarire e quando il pericolo finì e la gente si ritrovò si addolorarono per i morti e fecero nuove scelte e sognarono nuove visioni e crearono nuovi modi di vivere e guarirono completamente la terra così come erano guariti loro”.

Kathleen O’Meara (da definire il riferimento storico)

© Copyright “Clinica esistenziale” (liberamente tratto dai saggi di Franco Nanetti, “Psicosomatica spirituale, Pendragon, Bologna, 2017 e Narcisismi, Pendragon, Bologna, 2015) Franco Nanetti Professore di ruolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico, Direttore dei Master in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, supervisore e coordinatore scientifico della Scuola Superiore in “Clinica esistenziale”. E’ autore di numerosi libri pubblicati con case editrici nazionali ed internazionali.

VIVERE IL PRESENTE È UN ATTO RIVOLUZIONARIO “NIENTE FANGO, NIENTE LOTO”

La consapevolezza è un tesoro nascosto M.Joad

Nella frenesia ci allontaniamo da ogni forma di consapevolezza.Siamo compulsivi. Corriamo non perché abbiamo una meta, me perchè non sappiamo non correre. Per allenarsi alla consapevolezza occorre fermarsi, smettere di essere ovunque, di fare ogni cosa  confondendo il superfluo con l’essenziale, occorre smettere di perdersi nel rimuginio dove sei pensato dai tuoi pensieri, occorre smettere di catapultarsi ansiosamente nel futuro illudendosi che la felicità sia dopo l’adesso; per allenarsi alla consapevolezza occorre fermare la corsa per arrendersi, pacificarci, accettare ciò che emerge, vivere il presente. Se nella frenesia perdiamo ogni contatto con il nostro mondo interiore, fermandoci in uno stato dove rimaniamo semplici testimoni del flusso dell’impermanenza, diventiamo capaci di vedere ed intravedere, di trovare maggiore nitidezza quello che realmente si prova, si immagina, si pensa, si vuole.Quando al cospetto di difficoltà e paure troviamo la forza del Sì, troviamo la forza di un sentimento di una pace che osserva ed accoglie, lì c’è la luce della consapevolezza. Solo a partire da una accettazione incondizionata è possibile osservare il flusso cangiante dell’esperienza, vedere la nascita, la crescita, il completo sviluppo di tutti i fenomeni, è possibile vedere come molti fenomeni che ritenevamo separati di fatto sono interdipendenti, è possibile comprendere le più autentiche ragioni e le più autentiche aspirazioni. Per fare ciò occorre imparare ad osservare senza alcun giudizio, senza alcuna presunta ricerca di oggettività e imparzialità, senza nessuna volontà di cambiare il corso degli eventi, senza alcuna aspettativa, “senza memoria e senza desiderio” (W. Bion, 1970). Come scrive Anthony de Mello: “Potresti farti male” .

Il paradiso, dicono i maestri di spiritualità, è nell’adesso.

Scrive Thich Nhat Hanh (2013): “Di tanto in tanto prenditi cinque minuti per la vita. Vivi il momento presente”.

L’impossibilità di vivere il momento presente ti impedisce di prestare ascolto alle tue necessità, di esaminare la realtà con chiarezza e far fronte con saggezza ai momenti difficili. Spesso per non sentire il dolore e per evitare di conoscerti e comprendere la vita in profondità ed ampiezza fai un’infinità di cose senza mai vivere il momento presente. “Un giorno un vecchio contadino, stanco delle inclemenze del tempo, chiese ardentemente a Dio di donargli pioggia, vento e sole nella giusta misura. Il frumento crebbe rigoglioso. Ma al momento del raccolto ebbe una sgradevole sorpresa: “I chicchi erano vuoti.” Chiese a Dio il perché di tutto ciò. Così rispose: “Senza sfida e senza sforzo, il frumento è sterile. Tuoni e fulmini sono necessari per l’anima”. Accetta quello che accade nel momento presente.

Non rifuggire il dolore.

Il dolore è universale.

La vita è gioia e dolore.

“Niente fango, niente loto”

Non serve opporsi.

Il non accettare il dolore crea una sofferenza superflua, che limita la consapevolezza. Potrai vedere molte cose “ulteriori” quando saprai accettare quello che accade.Tutto sta nel sapere il momento presente.Non serve proteggerci ad oltranza. Il vero potere nell’ “adesso” (E. Tolle, 2011).

Un proverbio indiano dice: “Se avessimo protetto i canyon dalla tempesta, non potremmo ammirare la bellezza delle fenditure”. Per questo, non lamentarti di nulla, non opporti, non reagire mai con rabbia, non inveire, e neppure recriminare. Alcuni dicono: “Ma al cospetto di certi momenti di profonda disperazione in cui non si prospetta nulla di buono all’orizzonte, come si può fare?”. Certo non è sempre facile accettare quello che accade. Ma il rimuginarci sopra, il lamentarsi, il farsi sovrastare da emozioni e pensieri negativi, non porta nulla di buono. Scrive Thich Nhat Hanh: “Se perdi un lavoro o prevale l’idea di non mangiare a sufficienza o non avere le medicine indispensabili, è normale  avere paura, ma il rimuginarci sopra non ci consente di cambiare nulla” Così vale per ogni cosa che ti accade. Se fai un errore, non inveire contro te stesso. Accetta l’errore, senza indulgere in inutili pensieri nell’intento di volere essere diverso. Se entri un uno stato di depressione, sconfortato dall’idea di non farcela o che non ci sia speranza al cospetto di una grave perdita, non opporti a quello che provi. Potrai trovare una risposta alla tua depressione se l’accetti senza crogiolarti in essa. Non puoi osservare qualcosa di cui rifiuti l’esistenza. Se qualcuno ti offende e cedi ad una rabbia fuori controllo, non potrai mai arrivare alla soluzione del problema. Se invece saprai osservare senza reagire potrai renderti conto che quell’ offesa prima di essere nelle parole dell’altro era già dentro di te, che c’è qualcosa di iscritto nel tuo passato che attende di essere esaminato. Potrebbe anche essere che l’altro per invidia o competizione o qualche altra sua debolezza desideri inconsapevolmente trascinarti verso il basso. Tu non reagire. Non volerlo cambiare e neppure aiutare. Il volere cambiare l’altro non ti porterà che a subirlo sempre di più.

Se lui non vuole cambiare, tu non puoi fare nulla.Puoi solo a partire da uno stato d’animo pacificato, chiedigli : “Quale soluzione intravedi? … Che cosa posso fare per te?”

Ricordati la consapevolezza è un’attenzione imparziale che non prende posizione, che non fa preferenze, che non dice “Questo Sì e questo No”, perchè tutto è necessario affinchè tu possa apprendere qualcosa di nuovo. Dal momento in cui accetterai ogni cosa che emerge senza opporti, potrai senza perderti nei dettagli trovare una visione dell’insieme e delle relative connessioni, potrai intuire l’essenziale delle cose, potrai vedere che tutto si dipana in un gioco di antinomie non escludentesi, dove nel male c’è anche il bene, nella vita c’è anche la morte, nella salute c’è anche la malattia, nella gioia c’è anche il dolore e viceversa. Perchè ogni opposto necessita del suo contrario. Con la presenza mentale puoi diventare consapevole di tutto quello che accade, senza rimanere concentrato su ciò che ti affligge. Anche nei momenti difficili potrai intravedere la luce. Scrive Thich Nhat Hanh con emblematica forza poetica: “Le ostriche, che vivono nelle profondità marine non hanno occhi: non hanno mai visto il cielo blu, né le stelle. Noi abbiamo occhi, possiamo vedere lo splendido cielo sopra di noi, ma spesso lo ignoriamo. Se sei capace di essere presente a te stesso non sarai mai infelice. Apprezza quel caleidoscopio di vita per quello che la vita è. E’ meraviglioso avere gli occhi in buone condizioni. Hai a tua disposizione un paradiso di forme e colori, che chi è diventato cieco non ha. Impara a vivere il momento presente cercando di assaporare la bellezza della vita per quello che è, rimanendo in contatto con ciò che provi,  accettando quello che accade come un’occasione straordinaria e indispensabile per imparare ciò che è necessario ancora apprendere.

(…) Se ti alzi al mattino assapora il sole che ti scalda e l’aria pura che respiri. Lasciati assorbire dalla bellezza che ti circonda, sii cosciente di ogni cosa, sii mentre cammini consapevole dei sentimenti che emergono e delle immagini che ti accompagnano. Osserva tutto ciò che accade assumendo un atteggiamento non giudicante.

Pratica la consapevolezza, concentrandoti sul fluire del tuo respiro in ogni circostanza, anche nei momenti più impensati.

Non sentire ciò come un peso. Potrai con il tempo, esercitandoti quotidianamente, godere di qualsiasi cosa tu stia facendo e di qualsiasi cosa emerge dentro di te”.

Afferma Luis Erlin (2013): “Quando le pene ti soffocano, torna alla vita, gioisci, respira”.Ascoltando il tuo respiro ti connetterai con l’eterno.La sofferenza diventerà superflua.

“Clinica esistenziale®” Copyright (Dal saggio in corpo di stampa di Franco Nanetti “Guarire le ferite emotive”)

Franco Nanetti

Professore di ruolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico,Direttore dei Master in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, supervisore e coordinatore scientifico della Scuola Superiore in “Clinica esistenziale”. E’ autore di numerosi libri pubblicati con case editrici nazionali ed internazionali.

IL DOLORE È OVUNQUE

(contributo liberamente tratto dai saggi di Franco Nanetti dal titolo “Il risveglio della coscienza”, Pendragon, Bologna, 2015, “Percorsi di senso”, Aipac, Pesaro, 2017, e “Psicologia spirituale” in corso di stampa)

Tutta la nostra cultura si sta sempre di più concentrando nel volere rimuovere ciò, che i filosofi esistenzialisti, chiamano i nuclei tragici dell’esistenza: come l’abbandono, la malattia, la vecchiaia, la paura della morte, il dolore della finitezza. Ma questo sogno di un’onnipotenza inaccettabile avrà gravi conseguenze. Anche se siamo soliti percepire ogni dolore come impedimento, non dobbiamo dimenticare che è nel dolore, nella situazione limite, nell’esperienza del naufragio, nell’abisso del nulla e della colpa, nel fallimento che l’uomo incontra se stesso, si realizza e affronta cambiamenti, e in casi particolari sperimenta l’autotrascendenza. L’opera del grande tragediografo greco Sofocle, dal titolo Filottete, ci ricorda i rapporti di connessione inseparabile tra condizione di vulnerabilità e sviluppo delle capacità conoscitive, “strategiche” e spirituali della persona. Filottete, così narra la tragedia, vittima di una malattia mostruosa e pestifera, viene esiliato dall’isola di Lemno. Ma l’infermo Filottete è anche possessore di un oggetto potente e pericoloso, l’arco di Eracle, che può consentire la salvezza dei greci in difficoltà durante la guerra di Troia. I greci possono ottenere l’arma irresistibile solo a patto di accettare -oggi si direbbe accogliere ed integrare- il suo mostruoso possessore. Solo la prospettiva di accettare i nostri limiti –fuori e dentro di noi-, ci rende capaci di osare prospettive ulteriori. Si è creativi o “sanamente visionari” quando si smette di resistere e di sforzarsi di volere essere più forti del dolore e della stessa vita. Quando L’Ego si contrappone a qualcuno o qualcosa, non si vede più la vastità, si perde di vista il Sé universale, non si ha più la percezione che Dio è ovunque, si diventa carenti di epistemologia. Solo se accettiamo la mancanza. La fragilità, l’essere vulnerabili senza essere frenetici e reattivi, diventiamo “visionari”, capaci di trovare, seppur nel dolore, nuove squarci di luce. Come afferma Stephen Levine (2006): “Solo quando ci liberiamo della reazione oppositiva sappiamo sentire le voci che vengono da altre stanze”.“Solo con la capacità di accogliere e modulare il dolore mentale, sostengono gli psicoanalisti Bion (1962) Meltzer (1968), Harris (1983) si sviluppa la possibilità di conoscere e apprendere il nuovo”. L’intransigenza al dolore ci rende ottusi. In termini pedagogici si potrebbe affermare che i “viziati” protesi ad evitare ogni frustrazione diventano “viziosi”, con pochi dardi nella faretra cognitiva. L’Ego che si contrappone al dolore come ad un nemico, perde di vista il mondo delle possibilità e dello sguardo visionario. IL DOLORE PIÙ DOLOROSO È IL DOLORE INASCOLTATO . Il dolore va accettato, ascoltato e quando è possibile condiviso. “Nulla, scrive Stephen Levine (2006) con poetico folgore, è più naturale del dolore, nessuna emozione più comune della nostra esperienza quotidiana, ma se il dolore rimane inascoltato disturberà il sonno ed infesterà i sogni, trasformerà le relazioni umane in un luogo dove nascondersi anziché aprirsi”. Non serve voltare le spalle al dolore, volerlo insistentemente eliminare. Il dolore trascurato, negato, respinto, irrigidisce il corpo e la mente, diventa insopportabile, totalmente inutile, “insulso”. Ci sono tanti modi per evitare il dolore, e così intensificarlo: il far finta di niente, la banalizzazione della realtà, la superficialità apparentemente giocosa ma mai gioiosa, l’ingordigia o saccheggio ossessivo delle cose, la contrapposizione rabbiosa, la lamentazione vittimistica. Il giocarsi la vita nell’insulsa esuberanza o nel rimuginare sulle proprie sventure parlandone incessantemente, o nel distrarsi con il divertimento coatto e ridanciano, o nel diventare critici ed oppositivi, o nella dipendenza da qualcuno o da una sostanza, cibo compreso, potrebbero essere modi per negare il dolore stesso o nasconderlo.

IL CORAGGIO DELLA RESA

La guerra al dolore crea nuovo dolore. Si tratta di trovare il coraggio della resa. Ci vuole coraggio per aprire il cuore anche quando si è nell’inferno, schiacciati dalla paura di non farcela. Ma non c’è alternativa! Il vero coraggio non è reagire al dolore, non è scappare o entrare in guerra, nè volerlo capire o passivizzari al suo cospetto, ma è aprire il cuore, è tornare alla vita, lasciandolo fluire. Aprire il cuore al dolore è semplicemente andargli incontro senza disprezzo. “Il fare pace con il dolore” ci rende “compassionevoli”. Così scrive ancora con incisiva chiarezza Stephen Lèvine: “Meno siamo in grado di ammorbidirci al dolore, meno riusciremo ad andare incontro a noi stessi e agli altri con compassione. Non servono i buoni propositi di pace con gli altri finchè si è intransigenti con se stessi, in quanto finchè si vuole fare guerra al proprio dolore, finchè non lo si vuole accettare e condividere, finchè non si vuole accogliere i suoi insegnamenti, siamo in guerra con l’intero mondo”. Accogliere il dolore non significa subirlo con rabbiosa resistenza nei suoi eccessi, né sostare masochisticamente in esso.

Accettare il dolore non significa dovere soffrire.