ARTICOLI DI FRANCO NANETTI

LA LEGGE DELL’AMORE

LUGLIO AGOSTO 2019

©Copyright “Clinica esistenziale”
(contributo liberamente ampliato e nuovamente elaborato a partire dal saggio di Franco Nanetti, già in parte pubblicato in “Grammatica del cambiamento”, Edizioni Erickson, Trento, 2017)

L’amore è un vagabondo che può far fiorire i suoi fiori ai margini di ogni via
Tagore

Che cosa è l’amore?
Un mistero.
E’ difficile circoscriverlo in una cornice di parole.
Scrive San Paolo: “L’amore genera tutte le cose”.
Parlare d’amore è celebrare un segreto impenetrabile.
Dante vide nell’amore la forza che permea il fluire di tutto e delle cose del mondo,
poiché esso “muove il sole e le altre stelle”.
L’amore è la forza che attrae le stelle, che fa muovere le entità minimali dell’atomo
fuori dai criteri usuali di spazio e tempo, è l’energia che ci indica il mistero delle cose umane e dell’universo.
E’qualcosa di divino che tiene in vita tutto. In esso la morte è prepotentemente negata (da un punto di vista etimologico il termine “amore” rimanda al significato di a-mors, ossia assenza di morte).
Secondo gli insegnamenti chassidici la perfezione e l’unificazione con Dio
dipendono dall’amore tra gli uomini.
Dio nel desiderio di essere amato irradiò da Sé le sfere della creazione, della separazione dal mondo, della materia e della forma, e oggi ogni volta che l’uomo ama un altro uomo, nel suo atto d’amore, si rivolge a Dio.
La legge universale dell’amore ci dice che esso si manifesta, seppur talora
nascondendosi, ovunque, anche dove ad un primo momento si potrebbe percepire il suo opposto.
L’amore si svela e si cela nella manifestazione di ogni cosa.
Alcuni dicono “L’amore non esiste, mi fa troppo soffrire”.
In realtà coloro che dicono ciò non parlano di amore autentico, ma di un illusione egoica.
“Il loro cuore, direbbe Osho, non è traboccante d’amore, ma è famelico e
rivendicativo”.
La legge dell’amore ci dice che esso può essere in qualsiasi momento sempre sorgivo. A un patto, però. Che non si rinunci mai ad un lavoro di consapevolezza profonda su noi stessi, affinché l’amore autentico non sia mai confuso con il falso amore.

LE FORME DELL’AMORE

Grande dubbio, grande illuminazione
Massima Zen

Alla luce del modo in cui sperimentiamo l’incontro con l’altro, abbiamo tre modi di amare o tre fondamentali forme dell’amore (F. Nanetti, 2007, 2009, 2013)

1)un amore infantile o falso amore centrato sulla logica del bisogno, che nasce dalla paura eccessiva e da un intenso sentimento di mancanza, e dal bisogno di compensarli attraverso l’iperprotezione, la dipendenza, il possesso, il potere, la violenza, il controllo, la manipolazione dell’altro, la pretesa;

2)un amore autentico centrato sulla logica del desiderio, che è passione,
responsabilità di un Io verso un Tu, libertà, intimità, rispetto, ascolto che si
alimenta nell’incontro autentico, che non vuole necessariamente vincoli e che non esercita alcuna pressione.
Questo tipo di amore non genera dipendenza poiché è sostenuto dalla forza
inestricabile del desiderio, dell’onestà, della compassione, e dell’accettazione incondizionata che rende plausibile l’antinomia tra libertà e intimità.

OGNI PRETESA VERSO L’ALTRO TRASFORMA L’AMORE IN DOMINIO

La pretesa mette in scacco l’amore.
Nella pretesa l’altro viene privato della libertà il quale, non potendo più porsi in ascolto del proprio desiderio, sarà sempre più propenso a compiacere o contrastare ogni aspettativa.
Ma la pretesa non solo priva l’altro della propria libertà, ma mette anche se
stessi in uno stato di angosciate confusione.
Il forzare l’altro a desiderarci, ci impedisce sia di avere chiarezza di chi è l’altro al di fuori delle nostre aspettative, sia di che cosa “veramente vogliamo e realmente possiamo ottenere”.

“Immagina di porre di fronte a te il tuo partner da cui esigi qualcosa.
Guardalo negli occhi, e dopo una pausa di silenzio, digli: “Tu vai bene come sei.
Pensiamo e facciamo cose diverse, perché diversi sono i nostri destini.
Anche se ognuno rimane se stesso, potremo a livello molto più profondo rimanere uniti.
Io accolgo la tua libertà … e la mia libertà”.

3)un amore spirituale centrato sulla logica della vastità (S. Levine, 2001), che è compassione e religiosità dell’esserci, apertura di cuore per ogni realtà vivente, comunione, salvezza dalla paura, amore assoluto ed incondizionato, senza limiti, senza confini, senza negoziazione, senza Ego, senza morte (amore= a-mors = senza morte).

L’amore centrato sul bisogno o amore infantile è sempre conseguente alla nostra incompletezza e alla paura.
Dal momento che non ci piacciamo abbastanza e temiamo di non valere, abbiamo bisogno dell’altro che ci appartenga per poterci piacere o per sentirci al sicuro al cospetto della paura della solitudine. Tale tipo di amore, centrato sul bisogno e sulla dipendenza, non fa altro che ampliare la paura e creare violenza, nella forma diretta
attraverso il dominio, la gelosia e la pretesa, o nella forma indiretta tramite la manipolazione, il vittimismo, la sollecitudine eccessiva, l’atteggiamento
elemosinante e ricattatorio (“Senza di te non esisto più”), l’idealizzazione
adorante.

L’amore infantile o amore dipendente si basa sull’idea che è necessario essere amati per potere sopravvivere, sulla pretesa di venire amati per sentirsi amabili.
La pretesa di essere amati non ha niente a che fare con l’amore.
Innamorarsi di una persona che non ci ama e mettere in atto comportamenti volti ad esigere che ci ami è un atto di profondo egoismo.
Se l’amore centrato sul bisogno obbliga l’altro ad amarci, l’amore autentico
centrato sulla logica del desiderio o amore adulto, invoca l’amore ma non lo pretende, nella consapevolezza che l’amore non lo si può comprare, non lo si può pietire, non lo si può imporre, lo si può solo conquistare.
Mentre chi ama secondo la logica del bisogno non cerca la vicinanza dell’altro, ma il suo possesso, chi ama secondo la logica del desiderio vuole approssimarsi all’altro senza mai raggiungerlo.
Se l’amore infantile o falso amore, tipico della persona dipendente, è
“appropriazione” dell’altro (“il partner deve assolutamente soddisfare le mie necessità”), è un bisogno ossessivo e predatorio di possederlo, è predatorio, non vuole il bene dell’altro ma la sua dipendenza, l’amore autentico o adulto si basa sulla consapevolezza che il desiderio del Sì riconosca la libertà dell’altro di rispondervi senza alcuna coercizione, e sulla capacità di sostare sia nell’intimità che nell’autonomia.

L’amore spirituale è di tutt’altra natura.
Mentre sia l’amore centrato sul bisogno (come pretesa) che sul desiderio (come appello), sono l’esito di patti politici, di possibili negoziazioni, compromessi, accomodamenti, mediazioni con l’alterità, l’amore spirituale è uno stato di “re- ligiosità” che non chiede vincoli ma che, generato da un atteggiamento di profonda consapevolezza dell’Unità, come l’amore di Gesù o del Buddha, non si dà ad uno specifico altro ma si offre, incondizionato, per pura gioia.
L’amore spirituale è sperimentazione pura, slancio interno che non ha un
destinatario ma che abbraccia ogni realtà vivente, è simultaneo, è un sentirsi in intimità con noi stessi, con gli altri, con gli animali, con la natura, con il cosmo, con Dio in una sorta di sincronicità senza tempo e senza spazio; il suo unico ed esclusivo scopo risiede in una più ampia connessione e compartecipazione con il tutto.
L’amore spirituale, infatti, non è una trattativa, non vuole il possesso dell’oggetto d’amore, è intriso di conseguità (E. Fromm, 1960).
Chi sperimenta questo tipo di amore, ama tutto e tutti, il prossimo e il distante, l’amico ed il nemico, ciò che gli appartiene e ciò che non gli appartiene.
Se nell’amore autentico vi è reciprocità tra il dare ed il ricevere, nell’amore spirituale vi è simultaneità.
La simultaneità non si basa sulla fiducia ma sull’affidarsi, sulla capacità di
vivere il dare ed il ricevere come un unico atto.
Se gravito nell’amore spirituale, nel momento in cui ricevo percepisco il piacere di affidarmi al mio donatore, e nel momento in cui offro il mio dono percepisco similmente il piacere di ricevere, perché, affidandomi e non innalzandomi ad una posizione di superiorità, colgo il mio dare come semplice e naturale apertura di cuore.
Nell’amore spirituale non c’è separatività e condanna: si è sempre consapevoli del proprio essere “complici della necessità del bene e del male”.
Questo non significa indifferenza o accettare tutto senza distinzione. Chi transita nell’amore spirituale non si compromette con il male, ma neppure si contrappone ad esso con intransigenza. E’ consapevole dei propri “debiti karmici” e dei propri errori,
e per questo il suo sguardo su ogni cosa si nutre di tenerezza, compassione e tolleranza, anche se al momento opportuno ci si può allontanare e separare dall’oggetto d’amore.
Nell’amore spirituale amiamo la vita, i nostri nemici, il destino che ci è stato consegnato, anche se tormentato da tradimenti, fallimenti, abbandoni, malattie.
Nell’amore spirituale tutto è perfetto.
Non c’è nulla da reclamare di diverso.
Quando si è in questo stato di grazia si vive nell’abbondanza e nella gioia.

Un caro saluto
Franco Nanetti

IL DOLORE È OVUNQUE

LUGLIO 2019

©Copyright “Clinica esistenziale”
(contributo liberamente tratto dai saggi di Franco Nanetti dal titolo “Il risveglio della coscienza”, Pendragon, Bologna, 2015, “Percorsi di senso”,
Aipac, Pesaro, 2017, e “Psicologia spirituale” in corso di stampa)

Non esiste un’umanità indenne da ferite emotive e traumi, dolori, sconfitte,
guerre, carestie, malattie incurabili, ingiustizie e violenze.
Il dolore è ovunque.
Un giorno otto rabbini si trovarono a commentare un versetto assidico che
in sintesi diceva “La sofferenza è grazia”. Dopo molto dibattere non
trovarono alcuna risposta soddisfacente, allora uno dei rabbini suggerì di
andare a trovare fuori dalla città un certo Jonathan, che nonostante le precarie condizioni di salute, la povertà, la morte del figlio e la sua grande sfortuna, non perdeva mai occasione per cantare le lodi a Dio.
Gli otto rabbini dopo lungo camminare arrivarono alla povera fattoria dove lui in uno stato di totale indigenza viveva con la moglie.
Jonathan dopo il rituale di benvenuto, li invitò a dividere con lui e la
moglie la modesta cena.
Naturalmente i rabbini, vedendo quanto fosse povero nonostante la
generosità nell’offrire, cercarono di rifiutare.
Jonathan, tuttavia con dolcezza insistette, finchè durante la cena si spinse a
chiedere la ragione della loro visita.
Loro dissero che non erano stati capaci di comprendere il versetto assidico
“La sofferenza è grazia” e volevano sapere se lui potesse chiarirne il
significato, dal momento che le sue cattive condizioni di salute, la perdita
del figlio e di ogni bene, non l’avevano mai privato della gioia di cantare
lodi a Dio.
Jonathan non si fece attendere nella risposta e disse: “Mi dispiace che
abbiate fatto tanta strada ma io non posso aiutarvi.
Avete scelto l’uomo sbagliato a cui fare questa domanda.
“Io non sto soffrendo”.

LA PILLOLA CHE SCOLORA LA VITA

Un gruppo di scienziati e neuropsichiatri canadesi, francesi, americani, tra
cui spicca il nome di Roger Pitmann, di recente ha messo a punto la
cosiddetta pillola dell’oblio, capace, sembrerebbe almeno in parte, di
eliminare ricordi traumatici, come violenze, stupri, orrori di guerra, lutti
insuperabili, amori falliti, e riportare coloro che ne faranno uso “ad
un’esistenza accettabile”.
“L’intento- come scrisse Massimo Fini (2007) – sembrò lodevole, ma
demenziale negli esiti”. Lo conferma proprio l’esperimento stesso fatto sui
topi, i quali, dopo che gli era stata somministrata la pillola dell’oblio,
continuavano a muoversi liberamente in ambienti dove venivano attivate
scariche elettriche come se non accadesse nulla.
I ratti avevano cancellato la prospettiva del pericolo, compromettendo la
loro stessa sopravvivenza.
Il bambino che mette la mano sul fuoco e si brucia, la seconda volta non lo
farà più.
Il ricordo del dolore è un fattore essenziale per sottrarsi alla morte, non
solo della specie umana ma per ogni specie.
Il volerci preservare dall’angoscia con lobotomie chimiche o di altra
natura, non fa nient’altro che rimettere in gioco la nostra sopravvivenza, il
potere di determinare il nostro futuro e la nostra evoluzione spirituale.

SENZA “INFERMITÀ” NON C’È SPIRITUALITÀ

Tutta la nostra cultura si sta sempre di più concentrando nel volere
rimuovere ciò, che i filosofi esistenzialisti, chiamano i nuclei tragici
dell’esistenza: come l’abbandono, la malattia, la vecchiaia, la paura della
morte, il dolore della finitezza.
Ma questo sogno di un’onnipotenza inaccettabile avrà gravi conseguenze.
Anche se siamo soliti percepire ogni dolore come impedimento, non
dobbiamo dimenticare che è nel dolore, nella situazione limite,
nell’esperienza del naufragio, nell’abisso del nulla e della colpa, nel
fallimento che l’uomo incontra se stesso, si realizza e affronta
cambiamenti, e in casi particolari sperimenta l’autotrascendenza.
L’opera del grande tragediografo greco Sofocle, dal titolo Filottete, ci
ricorda i rapporti di connessione inseparabile tra condizione di
vulnerabilità e sviluppo delle capacità conoscitive, “strategiche” e
spirituali della persona.
Filottete, così narra la tragedia, vittima di una malattia mostruosa e
pestifera, viene esiliato dall’isola di Lemno. Ma l’infermo Filottete è anche
possessore di un oggetto potente e pericoloso, l’arco di Eracle, che può
consentire la salvezza dei greci in difficoltà durante la guerra di Troia.
I greci possono ottenere l’arma irresistibile solo a patto di accettare -oggi
si direbbe accogliere ed integrare- il suo mostruoso possessore.
Solo la prospettiva di accettare i nostri limiti –fuori e dentro di noi-, ci
rende capaci di osare prospettive ulteriori.
Si è creativi o “sanamente visionari” quando si smette di resistere e di
sforzarsi di volere essere più forti del dolore e della stessa vita.
Quando L’Ego si contrappone a qualcuno o qualcosa, non si vede più la
vastità, si perde di vista il Sé universale, non si ha più la percezione che
Dio è ovunque, si diventa carenti di epistemologia.
Solo se accettiamo la mancanza senza essere frenetici e reattivi,
diventiamo “visionari”, capaci di trovare, seppur nel dolore, nuove squarci
di luce.
Come afferma Stephen Levine (2006): “Solo quando ci liberiamo della
reazione oppositiva sappiamo sentire le voci che vengono da altre stanze”.
“Solo con la capacità di accogliere e modulare il dolore mentale,
sostengono gli psicoanalisti Bion (1962) Meltzer (1968), Harris (1983) si
sviluppa la possibilità di conoscere e apprendere il nuovo”.
L’intransigenza al dolore ci rende ottusi.
In termini pedagogici si potrebbe affermare che i “viziati” protesi ad
evitare ogni frustrazione diventano “viziosi”, con pochi dardi nella faretra
cognitiva.
L’Ego che si contrappone al dolore come ad un nemico, perde di vista il
mondo delle possibilità.

IL DOLORE PIÙ DOLOROSO È IL DOLORE INASCOLTATO

Il dolore va accettato, ascoltato e quando è possibile condiviso.
“Nulla, scrive Stephen Levine (2006) con poetico folgore, è più naturale
del dolore, nessuna emozione più comune della nostra esperienza
quotidiana, ma se il dolore rimane inascoltato disturberà il sonno ed infesterà i sogni, trasformerà le relazioni umane in un luogo dove
nascondersi anziché aprirsi”.
Non serve voltare le spalle al dolore, volerlo insistentemente eliminare.
Il dolore trascurato, negato, respinto, irrigidisce il corpo e la mente,
diventa insopportabile, totalmente inutile, “insulso”.

Ci sono tanti modi per evitare il dolore, e così intensificarlo: il far finta
di niente, la banalizzazione della realtà, la superficialità apparentemente
giocosa ma mai gioiosa, l’ingordigia o saccheggio ossessivo delle cose, la
contrapposizione rabbiosa, la lamentazione vittimistica.
Il giocarsi la vita nell’insulsa esuberanza o nel rimuginare sulle proprie
sventure parlandone incessantemente, o nel distrarsi con il divertimento
coatto e ridanciano, o nel diventare critici ed oppositivi, o nella dipendenza
da qualcuno o da una sostanza, cibo compreso, potrebbero essere modi per
negare il dolore stesso o nasconderlo.

IL CORAGGIO DELLA RESA

Resistere al dolore è chiudere il cuore e la mente alla visione di ogni
alternativa, intensificando il dolore stesso.
La guerra al dolore crea nuovo dolore.
Si tratta di trovare il coraggio della resa.
Ci vuole coraggio per aprire il cuore anche quando si è nell’inferno,
schiacciati dalla paura di non farcela.
Ma non c’è alternativa!
Il vero coraggio non è reagire al dolore, non è scappare o entrare in guerra,
nè volerlo capire o passivizzari al suo cospetto, ma è aprire il cuore, è
tornare alla vita, lasciandola fluire.
Aprire il cuore al dolore è semplicemente andargli incontro senza
disprezzo.

FERMARE LA GUERRA

“Il fare pace con il dolore” ci rende “compassionevoli”.
Il potere integrare il dolore nel nostro cuore ci consegna all’esperienza
dell’empatia attiva, presenti alla dimensione di una comunanza che non
condanna. Così scrive ancora con incisiva chiarezza Stephen Lèvine: “Meno siamo in
grado di ammorbidirci al dolore, meno riusciremo ad andare incontro a noi
stessi e agli altri con compassione.
Non servono i buoni propositi di pace con gli altri finchè si è intransigenti
con se stessi, in quanto finchè si vuole fare guerra al proprio dolore, finchè
non lo si vuole accettare e condividere, finchè non si vuole accogliere i
suoi insegnamenti, siamo in guerra con l’intero mondo.
La guerra è essere in perenne opposizione.
Guerra significa “questo mi piace e non mi piace”, per tutto il giorno,
istante dopo istante.
La superiorità è guerra, l’inferiorità è guerra. Nel nostro mondo interiore,
come nel mondo esterno, il paradiso e l’inferno si contendono la nostra
approvazione. E il cuore, straziato dalla guerra, implora la pace, un
momento di pace.
Quando noi entriamo con il cuore nella paura, nel dolore e nella rabbia, noi
fermiamo la guerra.”.

FARE PACE CON IL DOLORE

Occorre che impariamo a far fronte al dolore, accettarlo, condividerlo,
evitando di irrigidirci sia in una falsa maschera di forza o di
esuberante goliardia sia di lamentoso vittimismo.
In questa prospettiva Stephen Levine (2006) indica tre passi per
imparare a fare pace con il dolore.
Il primo consiste nell’ ammorbidirsi al dolore, portando l’attenzione a
tutte le sensazioni che si collegano al dolore stesso, la mascella irrigidita,
la durezza dell’addome, la contrazione del respiro, per indurre un processo
di allentamento della tensione nel corpo (il dolore è sempre un processo di
estraniazione dal corpo).
Così suggerisce: “durante il dolore fisico e mentale, lasciate andare la
rigidità che si è impossessata del ventre; mentre il respiro, uno dopo
l’altro, si fa più leggero, ammorbidite la carne, il tessuto muscolare, i
tendini, scoprite la potenza di alleviare, strato dopo strato, ogni zona del
corpo e della mente che richiede pace”.
Il secondo passo si concentra sulla “compassione che guarisce”.
Le sensazioni di dolore nella mente e/o nel corpo ricevono un’accoglienza
morbida anziché avversione, gentilezza anziché rifiuto, benevolenza
anziché ostilità od indifferenza. Il terzo passo è integrare il dolore nel proprio cuore, “coltivando il
perdono e la gratitudine” anche nei confronti di ciò che appare
insopportabile.
Voglio precisare che ammorbidirsi al dolore non significa rinunciare alle
cure palliative.
Secondo determinate necessità va bene il dolore e vanno bene gli
antidolorifici.
Ammorbidirsi al dolore è anche aprirsi ad opposti non contrapposti.
Accogliere il dolore non significa subirlo con rabbiosa resistenza nei suoi
eccessi, né sostare masochisticamente in esso.
In altri termini impara ad ammorbidirti al dolore dando spazio al dolore
stesso senza mai diventare ostile né innamorarti della tua sofferenza.

VIVERE NELLA GIOIA NONOSTANTE IL DOLORE

Scriveva il poeta Gino Zaccaria: “Il vivente é dolore, importante é che il dolore diventi dolore felice”
Accogliere il dolore non significa rinunciare alla gioia.
Affermava Barrie Simmons (1986) “La gioia mi riconcilia con il dolore e
con la morte.
Nella misura in cui ho vissuto posso permettermi di morire.
Se considero la mia vita insufficiente, scialba, sfortunata, non voglio
lasciarla, insisto a vivere di più, per avere più occasioni, più opportunità,
più risarcimenti. Se posso vivere la vita con pienezza, con gioia e pace
(nonostante il dolore), posso separarmi serenamente e con soddisfazione,
con gratitudine posso consegnarmi alla morte”.

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE

La grande paura dell’enneatipo sette è di non saper far fronte al dolore. Da
qui la sua solerte tendenza -quasi compulsiva- a vivere in un piacere,
libero da ogni sofferenza, inquietudine e tristezza.
Ma senza dolore si corre disordinatamente sulla superficie delle cose.
Finchè non ci addestriamo a vivere anche il dolore con gioia, la vita rischia
di rimanere piatta ed insulsa, senza profondità e densità.
Chi persegue una via spirituale sa che anche quando le cose vanno male di
fatto vanno bene, perché ogni circostanza è l’occasione per imparare
qualche cosa. Nell’esuberanza maniacale che ci distanzia dal dolore non c’è evoluzione.
Nella prospettiva del superamento di un edonismo eccessivo che vorrebbe
eludere il dolore occorre che l’enneatipo sette impari la virtù della
sobrietà.
L’inebriarsi di piacere non porta nulla di buono.
Il suo mito ce lo insegna.
Dioniso, dio del vino e dell’ebbrezza, ultimo figlio di Zeus (padre che
domina l’Olimpo e per questo forse troppo assente) e di una madre
mortale, vorrebbe vivere senza limiti, vorrebbe con esisti infausti rimanere
l’eterno fanciullo proteso senza controllo e disciplina nella continua
ricerca della sfrenatezza dell’orgia.

Uscire dalla com-pulsione dionisiaca significa praticare con
“moderazione” la sobrietà. Per fare ciò non serve imporsi chissà quali
restrizioni, ma serve cominciare a sperimentare i piaceri delle “piccole
cose”: gustare un bicchier d’acqua, assaporare un cibo, contemplare il
cielo, fare una piccola passeggiata -freddo o caldo che sia-.
Non si deve partire da forme di autorestrizione eccessiva.
Si tratta di “provare un’intima soddisfazione in quello che si fa (o
semplicemente accade) senza respingere il dolore”.
Non c’è bisogno di saziarsi se sappiamo vivere la gioia e la
contemplazione della bellezza ovunque, nonostante le difficoltà che
incombono.
La gioia non “corrisponde” al piacere.
C’è una differenza tra gioia e piacere.
Mentre il piacere è connesso con la gratificazione immediata dei sensi, la
gioia è un atteggiamento, una visione che mantenuta sa realizzare
profondamente se stessi e dare un senso alla propria vita.
Il piacere reclama appagamento.
La gioia è possibile anche in uno stato di privazione e dolore.
La gioia è sempre presente anche nel nostro prosaico quotidiano, anche nei
momenti difficili.
Nella gioia soddisfiamo il desiderio della pienezza e non della mancanza.
Se sei un enneatipo sette, quindi di tanto in tanto chiediti: “Posso essere
felice anche se non accade nulla di straordinario, anche se non mi concedo
cene pantagrueliche, anche se non vado in vacanza in chissà quali paradisi,
anche se mi trovo in difficoltà, consapevole che dietro ogni disagio e
dolore si nasconde Dio?”
Una antica storiella cinese racconta: “Una madre, attanagliata dal dolore
per la morte del figlio, andò da un saggio, per chiedergli di ridarle la
felicità. Il saggio rispose che lo avrebbe fatto dopo che lei le avesse portato
un seme di senape da ogni casa dove non c’era mai stata sofferenza. Andò
a visitare molte case e in ognuna trovò molti drammi, che ascoltò con
profonda compassione. Tornò dal saggio guarita dalla propria sofferenza.”.

Programma seminario del 27 e 28 Luglio 2019
LE LEGGI UNIVERSALI
Vivere in armonia e nella gioia con i principi del Tao
Un incontro tra psicologia spirituale occidentale ed orientale

Sabato 27 LUGLIO 2019
Ore 9.30 – 12.30
La legge dello specchio La legge causa effetto
Laboratori di evoluzione personale
Titoli dei laboratori
“La fame del cuore”
“Coltivare la gratitudine”
Ore 15.00 – 18.00
La legge delle polarità La legge dell’attrazione
Laboratori di evoluzione personale
Titoli dei laboratori
“Cambiare le proprie convinzioni limitanti in potenzianti”
“Comprendere i propri conflitti interiori per risolvere il conflitti esteriori”
“L’arte del lasciare andare e del fare accadere”

Domenica 28 LUGLIO 2019
Ore 9.30 – 12.30
La legge dell’amore La legge dell’equilibrio
Laboratorio di evoluzione personale
Titoli dei laboratori
“Guarire il proprio bambino interiore”
“Pratiche di Tonglen”
“Lavorare sull’ombra”

seminario del 13/04/2019 L’ ALTERITA’ COME SPECCHIO

L’ALTERITÀ COME SPECCHIO

Post di presentazione del seminario del 13 Aprile 2019 di Franco Nanetti

Quando l’altro provoca in te reazioni emotive molto intense è probabile che, in positivo o negativo, rispecchi tue parti interne che attendono di essere esaminate, accolte, integrate, trasformate. La proiezione di nostre parti “ombra” è sempre presente nella nostra vita di relazione. Quando l’altro provoca in te viscerale disapprovazione è probabile che ciò che rigetti del tuo interlocutore rappresenti un tuo difetto che cerchi di occultare; quando invece l’altro provoca in te ammirazione o invidia è probabile che egli rappresenti una tua risorsa che non valorizzi abbastanza. Ad esempio, supponiamo che una persona provochi in te fastidio per il suo esibizionismo. Potresti di primo acchito pensare che, essendo tu timido e riservato, il suo esibizionismo non ti riguardi. Ma in realtà, se invece ti soffermi ad una più attenta esplorazione di te stesso, potresti renderti conto che l’esibizionismo dell’altro al livello inconscio rappresento il tuo esibizionismo rimosso, negato o abiurato. Destituendo la tendenza a giudicare in termini separativi potrai renderti conto che fra te e l’altro vi sono più somiglianze che differenze, che ogni nemico può essere anche un mentore, e che se sarai capace di fermarti ad un osservazione attenta delle reazioni emotive che provi in relazione dell’alterità, per te sarà molto facile accettare le tue parti ombra, integrarle, migliorarti.

Franco Nanetti
Professore di ruolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, Direttore e Coordinatore didattico di II livello in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino. Saggista e formatore. Autore di libri pubblicati con case editrici di fama nazionale ed internazionale. Da tempo i suoi studi si sono focalizzati sull’approfondimento di tematiche inerenti un’integrazione tra psicologia e spiritualità, nella ricerca di una comprensione degli stati evolutivi della coscienza e di percorsi di guarigione profonda.

SUPERARE LA PAURA DELLA PAURA

articolo  di Franco Nanetti sul tema del seminario  del 26-27 gennaio 2019

SUPERARE
LA PAURA  DELLA PAURA

  Si narra che nel periodo della
“conquista” un gruppo di guerrieri Laika -detti Samurai delle Americhe- erano
molto temuti dagli spagnoli, perché secondo la leggenda dei tempi, era
impossibile ucciderli, tanto che quando un conquistatore faceva fuoco su di
loro a distanza ravvicinata, la pallottola non riusciva a colpire il
bersaglio.  Ma da che cosa dipendeva
questa loro “invulnerabilità”? Sempre secondo la leggenda dei tempi si narra
che i Laika non odiavano i loro nemici. Anzi in ogni circostanza, nonostante la
guerra, gli rendevano onore. Si pensi che quando un conquistatore veniva percepito
come degno di  stima, i Laika spargevano
un po’ di sangue sulla terra, sapendo che un giorno si sarebbero trovati a
condividere le loro storie attorno ad un falò. Inoltre sempre secondo la
leggenda dei tempi si narra che i Laika agivano senza la paura della morte e
senza nessuna sete di dominio.

 LA PAURA OSTACOLA LA REALIZZAZIONE DEI
NOSTRI DESIDERI
 

Se siamo soggiogati dalla paura, rimaniamo congelati nella
ripetitività. La paura vanifica la legge dell’attrazione impedendoci di dare plasmata
realtà ai nostri desideri. Secondo la legge dell’attrazione noi diventiamo ciò che la mente
immagina e il “cuore sente”. Se la persona che desidera qualcosa rimane costantemente focalizzata
sulla paura, è la cosa indesiderata che si manifesta, ossia l’oggetto della
paura. Se, ad esempio, “desidero una relazione dove essere profondamente amato,
ma per effetto di convinzioni limitanti, temo di venire rifiutato”, la mia paura attrae il rifiuto.

Per questo Cesare Pavese nel suo “Diario”, scriveva (1948): “La cosa segretamente temuta accade sempre” Se rimaniamo inconsapevolmente concentrati sulla paura, anziché attrarre ciò che desideriamo, attraiamo ciò che temiamo. Quando  ci  pieghiamo  alla  paura  di  non  farcela  e  ai  “non  posso”,  alla tendenza a criticarci incessantemente, ci allontaniamo dal nostro stato di integrità e dalla possibilità di fare accadere ciò che desideriamo. Se la paura sta sempre sulla scena, i nostri propositi “dichiarati”non possono realizzarsi, ossia la legge dell’attrazione non funziona. 

AGIRE
NONOSTANTE LA PAURA
 

Non serve evitare la paura e neppure condannarla  contrastarla, ragionarci e parlarci sopra ad
oltranza. Ciò non fa altro che intensificarla. 
Serve invece rimanere concentrati sullo scopo che vorremmo realizzare e
agire nonostante la paura. Così, quasi a nostra insaputa, la paura si dissolve.

Racconta Joe Hymans nello “Zen e le arti marziali”: “Quando ero ragazzo
e vivevo in Corea ero terrorizzato all’idea di incontrare una di quelle feroci
tigri che vivevano in quei paraggi. Durante il mio primo periodo di addestramento alle arti marziali, il
mio maestro che era a conoscenza della mia paura, mi raccomandò di meditare
visualizzando me stesso in combattimento con una tigre. Fu così che comincia a visitare lo zoo di Seul per studiare le tigri
che vi erano imprigionate e familiarizzare con le loro abitudini e i loro
movimenti. Con il passar del tempo mi resi conto che anche una tigre ha dei punti
deboli: le sue fauci non hanno una mobilità assoluta, inoltre per fare a pezzi
una preda debbono basarsi sulla forza delle proprie zampe. Iniziai ad elaborare
alcune strategie  per i miei
combattimenti immaginari con la tigre, in modo da sfruttare i suoi punti
deboli. Ben presto comincia a vincere qualche schermaglia e la mia paura delle
tigri cominciò a scomparire”. La narrazione di Joe Hymans ci dice che impedendoci di
agire alimentiamo la paura.

Per questo Seneca affermava:

Non si osa perché si ha paura, si ha paura perché non si osa”.

Franco Nanetti

LA DIPENDENZA AFFETTIVA (non è amore)

LA DIPENDENZA AFFETTIVA  (non è amore)

© Copyright “Clinica esistenziale”
Contributo dal saggio di Franco Nanetti “Gli itinerari dell’amore e della passione” (edizione Pendragon, Bologna, 2017.) e “Grammatica del cambiamento, Erickson, Trento)

Franco Nanetti
Docente presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, Direttore e Coordinatore didattico di II livello in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino. Da tempo i suoi studi si sono focalizzati sull’approfondimento di tematiche inerenti un’integrazione tra psicologia e spiritualità, nella ricerca di una comprensione degli stati evolutivi della coscienza e di percorsi di guarigione profonda.

Scrive Ralph Blum ne “Il libro delle Rune”: “Quando entrate in rapporto con un altro essere umano, non dovreste colassare in uno stato di dipendenza con lui.
Un rapporto, infatti, si può realizzare solo mantenendo la propria individualità e la propria integrità mentre ci si unisce all’altro.
Lasciate che i venti del Cielo danzino tra di voi”.
Vivere insieme ci vuole capaci di rimanere fedeli a se stessi.
Nella coppia, afferma Eric Fromm:”Si diventa uno, restando due “.
Nessuno in una autentico rapporto d’amore diventi una struttura ortopedica dell’altro.
Ciò porta ad un fallimento della vita di coppia.
Quando la dipendenza per l’altro ci distoglie dalla vita, sopisce i nostri sogni, non ci consente più di desiderare i nostri progetti, il nostro lavoro, il nostro quotidiano, la
bellezza di ogni cosa, bellezza che si lascia intravedere nel contemplare l’incanto di un tramonto o del “germogliare” delle stelle durante una notte d’estate, nell’ascoltare
un brano musicale o nel leggere di una poesia, la nostra capacità di amare è venuta meno.
Quando la dipendenza per l’altro ci distoglie dalla vita, sopisce i nostri desideri, la nostra sensibilità e non ci consente più di amare il proprio lavoro, di sentirci felici nel
contemplare l’incanto di un tramonto o del “germogliare” delle stelle durante una notte d’estate, di ascoltare un brano musicale o di leggere un interessante libro, la nostra capacità di amare è venuta meno.
La dipendenza ci imprigiona, l’amore ci rende liberi; nella dipendenza diventiamo incapaci  di ascoltare, di desiderare, di  discernere, di guardare altrove, di immergerci
nella bellezza della vita. Di fronte alla dipendenza eccessiva rimaniamo bloccati nella passività, come in balia del mondo esterno non riusciamo più a dare ascolto ai nostri
desideri, alle nostre necessità e ai nostri diritti.

IL VERO AMORE NON FA MAI SOFFRIRE

Una persona dice: “Io amo quella persona, ma questa desidera un’altra; ciò mi fa terribilmente soffrire. Non posso accettare che quella persona non stia con me”.
Questo non è amore, ma la pretesa che l’altro corrisponda esclusivamente al proprio desiderio Ma non possiamo costringere nessuno a corrispondere alle nostre aspettative.
La dipendenza non è amore, ma ribellione egoica.
Scrive a questo proposito in “Chiamata d’amore”, il gesuita Anthony de Mello (1970): “Finchè ti aggrapperai a qualcuno non amerai mai e non sarai mai felice (…).
Il tuo amore è un incubo.
Credi che la felicità dipenda dalle cose che ottieni. Ma ciò è falso. Tale atteggiamento ti costringe sempre a guardare quello che non hai e non quello che hai (…). Credi di
essere felice se sarai capace di cambiare il mondo e il modo di comportarsi dell’altro, ma ciò è falso. Essere felice pensando che la felicità sia fuori di te è come cercare un
nido d’aquile in fondo all’oceano. Non sprecare energie né a cambiare gli altri né a cambiare il mondo (…).
Nessun legame può renderti felice.
Il soddisfacimento di un desiderio può regalarti sprazzi di voluttà, lampi di ebbrezza, ma non la felicità”.
Nella dipendenza non c’è amore né felicità.
Ora chiediti:
Come ami l’altro?
Il tuo amore è famelico o improntato al dono e alla libertà?

(il prossimo post riguarda il tema “Quando è arrivato il momento di separarsi?” Se desideri riceverlo attendo una tua conferma)

POST in presentazione del Work shop che si svolgerà  Domenica  25 novembre  2018 – Dalle Ore 8,30 alle 13,00
con il seguente programma:

-Psicologia e spiritualità
-La mindfulness esistenziale per migliorare la vita in coppia.
-Thich Nhat Hanh: la consapevolezza della presenza e la pratica dell’inter-essere

4 DAL MATRIMONIO IN CANTINA AL MATRIMONIO SULL’ALTARE

DAL MATRIMONIO IN CANTINA AL MATRIMONIO SULL’ALTARE
(contributo di Franco Nanetti, dal saggio “Grammatica del cambiamento” Erickson, Trento, 2017)

Il dialogo sta all’amore come il sangue sta al corpo. 
Quando il sangue cessa di scorrere, il corpo muore. 
Quando non c’è più dialogo, l’amore muore e nascono il risentimento e
l’odio.
Ma il dialogo può ridare vita ad un rapporto morto.
E’ questo il miracolo del dialogo.
Reuel Howe

L’innamoramento o “amore a prima vista”, seppur necessario, è un inganno, uno sviamento dalla realtà.
Non con questo che l’innamoramento vada evitato, ma occorre ricordare, come sollecita Bert Hellinger (2002), che “l’innamoramento è determinato da una proiezione idealizzante e che il vero amore è sempre a seconda vista”.
E’ importante ricordarci che, per poter amare, è sempre necessario passare dalla risonanza confusiva alla coscienza sensibile, dal “sentire” l’altro, al “vederlo”.
“Sentire intensamente” l’altro non è sbagliato. E’fondamentale “innamorarsi”per creare il legame e attivare il  nostro potenziale. Ma per
entrare nell’amore autentico, occorre non venire troppo distratti da tutto quel “rosa” che di solito è una proiezione idealizzante di una parte di noi stessi.
Ogni volta che ci si innamora occorre ricordarsi che ciò che vediamo in modo idealizzato dell’altro, è una parte di noi che ha bisogno di evolvere.  Se la parte che dovrebbe evolvere la percepiamo come una qualità solo depositata  nell’altro, rimaniamo ingabbiati nella nostra mancanza.
L’innamoramento come “amore visionario” può far molto male per due ragioni: la prima è perché ci rende dipendenti, la seconda è perché, dopo la fase di esaltazione, ci mantiene in uno stato di autosvalutazione. Solo l’ “amore a seconda vista” ci permette di accettare le nostre mancanze e, riconoscendo in modo realistico le nostre potenzialità, di impegnarci in ogni modo per migliorarci.

APRIRSI ALLA VULNERABILITÀ

La consulenza esistenziale di coppia ad orientamento logoanalitico (F.Nanetti, 2017) è un percorso di consapevolezza che ci consente di
cogliere le motivazioni inconsce che ci hanno portato a scegliere una persona che non ci ama o che non amiamo o che manipoliamo, per
imparare, se fosse necessario, a separarci da lei con benevolenza, o a cambiare “insieme”con l’impegno di entrambi di stipulare un “contratto
matrimoniale” di autentico scambio, potendo in consapevolezza transitare dal “matrimonio stipulato in cantina al matrimonio celebrato sull’altare” (Schellenbaun, 1988).
Nel matrimonio stipulato in cantina, vi è un occulto accordo a riproporre una simbiosi del passato. In questo tipo di matrimonio ognuno si aspetta che l’altro sia un genitore quando di fatto è un “bambino”, e che sia un bambino quando si ostina ad essere un “genitore”.
Nel matrimonio contratto in cantina, non vi sono due “adulti” che riconoscono i reciproci bisogni, accettando che vengano soltanto
parzialmente soddisfatti. Nel “matrimonio in cantina” domina la pretesa, spesso mascherata da menzogne “Faccio tutto per te … sono sempre
disponibile … geloso … perché ti amo”.
Nel matrimonio in cantina non ci si mostra per quello che si è, ma per quello che l’altro si desidererebbe che l’altro vedesse di noi.
Questo inganno prima o poi esige un prezzo.
Il partner che si era illuso che noi fossimo quello che mettevamo in scena, quando si accorge che le cose non stavano affatto così, entra
nella spirale del risentimento e della disillusione. Da qui la reazione di rabbia e isolamento  distaccato.
Inutile dire che nel matrimonio in cantina il mostrarsi più di quello che si è, non solo ci proietta in una dimensione di falsità, ma anche di
cecità. Concentrando l’attenzione solo sul farci accettare cercando l’ammirazione del partner, ci impedisce di vedere l’altro come
persona in “carne ed ossa”, per quello che è. In altri termini, essendo noi in prima persona impegnati a manipolare, non siamo nelle
condizioni di accorgerci che anche l’altro ci sta manipolando. Così la collusione narcisistica trova buon gioco.
Le menzogne esistono in quanto i bisogni non vengono esplicitati in modo chiaro, ma sono delle implicite domande mai formulate perché nascoste da comportamenti basati sul controllo.
Tali menzogne, esito di “contratti di natura collusiva” o “giochi copionici”, sono dettati dalla paura del rifiuto.
Con la consulenza esistenziale impariamo a riconoscere il meccanismo inconsapevole della collusione emotiva, fino a comprendere che
l’attrazione l’uno verso l’altro avviene allorchè ognuno “deposita” sull’altro la parte emozionale rimossa o negata o cerca nell’altro la
compensazione di una parte di sé non ancora realizzata, come quando ad esempio provando un arcaico sentimento di vergogna che impedisce
l’essere intraprendente, ci si  innamora dell’intraprendenza dell’altro.
Siccome il matrimonio in cantina è all’insegna della mancanza di consapevolezza, alcuni potrebbero pensare che ci deve unire solo
quando si è capaci di una visione più lucida.
Niente di più sbagliato.
Senza l’esperienza del matrimonio in cantina, non saremmo mai spinti ad andarci a conoscere in profondità, a rimetterci in contatto con le
nostre mancanze.
Occorre inciampare per rialzarsi e migliorarci.
Ad un patto, però. Che non trasformiamo il partner che ci ha deluso in un nemico, ma in qualcuno che “necessariamente” dovevamo
incontrare per ritrovarci.
Allorchè, rinunciando a volere che l’altro cambi, accettiamo la sfida di conoscerci nella profondità del nostro essere, non potremo che
diventare più consapevoli, più veri, più “sanamente” vulnerabili,  più autentici.
Solo a questa condizione la divergenza diventa convergenza e può farsi strada il matrimonio sull’altare.

Un caro saluto
Franco Nanetti

Post di presentazione dei seminari del 27/28 Ottobre 2018

3-ETERNARE IL DESIDERIO ESPRIMERE LE EMOZIONI SENZA REPRIMERLE E SENZA SCARICARLE SULL’ALTRO

ETERNARE IL DESIDERIO ESPRIMERE LE EMOZIONI SENZA REPRIMERLE E SENZA SCARICARLE SULL’ALTRO © Copyright “Clinica esistenziale”(contributo liberamente tratto dai saggi di Franco Nanetti dai titoli: “La mente che cura” e “Empatia transpersonale”, Pendragon, Bologna) Franco Nanetti

“L’amore – scriveva il filosofo e teologo danese Soren Kierkegaad – è per l’istante e per l’eternità”; ma a un patto “che non si rinunci mai all’esperienza dell’autentica intimità”.
Tale esperienza comporta un potere esprimere e condividere le emozioni. Se in ripetute circostanze nella vita di coppia per paura di perdere l’altro, ad esempio, si evita di esprimere la rabbia reprimendola o scaricandola con modalità barbare, il desiderio si spegne.
Un’interessante ricerca condotta all’Università di Seattle (2002) rivela come in alcune coppie si possa arrivare “reprimendo la rabbia” alla perdita del desiderio sessuale, al silenzio astinente, all’insofferenza pungente e litigiosa.
Il gruppo di ricerca ha evidenziato come partner sposati che si sono offerti per essere indagati dal “microscopio emotivo” mentre conversavano, vivessero con disagio la relazione quando uno di loro manifestava una “rabbia distaccata”.
Quando, infatti, nei videofilmati emergeva che uno dei due partner a livello di mimica facciale nascondeva la rabbia, l’altro immediatamente in termini complementari diventava rissoso. Ciò provocando con il passar del tempo un affogamento affettivo che impediva ai partner di dialogare costruttivamente.
Le modalità di nascondimento della rabbia sono diverse: gesti di impercettibile insofferenza – come alzare gli occhi al cielo – , il dare consigli non richiesti, il non “mentalizzare” i bisogni dell’altro disattendendo le sue aspettative, un criticismo esasperato diretto anche su questioni marginali, un silenzio “rumoroso” volto a colpevolizzare o a negare la presenza.
Le conseguenze nell’ambito di una relazione con un partner passivo-aggressivo che non manifesta in modo diretto la propria rabbia, sono soventi disastrose.
Talora “il compagno di viaggio” al cospetto del partner “muro di gomma”, o si trova a provare una rabbia apparentemente inspiegabile che può sfociare in urla, minacce e percosse, o si distacca tanto che ogni forma di attrazione fisica si affievolisce.
La scelta terapeutica non è semplice.
Talora i partner si rivolgono allo specialista di consulenza “in” coppia quando è troppo tardi, quando sono arrivati a stagnare per troppo tempo nel risentimento oppure quando ognuno si è talmente distaccato tanto da avere spostato la propria attenzione altrove (F.Nanetti, 2017).
In alcuni casi può succedere che il partner in maggiore difficoltà abbia dato inizio ad un proprio percorso di “analisi”separato dall’altro, percorso che sovente potrebbe accentuare la condizione di divergenza.
Qualora invece i partner decidano di intraprendere un percorso insieme per comprendersi in profondità ed affrontare le difficoltà che sono emerse, occorre che procedano in questa direzione interpellando uno specialista capace di aiutarli ad interrompere il circolo della pretesa per potere anche senza vergognarsene condividere la propria vulnerabilità (F. Nanetti, 2017).
In tal senso per sommi capi si procede nel seguente modo.
I partner in una prima fase vengono invitati ad esplicitare “il proprio dissenso” per poi in un secondo momento riconoscere quei bisogni, propri e dell’altro, che nel corso della relazione non sono mai stati riconosciuti e soddisfatti.
In un ulteriore fase, ognuno facendo uso di messaggi di autorivelazione (feedback fenomenologi), viene invitato ad esprimere autenticamente i propri stati emotivi, senza doverli più reprimere e censurare.
Nell’ultima parte del lavoro ognuno dei due partner, a turno, viene invitato, secondo la prospettiva logoanalitica, ad esprimere l’intento di trovare modalità per “volere il bene dell’altro” e dare corso a comportamenti improntati alla sollecitudine (preinvestimento
intenzionale).
Con questo metodo, da me proposto nel saggio “Grammatica del cambiamento” (edizioni Erickson, Trento, 2017), si passa dall’espressione di una “rabbia gentile” che non esaspera lo scontro ad un decentramento egoico capace di mettere in gioco forme di empatia attiva.
In taluni casi tale metodo si integra alla pratica della mindfulness emozionale, mediante la quale i partner apprendono a regolare la risposta connessa con la rabbia attraverso meccanismi di “graduale e moderata” esposizione.
L’evitamento di un’emozione disturbante può dare un immediato sollievo, ma a lungo termine tale modalità è dannosa.
L’evitamento della rabbia in particolare, se inizialmente può “alleggerire”, offrendo la sensazione di stare bene, con il passare del tempo diventa sempre più insidiosa e devastante.
Con la mindfulness emozionale ognuno si addestra a rimanere nel momento presente senza giudicarsi o colpevolizzarsi per quello che prova.
Ciò prepara il terreno per l’ascolto di se stesso e dell’altro.
Questo è l’inizio.
Vale la pena provare.
Il cambiamento dell’altro passa sempre in qualche modo attraverso il cambiamento di se stessi.

Franco Nanetti

2 LA CONSULENZA ESISTENZIALE “IN” COPPIA AD ORIENTAMENTO LOGOANALITICO 

LA CONSULENZA ESISTENZIALE “IN” COPPIA AD ORIENTAMENTO LOGOANALITICO

(contributo di Franco Nanetti, dal saggio “Grammatica del cambiamento” Erickson, Trento, 20017)

Il dialogo sta all’amore come il sangue sta al corpo.
Quando il sangue cessa di scorrere, il corpo muore.
Quando non c’è più dialogo, l’amore muore e nascono il risentimento e l’odio.
Ma il dialogo può ridare vita ad un rapporto morto.
E’ questo il miracolo del dialogo.
Reuel Howe

L’innamoramento o “amore a prima vista”, seppur necessario, è un inganno, uno sviamento dalla realtà.
Non con questo che l’innamoramento vada evitato, ma occorre ricordare, come sollecita Bert Hellinger (2002), che “l’innamoramento è determinato da una proiezione idealizzante e che il vero amore è sempre a seconda vista”.
E’ importante ricordarci che, per poter amare, è sempre necessario passare dalla risonanza confusiva alla coscienza sensibile, dal “sentire” l’altro, al “vederlo”.
“Sentire intensamente” l’altro non è sbagliato. E’fondamentale “innamorarsi”per creare il legame e attivare il nostro potenziale. Ma per
entrare nell’amore autentico, occorre non venire troppo distratti da tutto quel “rosa” che di solito è una proiezione idealizzante di una parte di noi stessi.
Ogni volta che ci si innamora occorre ricordarsi che ciò che vediamo in modo idealizzato dell’altro, è una parte di noi che ha bisogno di evolvere.
Se la parte che dovrebbe evolvere la percepiamo come una qualità solo depositata nell’altro, rimaniamo ingabbiati nella nostra mancanza.
L’innamoramento come “amore visionario” può far molto male per due ragioni: la prima è perché ci rende dipendenti, la seconda è perché, dopo la fase di esaltazione, ci mantiene in uno stato di autosvalutazione.
Solo l’ “amore a seconda vista” ci permette di accettare le nostre mancanze e, riconoscendo in modo realistico le nostre potenzialità, di impegnarci in ogni modo per migliorarci.

DAL “MATRIMONIO IN CANTINA” AL “MATRIMONIO SULL’ALTARE”
La consulenza esistenziale di coppia è un percorso di consapevolezza che ci consente di cogliere le motivazioni inconsce che ci hanno portato a scegliere una persona che non ci ama o che non amiamo o che manipoliamo, per imparare, se fosse necessario, a separarci da lei con
benevolenza, o a cambiare “insieme”con l’impegno di entrambi di stipulare un “contratto matrimoniale” di autentico scambio, potendo in
consapevolezza transitare dal “matrimonio stipulato in cantina al matrimonio celebrato sull’altare” (Schellenbaun, 1988).
Nel matrimonio stipulato in cantina, vi è un occulto accordo a riproporre una simbiosi del passato. In questo tipo di matrimonio ognuno si aspetta che l’altro sia un genitore quando di fatto è un “bambino”, e che sia un bambino quando si ostina ad essere un “genitore”.
Nel matrimonio contratto in cantina, non vi sono due “adulti” che riconoscono i reciproci bisogni, accettando che vengano soltanto
parzialmente soddisfatti. Nel “matrimonio in cantina” domina la pretesa, spesso mascherata da menzogne “Faccio tutto per te … sono sempre disponibile … geloso … perché ti amo”.
Le menzogne esistono in quanto i bisogni non vengono esplicitati in modo chiaro, ma sono delle implicite domande mai formulate perché nascoste da comportamenti basati sul controllo.
Tali menzogne, esito di “contratti di natura collusiva” o “giochi copionici”, sono dettati dalla paura del rifiuto.
Con la consulenza esistenziale impariamo a riconoscere il meccanismo inconsapevole della collusione emotiva, fino a comprendere che
l’attrazione l’uno verso l’altro avviene allorchè ognuno “deposita” sull’altro la parte emozionale rimossa o negata o cerca nell’altro la
compensazione di una parte di sé non ancora realizzata, come quando ad esempio provando un arcaico sentimento di vergogna che impedisce l’essere intraprendente, ci si innamora dell’intraprendenza dell’altro.

1 L’AMORE AUTENTICO

L’AMORE AUTENTICO
L’AMORE NON CHIEDE TROPPO ALL’AMORE
NEUROSCIENZE RELAZIONALI © Copyright “Clinica esistenziale”

Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le
sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo
Luca (14,26).

La capacità d’amare è l’esito di un percorso di consapevolezza e di coraggio nella ricerca costante della verità, della libertà, dello scambio nella sollecitudine.
Se nell’amore autentico vi è reciprocità, libertà e consapevolezza, nell’amore inautentico o pseudo-amore dominano forme di manipolazione e controllo, di intolleranza e pretesa, che nulla hanno a che fare con l’amore.
Per questo “non sempre possiamo fidarci sempre dell’amore e delle parole sull’amore”.
Se una persona dice: “Io amo l’altro e lui non deve assolutamente andarsene”, tale atteggiamento non ha nulla a che fare con l’amore.

Scrive a questo proposito Anthony de Mello in “Chiamata d’amore” (1994): “Quando l’altro smette di amarti e tu soffri tanto da trattenerlo a te, ciò accade non perché lo ami ma perché ne vuoi il possesso esclusivo (…). Quando sei troppo turbato dalle reazioni dell’altro, ciò vuol dire che non lo ami”. 
L’amore autentico non ha nulla a che fare con la pretesa. La persona che ama, proclama il proprio amore, ma non interferisce mai sulla vita dell’altro, qualsiasi scelta questi decida, sia che risponda Sì o No. Se l’altro alla domanda di amore che gli rivolgiamo, risponde No, occorre lasciarlo libero. Il suo No non va interpretato come un rifiuto della nostra persona, ma come un suo tentativo di profferire un Si a se stesso.
Non possiamo amare l’altro solo quando è in accordo con noi.
Nessun senso di colpa.
Nessun No ci impedisce di continuare ad amare l’altro.
Il vero amore si basa sul volere il bene dell’altro anche quando questi è in dissonanza con i nostri desideri.
La vera intimità con l’altro ci vuole capaci di essere sinceri, anche se ciò presuppone l’essere divergenti.
Ognuno di noi può dire No senza rimanere aggrappato a quel No.
Ognuno di noi può dire No all’altro, ma nello stesso tempo desiderare il suo bene.
Ricordati: “nessuno può darti l’amore che desideri, che meriti o credi di meritare”.
Per questo dipendere dall’altro, è sempre fonte di sofferenza.
Nella dipendenza, nella ricerca compulsiva della sicurezza, nei lampi di ebbrezza e
voluttà che l’altro ci offre, non c’è né amore né felicità.
LA RECIPROCITÀ TRA IL DARE E IL RICEVERE

Offrire anche tre volte al giorno
trecento pentole di cibo ai bisognosi
non equivale a una sola porzione del merito
di un istante di amore.
Nagarjuna

L’amore autentico non è sentimentalismo, né dipendenza, né ricatto, né vittimismo, né seduzione fallica, né iperoblatività, ma piena responsabilità della concretizzazione consapevole di “atti d’amore”. Anche l’iperoblatività, basata solo sul “dare” ma mai su un farsi umili per “ricevere”, è una forma di manipolazione.
L’eccesso di amore può essere egoistico quanto il non amore.
L’iperoblatività può in alcuni casi essere una “finzione”, tipica di chi si prodiga  incessantemente per l’altro al fine di sentirsi superiore a lui e celare le proprie  mancanze; tipica di chi, mostrandosi “potente oltre misura”, cerca di rendere l’altro sempre più bisognoso e dipendente.
Per comprendere quanto sto dicendo, vorrei chiarire che, come afferma Eric Berne il padre dell’Analisi transazionale, c’è una sostanziale differenza tra “il soccorrere e l’aiutare”, tra “l’iperoblatività coatta e la sollecitudine amorevole”.
Mentre nell’oblatività coatta, nella forma del dare compulsivo, si cela la pretesa di ottenere in termini narcisistici qualcosa per sé, nella sollecitudine amorevole non si vuole nulla in cambio.
Spesso chi “soccorre”, prodigandosi per l’altro, non sempre lo fa per generosità, ma perché il suo bisogno di essere amato e ricevere approvazione è cogente.
Ciò comporta una falsificazione dell’amore.
L’amore vero si commisura nelle reciprocità tra il dare ed il ricevere.
Alcuni sanno solo dare, ma non sanno accogliere l’amore.
Tali persone sono solo dei “donatori controllanti”, che si percepiscono forti solo se danno, mentre si percepiscono deboli se ricevono.
Quando il dare ci esalta nella nostra bontà, l’amore è falso, poiché è falso ogni atto che è funzionale all’esigenza di accrescere la magnificenza del nostro Ego.
Chi ama autenticamente sa porgere il proprio aiuto, ma sa anche al momento opportuno accoglierlo e chiederlo.
L’iperoblatività porta ad inevitabili conseguenze Quando il donare è al servizio di propri bisogni narcisistici, un modo per sentirci
buoni e bravi, ciò può determinare un infantilizzazione dell’altro e nello stesso tempo un’interdizione della capacità di farsi umili nel chiedere aiuto.
Thich Nhat Hahn ammonisce chi voglia imparare ad amare, affinchè di tanto in tanto senza lamentarsi si eserciti a chiedere l’aiuto dell’altro, anche quando questo comporta la paura di un eventuale rifiuto.
Si tratta di un ottimo esercizio per il narcisista iperoblativo, cimentarsi nel mantra della richiesta proposta da Thich Nhat Hahn (2012) : “Sto soffrendo, per favore aiutami …”
E’ un mantra veramente difficile, soprattutto per le persone orgogliose abituate all’autosufficienza. Ma per coloro che sono avvezzi al “soccorrere” è fondamentale.
Un’altra conseguenza negativa connessa con l’iperoblatività consiste nell’andare sovente sotto stress. Ogni “salvatore” nel momento in cui “soccorre” l’altro inizialmente si sente in termini egoici gratificato, ma appena con il passar del tempo la complementarietà si intensifica, tanto che l’altro si passivizza, può accadere  l’incessante prodigarsi del “salvatore”, lo renda sempre più esausto ed irritabile.
Per questo il “salvatore/soccorritore” dovrebbe di tanto in tanto ricaricarsi, sottraendosi all’azione compulsiva del “dare”, per cercare luoghi e tempi diversi al fine di prendersi cura di sé, o trovare finalmente qualcuno che si prenda cura di lui.

VIVERE IN CONSAPEVOLEZZA

Come avviare un percorso di conversione?
La soluzione come al solito non sta all’esterno, ma all’interno.
Il primo passo si concentra sull’impegno che l’orgoglio non prenda mai il sopravvento. Perché ciò accada occorre “vegliare e pregare”, rimanere vigili nella consapevolezza delle reali intenzioni che ci conducono a proclamare il nostro amore.
Dichiarare ad un partner il nostro sentimento amoroso, senza avere una visione chiara del modo in cui ognuno declina il proprio protendersi nell’amore, non serve. Non basta dire al partner “Io ti amo”. Occorre comprendere l’intenzione sottesa e “come pensiamo di amarlo”, occorre comprendere se, andando oltre quello che dichiariamo, il nostro amore è improntato alla compassione, o è predatorio, infantile e
controllante.
Quando domina uno stato di dipendenza “paleo-meso-encefalica” improntato sulla segreta paura di non farcela senza l’altro, ciò sta ad indicare che sono in gioco forme di compensazione relazionale basate sulla pretesa.
Nella prospettiva di comprendere in profondità il modo in cui ci poniamo al cospetto dell’amore, è utile porsi le seguenti domande:
“La mia dichiarazione d’amore è autentica o manipolatoria?”
“Voglio il bene dell’altro o lo sto ingannando con l’intento di trovare protezione o soddisfazione ai miei bisogni egoici?”
“So amare la mia vita indipendentemente dall’essere amato?”
“Quando mi mostro buono e servizievole, che cosa voglio ottenere per me?”
“So riconoscere la paura che mi porta a dominare o manipolare?”
“Quale paura si nasconde dietro la mia pretesa di essere amato?”
Dopo che si è risposto alle domande indicate, sarà possibile confrontarle con quanto qui di seguito riportato circa la distinzione tra le modalità di fare esperienza di un amore infantile e di un amore adulto.

L’ amore dipendente o infantile centrato sul bisogno: L’amore autentico o adulto centrato sul desiderio
-esige sempre una risposta affermativa -accetta l’imprevedibilità della
-è predatorio ed invadente -lascia l’altro libero di scegliere
-è possessivo ed esclusivo -non vuole il possesso dell’altro
-idealizza l’altro -vede l’altro per quello che è
-vuole cambiare l’altro -è accettazione incondizionata dell’altro
-non ammette l’abbandono  -ammette che l’altro possa rifiutarci
-si basa sul controllo  -lascia l’altro essere se stesso
-è inautentico e manipolatorio -si fonda sul dialogo autentico
-teme in modo angosciante la solitudine esistenziale -riconosce ed accetta la solitudine esistenziale
-ingenera malessere, insofferenza, rabbia -desidera la propria ed altrui felicità

NEUROSCRIPTING (1): DALL’AMORE PALEO-MESO-CORTICALE ALL’AMORE NEOCORTICALE

Oggi … aiuto gli altri
senza la speranza di una ricompensa
Reb Anderson

Se il pseudo-amore paleo-meso-encefalico (2), centrato sulla logica del bisogno, è una reazione arcaica connessa con l’urgenza di mantenere il legame attraverso l’incorporazione dell’altro, l’amore neocorticale (3), centrato sul desiderio, si basa sull’approssimarsi all’altro attraverso il dialogo.
Mentre nella reazione paleo-meso-encefalica la paura di perdere l’altro e di non potere sopravvivere alla sua mancanza, porta il soggetto alla impossessarsi dell’altro attraverso il dominio o la gelosia o la manipolazione, nella risposta neocorticale il soggetto, consapevole della capacità di sopravvivere nonostante l’assenza dell’altro, non esercita nessuna costrizione, lo lascia libero di rispondere
secondo i propri desideri o le proprie esigenze.
Solo nell’amore neocorticale viene rispettata la libertà di amare, solo nell’amore che accoglie sia il Sì che il No dell’altro, si fa strada un’autentica esperienza di intimità e dialogo.
Nessuno può costringere qualcun altro ad amarci.
Se nell’orgoglio si rivendica l’idea che l’altro “deve stare con me”, nell’umiltà l’altro viene lasciato libero di rispondere in piena libertà.
Talvolta il vero amore verso chi non ci desidera e non ci ha scelto, si traduce anche nel poter dire “E’ arrivato il momento che io me ne vada”.

AMORE COME AUTOTRASCENDENZA: DALLA PARANOIA ALLAMETANOIA

Quando ti alzi al mattino ringrazia il tuo Dio per la luce dell’aurora, per la vita che ti ha dato e la forza che trovi nel tuo corpo.
Ringrazia il tuo Dio per il cibo che ti dà e per la gioia di essere in vita.
Se non trovi motivi per elevare una preghiera di ringraziamento, allora vuole dire che sei in errore.
Tecumeseh

Scrive San Paolo nella seconda lettera a Timoteo (2,7), ogni volta che puoi “cerca di comprendere ciò che voglio dire”. In altri termini sembrerebbe affermare “non darmi consigli, ma ascolta pazientemente ciò che il mio cuore vorrebbe esprimere”.
La conversione spirituale del soccorritore o compiacente iperoblativo sta proprio in questa apertura che porge un ascolto profondo che non esige nulla.
Il processo metanoico dall’orgoglio all’umiltà, come percorso di autotrascendimento, è un appello affinché il soggetto “iperoblativo” in conversione diventi spietatamente sincero con se stesso, nella consapevolezza di quanto spesso abbia bisogno di prodigarsi per l’altro per percepirsi persona di valore, e di come in altro modo debba impegnarsi ad apprendere una sollecitudine senza ricompensa.
In questo ulteriore passaggio, secondo Joe Dispenza (2012), per cambiare in profondità occorre transitare verso un diverso sentire in termini emozionali e un differente modo di agire, verso una “diversa abitudine di essere se stessi”.
Ciò comporta un percorso di elevazione che chiama in causa la volontà sapiente, la disciplina, la gratitudine e la comprensione del proprio divenire nella pienezza di limiti e possibilità.
Nel processo metanoico dell’orgoglioso verso l’umiltà è fondamentale che il soggetto immerso nella “falsa abbondanza”, interdica senza reprimere la reazione oblativa, evitando di catapultarsi nel fare qualcosa per l’altro, potendo, diventando consapevole della presenza, creare “uno spazio di riflessione” all’interno del quale comprendere propri bisogni, mancanze, paure, per trovare una risposta volta ad
aiutare in modo realmente “utile” all’amore.
L’orgoglioso spesso pensa che l’altro debba essergli grato per tutto quello che fa, dimenticando il gioco collusivo sotteso che lo spinge ad “usare” l’altro come fonte di nutrimento narcisistico, è inconsapevolmente truffaldino.
E’ importante che l’orgoglioso, esercitandosi nella consapevolezza della presenza, impari a transitare dalla compulsione “oblativa” alla comprensione di potere dare valore alla propria vita senza “doversi appropriare” dell’altrui “bisognosità e vulnerabilità” per sentirsi “bravo e buono”.
In questo percorso evolutivo occorre che l’orgoglioso impari ad amare senza doversi percepire indispensabile, occorre che eviti di autocelebrarsi sull’altare di una presunta “superiorità” o “falsa abbondanza”, per approdare al convincimento di seguire “ciò che il suo cuore sente”, per diventare sempre più se stesso in assonanza con una diversa “visione” dell’amore, un amore orientato alla libertà e non alla
costrizione, all’autentico bene per sé e nello stesso tempo per l’altro.
In tale accezione si comprende quando riferisce l’evangelista Luca parafrasando Gesù, nel ritenere che il seguire la Via necessiti un distacco da qualsiasi forma di “asimiento” sia da “padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle e perfino dalla propria vita” (Lc, 14, 26)
Voglio precisare che, secondo le nuove ricerche sui processi di ricablaggio neuronale delle virtù, il processo metanoico verso l’umiltà comporta in ultima analisi la sua corporeizzazione.
Il cambiamento profondo secondo i principi della neuroplasticità cerebrale comporta un esercizio costante di integrazione costante tra l’intenzionalità della mente e le reazioni del corpo.
Come sosteneva Sant Agostino “Se vuoi possedere una virtù, imitala”
In altri termini si tratta di sperimentare quanto più è possibile l’essere umili in tutto l’arco del nostro quotidiano.
Il sapere manifestare i propri bisogni, il sapere chiedere, il fatto di esprimere un opinione, il sapere dire di No con fermezza e gentilezza, sono dei “modi di essere nell’umiltà” che vengono via via corporeizzati, fino a stabilizzarsi nel nostro inconscio progressivo per depositarsi in modo costante come “tendenze dell’essere” nella nostra vita
OLTRE LA PAURA DELLA SOLITUDINE

Ogni volta che la vita ci mette al cospetto di una situazione relazionale problematica e conflittuale c’è una fondamentale domanda a cui ognuno dovrebbe impegnarsi a rispondere: “Che cosa farebbe l’amore al posto della paura?”
“L’amore scaccia la paura” (1 Gv 4, 18) così come il superamento della paura rende possibile l’amore.
Non possiamo amare fintanto che, soggiogati dalla paura della solitudine, vorremmo che l’altro fosse sempre disponibile a soddisfare le nostre richieste.
Paura della solitudine ed amore sono sovente stati profondi dell’anima inconciliabili. Scrive Anthony de Mello (1994): “Potrai amare solo se potrai liberarti dalla paura di rimanere solo. Solo così potrai avere una visione chiara e non obnubilata dell’amore”. E ancora, con stringente efficacia poetica, suggerisce: “Di tanto in tanto manda via la folla e ritirati sulla montagna; mettiti in comunicazione silenziosa con
gli alberi, con i fiori e con gli uccelli, con il mare e con il cielo, con le nuvole e con le stelle. All’inizio tutto ti sembrerà insopportabile. Ma se saprai attendere, il tuo cuore sboccerà nel canto e sarà eterna primavera”.

Nota 1
La pratica del Neuroscripting, come mia personale definizione di un metodo di training mentale volto a ridimensionare attraverso percorsi di nud-gin la presenza del comportamento reattivo e nello stesso favorire l’attivazione della corteccia prefrontale, trova i suoi fondamenti teorici in riferimento agli studi sulla neuroplasticità cerebrale, secondo la quale a qualsiasi età è possibile riprogrammare nuove funzioni del cervello in risposta a stimoli provenienti dall’ambiente e dalla nostra intenzione consapevole.
Nota 2
La componente paleo-meso-corticale comprende sia il sistema limbico, posto al di sotto della neocorteccia e costituito da una serie di strutture implicate nel controllo delle emozioni e del comportamento in relazione a dinamiche connesse con la sopravvivenza del tipo “attacco-fuga”, e il cervelletto collocato nella parte posteriore del cervello, e deputato ai processi di coordinazione motoria e al costituirsi della memoria non dichiarativa (L. Winberger, 2017).
Nota 3
La componente neocorticale si riferisce alla parte anteriore del lobo frontale del cervello implicata nei processi di problem solving, identificazione degli obiettivi, di esercizio dell’empatia (J. Dispenza, 2003)

Bibliografia di riferimento
De Mello A., Chiamati all’amore, Paoline, Milano 1994
Dispenza J., Cambia l’abitudine di essere te stesso, My Life, Rimini, 2012
Hellinger B., Ordini dell’amore, Urrà, Milano, 2003
Hillman J., La ricerca interiore, Moretti & Vitali, Bergamo 2010
Hillman J., Le storie che curano, Raffaello Cortina, Milano, 1984
Loyd A., (2012), Codice d’amore, Macro, Cesena, 2016
Kavarapu M.J., Sulle acque dell’oceano infinito, Appunti di Viaggio, Roma, 2002
Nanetti F., Clinica esistenziale, Erickson, Trento, 2016
Nanetti F., La dipendenza affettiva, Pendragon, Bologna, 2016
Nanetti F., Grammatica del cambiamento, Erickson, Trento, 2017
Nanetti F., Il potere dell’immaginazione, Pendragon, Bologna, 2017
Prentiss C., Lo zen e l’arte della felicità, Armenia, Milano, 2008
Schereiber S.; Guarire, PickWick, Trento, 2013
Schellenbaun P., La ferita dei non amati, Red, Como 1988
Schellenbaun P., Il no in amore, Red, Como 1992
Schiff L.J., Analisi transazionale e cura delle psicosi, Astrolabio, Roma, 1980
Thich Nhat Hanh, Pratiche di consapevolezza, Terra Nuova, Firenze, 2012
Tulku U., Il risveglio. Gli ultimi insegnamenti, Ubaldini, Roma, 1993
Vighetti A.V., Conversione del cuore in San Paolo, Appunti di Viaggio, Roma, 2000

PSICOSOMATICA 2018 – La malattia come “inciampo” iniziatico

RI-NASCERE

Nella vita si nasce sempre (almeno) due volte . La malattia come “inciampo” iniziatico

© Copyright “Clinica esistenziale”

(contributo liberamente tratto dai saggi di Franco Nanetti dai titoli: “Psicosomatica spirituale”, Pendragon, Bologna, 2016 e “Dialoghi tra psiche e soma”, Magi, Roma, 2010)

Franco Nanetti

“I malati sono simili ai poveri e ai reietti. Hanno una via speciale al Regno di Dio (…). La malattia è uno stimolo alla coscienza, è un’iniziazione.Alcune malattie rendono evidente un’infermità del cuore o un arresto emozionale. Altre rivelano un’insufficienza di spiritualità e di senso.Guarire non è semplicemente eliminare la malattia, ma un risvegliare”.Thomas Moore (filosofo, teologo, psicoterapeuta) –Edizione Moretti&Vitali, Bergamo, 2011 Carl Gustav Jung all’inizio del 1944, all’età di 69 anni, allorchè fu chiamato ad una docenza di Psicologia medica presso l’Università di Basilea, fu colto da un infarto cardiaco e da stati regressivi con deliri e visioni, che sconvolsero la sua esistenza.

Nella sua autobiografia Jung indica come la malattia rappresentò per lui non solo un messaggio di autoterapia (Dieter Beck, PGreco, 2012) ma il ritrovamento di sé e di una nuova fase creativa della sua vita. Così scrive: “Dopo la malattia iniziò per me un fruttuoso periodo di lavoro. Molte delle mie opere sono nate solo dopo quell’evento (…). La consapevolezza della finitezza di tutte le cose, mi dette il coraggio per nuove formulazioni. Non cercai più di imporre la mia opinione, ma imparai ad affidarmi al flusso dei pensieri. La malattia fu un sì all’essere, un sì incondizionato a ciò che è, all’esistenza, senza obiezioni. Fu un modo di accettare il mio vero essere e la mia incompletezza (…).

Solo dopo la malattia compresi l’importanza di accettare il proprio destino e la sconfitta”.

Come si evince dalla coinvolgente testimonianza, Carl Gustav Jung coglie nella malattia una nuova sfida alla paura della morte, l’inizio di un autentico ritrovamento del proprio vero Sé, un protendersi del percorso individuativo. Un recente “inciampo”, che ancora mi costringe ad una prolungata convalescenza, ha cambiato le mie abitudini di vita. Un “inciampo” che, mettendo in scacco la mia ostinata volontà di impegnarmi strenuamente nel mio lavoro, mi ha sollecitato a ri-pensare la malattia, il mio essere malato, come una sorta di “rito iniziatico”.

Come riferisco nella mia relazione di apertura ai lavori del Convegno Internazionale sulla Psicosomatica Olistica di Rimini, ci sono “malattie che anche se non muori lasciano morire qualcosa di te”, perchè “dopo certe prove che mettono in luce la tua vulnerabilità, dovrai fare i conti con il fatto che non potrai più fare tutto e che dovrai cambiare vita”.

L’infartuato, infatti, se vuole continuare a vivere non potrà più fumare, anche se pigro dovrà fare qualche passeggiata, anche se amante di dolcetti fuori pasto e di cene luculliane non potrà più concedersi insulse abbuffate, “ormai convinto che un piatto di verdure è più appetitoso di una portata di piccanti salumi”.

Come riferisce uno dei più famosi psicosomatisti del nostro tempo Rudiger Dahlke (i suoi studi sul “simbolismo corporeo” sono stati per me fonte di ispirazione di molti miei saggi), la malattia è una vicenda iniziatica: tanto che “talora basta una banale angioplastica perchè imprenditori iperstressati smettano di fare quello che fanno per dedicarsi ai teneri sentimenti per la famiglia”.

Il paziente coronarico sovente, dopo un infarto o un intervento al cuore anche se non sta malissimo, si trova a scoprire una nuova vita.

Ovviamente quando ci riesce.

Ma a questo punto per comprendere meglio il significato di questa potenziale svolta, traccio a titolo esemplificativo le caratteristiche del paziente con predisposizione all’infarto (ved. Franco Nanetti “Psicosomatica spirituale”, 2007).

Secondo le ricerche di Friedman e Rosenman (1966), Dahlke, Dransart, Nanetti 1996-2002-2017) il paziente “coronarico” è “meticoloso, potenzialmente depresso, collerico, ostile, autoritario, perfezionista, spinto da una strenua motivazione al conseguimento del successo, competitivo con persistente attivazione adrenergica ed eccessivo controllo ambientale, impaziente verso i propri interlocutori, con una disposizione cronica ad un senso di urgenza (speed and impatience)”.

Dunbar (1984), Deleage, Mayand (1986), Ziegler (1986) sono approdati ad una fenomenologia del paziente coronopatico, così descrivendolo: “un soggetto che lavora e lotta con fermezza e perseveranza (…), che tende al successo ed al pieno raggiungimento degli scopi prefigurati (…), che nel suo bisogno di eccellere e comandare spesso si trova ad ignorare la condizione di affaticamento (…), che tende a risolvere problemi con la lotta anziché con la diplomazia”.

Nella molteplicità dei disturbi cardiaci, così ampiamente documentata nel saggio di Rudiger Dahlke “Problemi di cuore”, (Tecniche Nuove, Milano, 2002), spesso si assiste ad una configurazione esistenziale del tutto particolare del cardiopatico a rischio di infarto corrispondente a quella sopra segnalata, configurazione caratterizzata da “una vita eccessivamente dura, rigida, anancastica, troppo disciplinata, segnata da troppe coercizioni, una vita dove l’amore autentico e i sentimenti, per un difetto di emotività, sono sovente stati esiliati” (H-E.Richter, 1969, R. Dahlke 1990, F. Nanetti, 2012).

Secondo Rudiger Dahlke (2002), infatti: “Le alterazioni del ritmo cardiaco e la tachicardia in particolare, rappresentano simbolicamente le emozioni soffocate o dimenticate che reclamano più attenzione”.

Il cuore, secondo Dahlke (1990), “impazzisce perché vuole costringere colui che ha problemi di cuore ad occuparsi delle proprie emozioni”.

Secondo la medicina psicosomatica orientata allo studio della personalità di tipo A, “quando il cuore si ammala la dimensione frenetica e incalzante dell’esserci segnala una minore capacità di vivere nella passione e nella gioia”.

Rudiger Dhalke nel bellissimo saggio di “Herz(ens)-Probleme”, Droemersche, Munchen, (1990-2002), dopo numerose ricerche, pone l’ipotesi che il “cuore spezzato” rappresenti un “problema di solitudine mai affrontato, una mancanza di compagnia ed isolamento sociale subita per troppo tempo (che talora coincide con la morte di una persona cara), una condizione esistenziale di vergogna di sé che sovente è stata compensata da un attivismo sfrenato”.

L’espressione “infarto” nella sua progenie etimologica, deriva da “infarcire”, che significa “mettere dentro”.

Il soggetto personalità A, nel corso del tempo si prodiga su tutti i fronti, diventa efficientissimo, un drogato del lavoro (workaholic), un doverista che deve fare tutto nel più breve tempo possibile (senso cronico di urgenza). Ciò lo porta spesso a chiudersi progressivamente agli altri, all’amicizia, alla tenerezza. Le arterie “chiuse” che si induriscono possono, secondo Dhalke, in termini simbolici rappresentare proprio questo fondamentale modo di essere.

Per questo sovente la guarigione prevede una svolta metanoica, un cambiamento di vita, per questo che dopo un infarto colui che si ritrova con un cuore a limitata funzione di deiezione, deve imparare non solo a prendersi cura di sé e a rallentare, ma anche, cosciente della propria debolezza e vulnerabilità, a praticare la sobrietà.

L’infartuato non potendo continuare a pensare che “sia possibile fare tutto”, nella consapevolezza che la morte incombe, dovrà chiedersi “Che cosa mi rimane da fare? Quali sono le cose essenziali su cui è arrivato il momento di concentrarmi? Ormai consapevole che l’iperattivismo è deleterio e che il bisogno di riconoscimenti non potrà mai compensare il desiderio di amare ed essere amato, dovrà chiedersi “Posso gioire delle piccole cose”.

In questo affidarsi alla vita senza volerla controllare il cardiopatico si rende conto (o almeno si dovrebbe rendere conto) che è arrivato il momento di sottomettersi ad una volontà superiore senza più illudersi di potere ottenere tutto quello che desidera.

Credo che il contributo di ricerca clinica di Rugider Dhalke sulla “cura” del “cuore” e delle sue vicissitudini, sia quanto di più avvincente possa essere detto sull’amore come perfettibile equilibrio tra il dare e il ricevere.