ARTICOLI DI FRANCO NANETTI

LA DIPENDENZA AFFETTIVA (non è amore)

LA DIPENDENZA AFFETTIVA  (non è amore)

© Copyright “Clinica esistenziale”
Contributo dal saggio di Franco Nanetti “Gli itinerari dell’amore e della passione” (edizione Pendragon, Bologna, 2017.) e “Grammatica del cambiamento, Erickson, Trento)

Franco Nanetti
Docente presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, Direttore e Coordinatore didattico di II livello in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino. Da tempo i suoi studi si sono focalizzati sull’approfondimento di tematiche inerenti un’integrazione tra psicologia e spiritualità, nella ricerca di una comprensione degli stati evolutivi della coscienza e di percorsi di guarigione profonda.

Scrive Ralph Blum ne “Il libro delle Rune”: “Quando entrate in rapporto con un altro essere umano, non dovreste colassare in uno stato di dipendenza con lui.
Un rapporto, infatti, si può realizzare solo mantenendo la propria individualità e la propria integrità mentre ci si unisce all’altro.
Lasciate che i venti del Cielo danzino tra di voi”.
Vivere insieme ci vuole capaci di rimanere fedeli a se stessi.
Nella coppia, afferma Eric Fromm:”Si diventa uno, restando due “.
Nessuno in una autentico rapporto d’amore diventi una struttura ortopedica dell’altro.
Ciò porta ad un fallimento della vita di coppia.
Quando la dipendenza per l’altro ci distoglie dalla vita, sopisce i nostri sogni, non ci consente più di desiderare i nostri progetti, il nostro lavoro, il nostro quotidiano, la
bellezza di ogni cosa, bellezza che si lascia intravedere nel contemplare l’incanto di un tramonto o del “germogliare” delle stelle durante una notte d’estate, nell’ascoltare
un brano musicale o nel leggere di una poesia, la nostra capacità di amare è venuta meno.
Quando la dipendenza per l’altro ci distoglie dalla vita, sopisce i nostri desideri, la nostra sensibilità e non ci consente più di amare il proprio lavoro, di sentirci felici nel
contemplare l’incanto di un tramonto o del “germogliare” delle stelle durante una notte d’estate, di ascoltare un brano musicale o di leggere un interessante libro, la nostra capacità di amare è venuta meno.
La dipendenza ci imprigiona, l’amore ci rende liberi; nella dipendenza diventiamo incapaci  di ascoltare, di desiderare, di  discernere, di guardare altrove, di immergerci
nella bellezza della vita. Di fronte alla dipendenza eccessiva rimaniamo bloccati nella passività, come in balia del mondo esterno non riusciamo più a dare ascolto ai nostri
desideri, alle nostre necessità e ai nostri diritti.

IL VERO AMORE NON FA MAI SOFFRIRE

Una persona dice: “Io amo quella persona, ma questa desidera un’altra; ciò mi fa terribilmente soffrire. Non posso accettare che quella persona non stia con me”.
Questo non è amore, ma la pretesa che l’altro corrisponda esclusivamente al proprio desiderio Ma non possiamo costringere nessuno a corrispondere alle nostre aspettative.
La dipendenza non è amore, ma ribellione egoica.
Scrive a questo proposito in “Chiamata d’amore”, il gesuita Anthony de Mello (1970): “Finchè ti aggrapperai a qualcuno non amerai mai e non sarai mai felice (…).
Il tuo amore è un incubo.
Credi che la felicità dipenda dalle cose che ottieni. Ma ciò è falso. Tale atteggiamento ti costringe sempre a guardare quello che non hai e non quello che hai (…). Credi di
essere felice se sarai capace di cambiare il mondo e il modo di comportarsi dell’altro, ma ciò è falso. Essere felice pensando che la felicità sia fuori di te è come cercare un
nido d’aquile in fondo all’oceano. Non sprecare energie né a cambiare gli altri né a cambiare il mondo (…).
Nessun legame può renderti felice.
Il soddisfacimento di un desiderio può regalarti sprazzi di voluttà, lampi di ebbrezza, ma non la felicità”.
Nella dipendenza non c’è amore né felicità.
Ora chiediti:
Come ami l’altro?
Il tuo amore è famelico o improntato al dono e alla libertà?

(il prossimo post riguarda il tema “Quando è arrivato il momento di separarsi?” Se desideri riceverlo attendo una tua conferma)

POST in presentazione del Work shop che si svolgerà  Domenica  25 novembre  2018 – Dalle Ore 8,30 alle 13,00
con il seguente programma:

-Psicologia e spiritualità
-La mindfulness esistenziale per migliorare la vita in coppia.
-Thich Nhat Hanh: la consapevolezza della presenza e la pratica dell’inter-essere

4 DAL MATRIMONIO IN CANTINA AL MATRIMONIO SULL’ALTARE

DAL MATRIMONIO IN CANTINA AL MATRIMONIO SULL’ALTARE
(contributo di Franco Nanetti, dal saggio “Grammatica del cambiamento” Erickson, Trento, 2017)

Il dialogo sta all’amore come il sangue sta al corpo. 
Quando il sangue cessa di scorrere, il corpo muore. 
Quando non c’è più dialogo, l’amore muore e nascono il risentimento e
l’odio.
Ma il dialogo può ridare vita ad un rapporto morto.
E’ questo il miracolo del dialogo.
Reuel Howe

L’innamoramento o “amore a prima vista”, seppur necessario, è un inganno, uno sviamento dalla realtà.
Non con questo che l’innamoramento vada evitato, ma occorre ricordare, come sollecita Bert Hellinger (2002), che “l’innamoramento è determinato da una proiezione idealizzante e che il vero amore è sempre a seconda vista”.
E’ importante ricordarci che, per poter amare, è sempre necessario passare dalla risonanza confusiva alla coscienza sensibile, dal “sentire” l’altro, al “vederlo”.
“Sentire intensamente” l’altro non è sbagliato. E’fondamentale “innamorarsi”per creare il legame e attivare il  nostro potenziale. Ma per
entrare nell’amore autentico, occorre non venire troppo distratti da tutto quel “rosa” che di solito è una proiezione idealizzante di una parte di noi stessi.
Ogni volta che ci si innamora occorre ricordarsi che ciò che vediamo in modo idealizzato dell’altro, è una parte di noi che ha bisogno di evolvere.  Se la parte che dovrebbe evolvere la percepiamo come una qualità solo depositata  nell’altro, rimaniamo ingabbiati nella nostra mancanza.
L’innamoramento come “amore visionario” può far molto male per due ragioni: la prima è perché ci rende dipendenti, la seconda è perché, dopo la fase di esaltazione, ci mantiene in uno stato di autosvalutazione. Solo l’ “amore a seconda vista” ci permette di accettare le nostre mancanze e, riconoscendo in modo realistico le nostre potenzialità, di impegnarci in ogni modo per migliorarci.

APRIRSI ALLA VULNERABILITÀ

La consulenza esistenziale di coppia ad orientamento logoanalitico (F.Nanetti, 2017) è un percorso di consapevolezza che ci consente di
cogliere le motivazioni inconsce che ci hanno portato a scegliere una persona che non ci ama o che non amiamo o che manipoliamo, per
imparare, se fosse necessario, a separarci da lei con benevolenza, o a cambiare “insieme”con l’impegno di entrambi di stipulare un “contratto
matrimoniale” di autentico scambio, potendo in consapevolezza transitare dal “matrimonio stipulato in cantina al matrimonio celebrato sull’altare” (Schellenbaun, 1988).
Nel matrimonio stipulato in cantina, vi è un occulto accordo a riproporre una simbiosi del passato. In questo tipo di matrimonio ognuno si aspetta che l’altro sia un genitore quando di fatto è un “bambino”, e che sia un bambino quando si ostina ad essere un “genitore”.
Nel matrimonio contratto in cantina, non vi sono due “adulti” che riconoscono i reciproci bisogni, accettando che vengano soltanto
parzialmente soddisfatti. Nel “matrimonio in cantina” domina la pretesa, spesso mascherata da menzogne “Faccio tutto per te … sono sempre
disponibile … geloso … perché ti amo”.
Nel matrimonio in cantina non ci si mostra per quello che si è, ma per quello che l’altro si desidererebbe che l’altro vedesse di noi.
Questo inganno prima o poi esige un prezzo.
Il partner che si era illuso che noi fossimo quello che mettevamo in scena, quando si accorge che le cose non stavano affatto così, entra
nella spirale del risentimento e della disillusione. Da qui la reazione di rabbia e isolamento  distaccato.
Inutile dire che nel matrimonio in cantina il mostrarsi più di quello che si è, non solo ci proietta in una dimensione di falsità, ma anche di
cecità. Concentrando l’attenzione solo sul farci accettare cercando l’ammirazione del partner, ci impedisce di vedere l’altro come
persona in “carne ed ossa”, per quello che è. In altri termini, essendo noi in prima persona impegnati a manipolare, non siamo nelle
condizioni di accorgerci che anche l’altro ci sta manipolando. Così la collusione narcisistica trova buon gioco.
Le menzogne esistono in quanto i bisogni non vengono esplicitati in modo chiaro, ma sono delle implicite domande mai formulate perché nascoste da comportamenti basati sul controllo.
Tali menzogne, esito di “contratti di natura collusiva” o “giochi copionici”, sono dettati dalla paura del rifiuto.
Con la consulenza esistenziale impariamo a riconoscere il meccanismo inconsapevole della collusione emotiva, fino a comprendere che
l’attrazione l’uno verso l’altro avviene allorchè ognuno “deposita” sull’altro la parte emozionale rimossa o negata o cerca nell’altro la
compensazione di una parte di sé non ancora realizzata, come quando ad esempio provando un arcaico sentimento di vergogna che impedisce
l’essere intraprendente, ci si  innamora dell’intraprendenza dell’altro.
Siccome il matrimonio in cantina è all’insegna della mancanza di consapevolezza, alcuni potrebbero pensare che ci deve unire solo
quando si è capaci di una visione più lucida.
Niente di più sbagliato.
Senza l’esperienza del matrimonio in cantina, non saremmo mai spinti ad andarci a conoscere in profondità, a rimetterci in contatto con le
nostre mancanze.
Occorre inciampare per rialzarsi e migliorarci.
Ad un patto, però. Che non trasformiamo il partner che ci ha deluso in un nemico, ma in qualcuno che “necessariamente” dovevamo
incontrare per ritrovarci.
Allorchè, rinunciando a volere che l’altro cambi, accettiamo la sfida di conoscerci nella profondità del nostro essere, non potremo che
diventare più consapevoli, più veri, più “sanamente” vulnerabili,  più autentici.
Solo a questa condizione la divergenza diventa convergenza e può farsi strada il matrimonio sull’altare.

Un caro saluto
Franco Nanetti

Post di presentazione dei seminari del 27/28 Ottobre 2018

3-ETERNARE IL DESIDERIO ESPRIMERE LE EMOZIONI SENZA REPRIMERLE E SENZA SCARICARLE SULL’ALTRO

ETERNARE IL DESIDERIO ESPRIMERE LE EMOZIONI SENZA REPRIMERLE E SENZA SCARICARLE SULL’ALTRO © Copyright “Clinica esistenziale”(contributo liberamente tratto dai saggi di Franco Nanetti dai titoli: “La mente che cura” e “Empatia transpersonale”, Pendragon, Bologna) Franco Nanetti

“L’amore – scriveva il filosofo e teologo danese Soren Kierkegaad – è per l’istante e per l’eternità”; ma a un patto “che non si rinunci mai all’esperienza dell’autentica intimità”.
Tale esperienza comporta un potere esprimere e condividere le emozioni. Se in ripetute circostanze nella vita di coppia per paura di perdere l’altro, ad esempio, si evita di esprimere la rabbia reprimendola o scaricandola con modalità barbare, il desiderio si spegne.
Un’interessante ricerca condotta all’Università di Seattle (2002) rivela come in alcune coppie si possa arrivare “reprimendo la rabbia” alla perdita del desiderio sessuale, al silenzio astinente, all’insofferenza pungente e litigiosa.
Il gruppo di ricerca ha evidenziato come partner sposati che si sono offerti per essere indagati dal “microscopio emotivo” mentre conversavano, vivessero con disagio la relazione quando uno di loro manifestava una “rabbia distaccata”.
Quando, infatti, nei videofilmati emergeva che uno dei due partner a livello di mimica facciale nascondeva la rabbia, l’altro immediatamente in termini complementari diventava rissoso. Ciò provocando con il passar del tempo un affogamento affettivo che impediva ai partner di dialogare costruttivamente.
Le modalità di nascondimento della rabbia sono diverse: gesti di impercettibile insofferenza – come alzare gli occhi al cielo – , il dare consigli non richiesti, il non “mentalizzare” i bisogni dell’altro disattendendo le sue aspettative, un criticismo esasperato diretto anche su questioni marginali, un silenzio “rumoroso” volto a colpevolizzare o a negare la presenza.
Le conseguenze nell’ambito di una relazione con un partner passivo-aggressivo che non manifesta in modo diretto la propria rabbia, sono soventi disastrose.
Talora “il compagno di viaggio” al cospetto del partner “muro di gomma”, o si trova a provare una rabbia apparentemente inspiegabile che può sfociare in urla, minacce e percosse, o si distacca tanto che ogni forma di attrazione fisica si affievolisce.
La scelta terapeutica non è semplice.
Talora i partner si rivolgono allo specialista di consulenza “in” coppia quando è troppo tardi, quando sono arrivati a stagnare per troppo tempo nel risentimento oppure quando ognuno si è talmente distaccato tanto da avere spostato la propria attenzione altrove (F.Nanetti, 2017).
In alcuni casi può succedere che il partner in maggiore difficoltà abbia dato inizio ad un proprio percorso di “analisi”separato dall’altro, percorso che sovente potrebbe accentuare la condizione di divergenza.
Qualora invece i partner decidano di intraprendere un percorso insieme per comprendersi in profondità ed affrontare le difficoltà che sono emerse, occorre che procedano in questa direzione interpellando uno specialista capace di aiutarli ad interrompere il circolo della pretesa per potere anche senza vergognarsene condividere la propria vulnerabilità (F. Nanetti, 2017).
In tal senso per sommi capi si procede nel seguente modo.
I partner in una prima fase vengono invitati ad esplicitare “il proprio dissenso” per poi in un secondo momento riconoscere quei bisogni, propri e dell’altro, che nel corso della relazione non sono mai stati riconosciuti e soddisfatti.
In un ulteriore fase, ognuno facendo uso di messaggi di autorivelazione (feedback fenomenologi), viene invitato ad esprimere autenticamente i propri stati emotivi, senza doverli più reprimere e censurare.
Nell’ultima parte del lavoro ognuno dei due partner, a turno, viene invitato, secondo la prospettiva logoanalitica, ad esprimere l’intento di trovare modalità per “volere il bene dell’altro” e dare corso a comportamenti improntati alla sollecitudine (preinvestimento
intenzionale).
Con questo metodo, da me proposto nel saggio “Grammatica del cambiamento” (edizioni Erickson, Trento, 2017), si passa dall’espressione di una “rabbia gentile” che non esaspera lo scontro ad un decentramento egoico capace di mettere in gioco forme di empatia attiva.
In taluni casi tale metodo si integra alla pratica della mindfulness emozionale, mediante la quale i partner apprendono a regolare la risposta connessa con la rabbia attraverso meccanismi di “graduale e moderata” esposizione.
L’evitamento di un’emozione disturbante può dare un immediato sollievo, ma a lungo termine tale modalità è dannosa.
L’evitamento della rabbia in particolare, se inizialmente può “alleggerire”, offrendo la sensazione di stare bene, con il passare del tempo diventa sempre più insidiosa e devastante.
Con la mindfulness emozionale ognuno si addestra a rimanere nel momento presente senza giudicarsi o colpevolizzarsi per quello che prova.
Ciò prepara il terreno per l’ascolto di se stesso e dell’altro.
Questo è l’inizio.
Vale la pena provare.
Il cambiamento dell’altro passa sempre in qualche modo attraverso il cambiamento di se stessi.

Franco Nanetti

2 LA CONSULENZA ESISTENZIALE “IN” COPPIA AD ORIENTAMENTO LOGOANALITICO 

LA CONSULENZA ESISTENZIALE “IN” COPPIA AD ORIENTAMENTO LOGOANALITICO

(contributo di Franco Nanetti, dal saggio “Grammatica del cambiamento” Erickson, Trento, 20017)

Il dialogo sta all’amore come il sangue sta al corpo.
Quando il sangue cessa di scorrere, il corpo muore.
Quando non c’è più dialogo, l’amore muore e nascono il risentimento e l’odio.
Ma il dialogo può ridare vita ad un rapporto morto.
E’ questo il miracolo del dialogo.
Reuel Howe

L’innamoramento o “amore a prima vista”, seppur necessario, è un inganno, uno sviamento dalla realtà.
Non con questo che l’innamoramento vada evitato, ma occorre ricordare, come sollecita Bert Hellinger (2002), che “l’innamoramento è determinato da una proiezione idealizzante e che il vero amore è sempre a seconda vista”.
E’ importante ricordarci che, per poter amare, è sempre necessario passare dalla risonanza confusiva alla coscienza sensibile, dal “sentire” l’altro, al “vederlo”.
“Sentire intensamente” l’altro non è sbagliato. E’fondamentale “innamorarsi”per creare il legame e attivare il nostro potenziale. Ma per
entrare nell’amore autentico, occorre non venire troppo distratti da tutto quel “rosa” che di solito è una proiezione idealizzante di una parte di noi stessi.
Ogni volta che ci si innamora occorre ricordarsi che ciò che vediamo in modo idealizzato dell’altro, è una parte di noi che ha bisogno di evolvere.
Se la parte che dovrebbe evolvere la percepiamo come una qualità solo depositata nell’altro, rimaniamo ingabbiati nella nostra mancanza.
L’innamoramento come “amore visionario” può far molto male per due ragioni: la prima è perché ci rende dipendenti, la seconda è perché, dopo la fase di esaltazione, ci mantiene in uno stato di autosvalutazione.
Solo l’ “amore a seconda vista” ci permette di accettare le nostre mancanze e, riconoscendo in modo realistico le nostre potenzialità, di impegnarci in ogni modo per migliorarci.

DAL “MATRIMONIO IN CANTINA” AL “MATRIMONIO SULL’ALTARE”
La consulenza esistenziale di coppia è un percorso di consapevolezza che ci consente di cogliere le motivazioni inconsce che ci hanno portato a scegliere una persona che non ci ama o che non amiamo o che manipoliamo, per imparare, se fosse necessario, a separarci da lei con
benevolenza, o a cambiare “insieme”con l’impegno di entrambi di stipulare un “contratto matrimoniale” di autentico scambio, potendo in
consapevolezza transitare dal “matrimonio stipulato in cantina al matrimonio celebrato sull’altare” (Schellenbaun, 1988).
Nel matrimonio stipulato in cantina, vi è un occulto accordo a riproporre una simbiosi del passato. In questo tipo di matrimonio ognuno si aspetta che l’altro sia un genitore quando di fatto è un “bambino”, e che sia un bambino quando si ostina ad essere un “genitore”.
Nel matrimonio contratto in cantina, non vi sono due “adulti” che riconoscono i reciproci bisogni, accettando che vengano soltanto
parzialmente soddisfatti. Nel “matrimonio in cantina” domina la pretesa, spesso mascherata da menzogne “Faccio tutto per te … sono sempre disponibile … geloso … perché ti amo”.
Le menzogne esistono in quanto i bisogni non vengono esplicitati in modo chiaro, ma sono delle implicite domande mai formulate perché nascoste da comportamenti basati sul controllo.
Tali menzogne, esito di “contratti di natura collusiva” o “giochi copionici”, sono dettati dalla paura del rifiuto.
Con la consulenza esistenziale impariamo a riconoscere il meccanismo inconsapevole della collusione emotiva, fino a comprendere che
l’attrazione l’uno verso l’altro avviene allorchè ognuno “deposita” sull’altro la parte emozionale rimossa o negata o cerca nell’altro la
compensazione di una parte di sé non ancora realizzata, come quando ad esempio provando un arcaico sentimento di vergogna che impedisce l’essere intraprendente, ci si innamora dell’intraprendenza dell’altro.

1 L’AMORE AUTENTICO

L’AMORE AUTENTICO
L’AMORE NON CHIEDE TROPPO ALL’AMORE
NEUROSCIENZE RELAZIONALI © Copyright “Clinica esistenziale”

Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le
sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo
Luca (14,26).

La capacità d’amare è l’esito di un percorso di consapevolezza e di coraggio nella ricerca costante della verità, della libertà, dello scambio nella sollecitudine.
Se nell’amore autentico vi è reciprocità, libertà e consapevolezza, nell’amore inautentico o pseudo-amore dominano forme di manipolazione e controllo, di intolleranza e pretesa, che nulla hanno a che fare con l’amore.
Per questo “non sempre possiamo fidarci sempre dell’amore e delle parole sull’amore”.
Se una persona dice: “Io amo l’altro e lui non deve assolutamente andarsene”, tale atteggiamento non ha nulla a che fare con l’amore.

Scrive a questo proposito Anthony de Mello in “Chiamata d’amore” (1994): “Quando l’altro smette di amarti e tu soffri tanto da trattenerlo a te, ciò accade non perché lo ami ma perché ne vuoi il possesso esclusivo (…). Quando sei troppo turbato dalle reazioni dell’altro, ciò vuol dire che non lo ami”. 
L’amore autentico non ha nulla a che fare con la pretesa. La persona che ama, proclama il proprio amore, ma non interferisce mai sulla vita dell’altro, qualsiasi scelta questi decida, sia che risponda Sì o No. Se l’altro alla domanda di amore che gli rivolgiamo, risponde No, occorre lasciarlo libero. Il suo No non va interpretato come un rifiuto della nostra persona, ma come un suo tentativo di profferire un Si a se stesso.
Non possiamo amare l’altro solo quando è in accordo con noi.
Nessun senso di colpa.
Nessun No ci impedisce di continuare ad amare l’altro.
Il vero amore si basa sul volere il bene dell’altro anche quando questi è in dissonanza con i nostri desideri.
La vera intimità con l’altro ci vuole capaci di essere sinceri, anche se ciò presuppone l’essere divergenti.
Ognuno di noi può dire No senza rimanere aggrappato a quel No.
Ognuno di noi può dire No all’altro, ma nello stesso tempo desiderare il suo bene.
Ricordati: “nessuno può darti l’amore che desideri, che meriti o credi di meritare”.
Per questo dipendere dall’altro, è sempre fonte di sofferenza.
Nella dipendenza, nella ricerca compulsiva della sicurezza, nei lampi di ebbrezza e
voluttà che l’altro ci offre, non c’è né amore né felicità.
LA RECIPROCITÀ TRA IL DARE E IL RICEVERE

Offrire anche tre volte al giorno
trecento pentole di cibo ai bisognosi
non equivale a una sola porzione del merito
di un istante di amore.
Nagarjuna

L’amore autentico non è sentimentalismo, né dipendenza, né ricatto, né vittimismo, né seduzione fallica, né iperoblatività, ma piena responsabilità della concretizzazione consapevole di “atti d’amore”. Anche l’iperoblatività, basata solo sul “dare” ma mai su un farsi umili per “ricevere”, è una forma di manipolazione.
L’eccesso di amore può essere egoistico quanto il non amore.
L’iperoblatività può in alcuni casi essere una “finzione”, tipica di chi si prodiga  incessantemente per l’altro al fine di sentirsi superiore a lui e celare le proprie  mancanze; tipica di chi, mostrandosi “potente oltre misura”, cerca di rendere l’altro sempre più bisognoso e dipendente.
Per comprendere quanto sto dicendo, vorrei chiarire che, come afferma Eric Berne il padre dell’Analisi transazionale, c’è una sostanziale differenza tra “il soccorrere e l’aiutare”, tra “l’iperoblatività coatta e la sollecitudine amorevole”.
Mentre nell’oblatività coatta, nella forma del dare compulsivo, si cela la pretesa di ottenere in termini narcisistici qualcosa per sé, nella sollecitudine amorevole non si vuole nulla in cambio.
Spesso chi “soccorre”, prodigandosi per l’altro, non sempre lo fa per generosità, ma perché il suo bisogno di essere amato e ricevere approvazione è cogente.
Ciò comporta una falsificazione dell’amore.
L’amore vero si commisura nelle reciprocità tra il dare ed il ricevere.
Alcuni sanno solo dare, ma non sanno accogliere l’amore.
Tali persone sono solo dei “donatori controllanti”, che si percepiscono forti solo se danno, mentre si percepiscono deboli se ricevono.
Quando il dare ci esalta nella nostra bontà, l’amore è falso, poiché è falso ogni atto che è funzionale all’esigenza di accrescere la magnificenza del nostro Ego.
Chi ama autenticamente sa porgere il proprio aiuto, ma sa anche al momento opportuno accoglierlo e chiederlo.
L’iperoblatività porta ad inevitabili conseguenze Quando il donare è al servizio di propri bisogni narcisistici, un modo per sentirci
buoni e bravi, ciò può determinare un infantilizzazione dell’altro e nello stesso tempo un’interdizione della capacità di farsi umili nel chiedere aiuto.
Thich Nhat Hahn ammonisce chi voglia imparare ad amare, affinchè di tanto in tanto senza lamentarsi si eserciti a chiedere l’aiuto dell’altro, anche quando questo comporta la paura di un eventuale rifiuto.
Si tratta di un ottimo esercizio per il narcisista iperoblativo, cimentarsi nel mantra della richiesta proposta da Thich Nhat Hahn (2012) : “Sto soffrendo, per favore aiutami …”
E’ un mantra veramente difficile, soprattutto per le persone orgogliose abituate all’autosufficienza. Ma per coloro che sono avvezzi al “soccorrere” è fondamentale.
Un’altra conseguenza negativa connessa con l’iperoblatività consiste nell’andare sovente sotto stress. Ogni “salvatore” nel momento in cui “soccorre” l’altro inizialmente si sente in termini egoici gratificato, ma appena con il passar del tempo la complementarietà si intensifica, tanto che l’altro si passivizza, può accadere  l’incessante prodigarsi del “salvatore”, lo renda sempre più esausto ed irritabile.
Per questo il “salvatore/soccorritore” dovrebbe di tanto in tanto ricaricarsi, sottraendosi all’azione compulsiva del “dare”, per cercare luoghi e tempi diversi al fine di prendersi cura di sé, o trovare finalmente qualcuno che si prenda cura di lui.

VIVERE IN CONSAPEVOLEZZA

Come avviare un percorso di conversione?
La soluzione come al solito non sta all’esterno, ma all’interno.
Il primo passo si concentra sull’impegno che l’orgoglio non prenda mai il sopravvento. Perché ciò accada occorre “vegliare e pregare”, rimanere vigili nella consapevolezza delle reali intenzioni che ci conducono a proclamare il nostro amore.
Dichiarare ad un partner il nostro sentimento amoroso, senza avere una visione chiara del modo in cui ognuno declina il proprio protendersi nell’amore, non serve. Non basta dire al partner “Io ti amo”. Occorre comprendere l’intenzione sottesa e “come pensiamo di amarlo”, occorre comprendere se, andando oltre quello che dichiariamo, il nostro amore è improntato alla compassione, o è predatorio, infantile e
controllante.
Quando domina uno stato di dipendenza “paleo-meso-encefalica” improntato sulla segreta paura di non farcela senza l’altro, ciò sta ad indicare che sono in gioco forme di compensazione relazionale basate sulla pretesa.
Nella prospettiva di comprendere in profondità il modo in cui ci poniamo al cospetto dell’amore, è utile porsi le seguenti domande:
“La mia dichiarazione d’amore è autentica o manipolatoria?”
“Voglio il bene dell’altro o lo sto ingannando con l’intento di trovare protezione o soddisfazione ai miei bisogni egoici?”
“So amare la mia vita indipendentemente dall’essere amato?”
“Quando mi mostro buono e servizievole, che cosa voglio ottenere per me?”
“So riconoscere la paura che mi porta a dominare o manipolare?”
“Quale paura si nasconde dietro la mia pretesa di essere amato?”
Dopo che si è risposto alle domande indicate, sarà possibile confrontarle con quanto qui di seguito riportato circa la distinzione tra le modalità di fare esperienza di un amore infantile e di un amore adulto.

L’ amore dipendente o infantile centrato sul bisogno: L’amore autentico o adulto centrato sul desiderio
-esige sempre una risposta affermativa -accetta l’imprevedibilità della
-è predatorio ed invadente -lascia l’altro libero di scegliere
-è possessivo ed esclusivo -non vuole il possesso dell’altro
-idealizza l’altro -vede l’altro per quello che è
-vuole cambiare l’altro -è accettazione incondizionata dell’altro
-non ammette l’abbandono  -ammette che l’altro possa rifiutarci
-si basa sul controllo  -lascia l’altro essere se stesso
-è inautentico e manipolatorio -si fonda sul dialogo autentico
-teme in modo angosciante la solitudine esistenziale -riconosce ed accetta la solitudine esistenziale
-ingenera malessere, insofferenza, rabbia -desidera la propria ed altrui felicità

NEUROSCRIPTING (1): DALL’AMORE PALEO-MESO-CORTICALE ALL’AMORE NEOCORTICALE

Oggi … aiuto gli altri
senza la speranza di una ricompensa
Reb Anderson

Se il pseudo-amore paleo-meso-encefalico (2), centrato sulla logica del bisogno, è una reazione arcaica connessa con l’urgenza di mantenere il legame attraverso l’incorporazione dell’altro, l’amore neocorticale (3), centrato sul desiderio, si basa sull’approssimarsi all’altro attraverso il dialogo.
Mentre nella reazione paleo-meso-encefalica la paura di perdere l’altro e di non potere sopravvivere alla sua mancanza, porta il soggetto alla impossessarsi dell’altro attraverso il dominio o la gelosia o la manipolazione, nella risposta neocorticale il soggetto, consapevole della capacità di sopravvivere nonostante l’assenza dell’altro, non esercita nessuna costrizione, lo lascia libero di rispondere
secondo i propri desideri o le proprie esigenze.
Solo nell’amore neocorticale viene rispettata la libertà di amare, solo nell’amore che accoglie sia il Sì che il No dell’altro, si fa strada un’autentica esperienza di intimità e dialogo.
Nessuno può costringere qualcun altro ad amarci.
Se nell’orgoglio si rivendica l’idea che l’altro “deve stare con me”, nell’umiltà l’altro viene lasciato libero di rispondere in piena libertà.
Talvolta il vero amore verso chi non ci desidera e non ci ha scelto, si traduce anche nel poter dire “E’ arrivato il momento che io me ne vada”.

AMORE COME AUTOTRASCENDENZA: DALLA PARANOIA ALLAMETANOIA

Quando ti alzi al mattino ringrazia il tuo Dio per la luce dell’aurora, per la vita che ti ha dato e la forza che trovi nel tuo corpo.
Ringrazia il tuo Dio per il cibo che ti dà e per la gioia di essere in vita.
Se non trovi motivi per elevare una preghiera di ringraziamento, allora vuole dire che sei in errore.
Tecumeseh

Scrive San Paolo nella seconda lettera a Timoteo (2,7), ogni volta che puoi “cerca di comprendere ciò che voglio dire”. In altri termini sembrerebbe affermare “non darmi consigli, ma ascolta pazientemente ciò che il mio cuore vorrebbe esprimere”.
La conversione spirituale del soccorritore o compiacente iperoblativo sta proprio in questa apertura che porge un ascolto profondo che non esige nulla.
Il processo metanoico dall’orgoglio all’umiltà, come percorso di autotrascendimento, è un appello affinché il soggetto “iperoblativo” in conversione diventi spietatamente sincero con se stesso, nella consapevolezza di quanto spesso abbia bisogno di prodigarsi per l’altro per percepirsi persona di valore, e di come in altro modo debba impegnarsi ad apprendere una sollecitudine senza ricompensa.
In questo ulteriore passaggio, secondo Joe Dispenza (2012), per cambiare in profondità occorre transitare verso un diverso sentire in termini emozionali e un differente modo di agire, verso una “diversa abitudine di essere se stessi”.
Ciò comporta un percorso di elevazione che chiama in causa la volontà sapiente, la disciplina, la gratitudine e la comprensione del proprio divenire nella pienezza di limiti e possibilità.
Nel processo metanoico dell’orgoglioso verso l’umiltà è fondamentale che il soggetto immerso nella “falsa abbondanza”, interdica senza reprimere la reazione oblativa, evitando di catapultarsi nel fare qualcosa per l’altro, potendo, diventando consapevole della presenza, creare “uno spazio di riflessione” all’interno del quale comprendere propri bisogni, mancanze, paure, per trovare una risposta volta ad
aiutare in modo realmente “utile” all’amore.
L’orgoglioso spesso pensa che l’altro debba essergli grato per tutto quello che fa, dimenticando il gioco collusivo sotteso che lo spinge ad “usare” l’altro come fonte di nutrimento narcisistico, è inconsapevolmente truffaldino.
E’ importante che l’orgoglioso, esercitandosi nella consapevolezza della presenza, impari a transitare dalla compulsione “oblativa” alla comprensione di potere dare valore alla propria vita senza “doversi appropriare” dell’altrui “bisognosità e vulnerabilità” per sentirsi “bravo e buono”.
In questo percorso evolutivo occorre che l’orgoglioso impari ad amare senza doversi percepire indispensabile, occorre che eviti di autocelebrarsi sull’altare di una presunta “superiorità” o “falsa abbondanza”, per approdare al convincimento di seguire “ciò che il suo cuore sente”, per diventare sempre più se stesso in assonanza con una diversa “visione” dell’amore, un amore orientato alla libertà e non alla
costrizione, all’autentico bene per sé e nello stesso tempo per l’altro.
In tale accezione si comprende quando riferisce l’evangelista Luca parafrasando Gesù, nel ritenere che il seguire la Via necessiti un distacco da qualsiasi forma di “asimiento” sia da “padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle e perfino dalla propria vita” (Lc, 14, 26)
Voglio precisare che, secondo le nuove ricerche sui processi di ricablaggio neuronale delle virtù, il processo metanoico verso l’umiltà comporta in ultima analisi la sua corporeizzazione.
Il cambiamento profondo secondo i principi della neuroplasticità cerebrale comporta un esercizio costante di integrazione costante tra l’intenzionalità della mente e le reazioni del corpo.
Come sosteneva Sant Agostino “Se vuoi possedere una virtù, imitala”
In altri termini si tratta di sperimentare quanto più è possibile l’essere umili in tutto l’arco del nostro quotidiano.
Il sapere manifestare i propri bisogni, il sapere chiedere, il fatto di esprimere un opinione, il sapere dire di No con fermezza e gentilezza, sono dei “modi di essere nell’umiltà” che vengono via via corporeizzati, fino a stabilizzarsi nel nostro inconscio progressivo per depositarsi in modo costante come “tendenze dell’essere” nella nostra vita
OLTRE LA PAURA DELLA SOLITUDINE

Ogni volta che la vita ci mette al cospetto di una situazione relazionale problematica e conflittuale c’è una fondamentale domanda a cui ognuno dovrebbe impegnarsi a rispondere: “Che cosa farebbe l’amore al posto della paura?”
“L’amore scaccia la paura” (1 Gv 4, 18) così come il superamento della paura rende possibile l’amore.
Non possiamo amare fintanto che, soggiogati dalla paura della solitudine, vorremmo che l’altro fosse sempre disponibile a soddisfare le nostre richieste.
Paura della solitudine ed amore sono sovente stati profondi dell’anima inconciliabili. Scrive Anthony de Mello (1994): “Potrai amare solo se potrai liberarti dalla paura di rimanere solo. Solo così potrai avere una visione chiara e non obnubilata dell’amore”. E ancora, con stringente efficacia poetica, suggerisce: “Di tanto in tanto manda via la folla e ritirati sulla montagna; mettiti in comunicazione silenziosa con
gli alberi, con i fiori e con gli uccelli, con il mare e con il cielo, con le nuvole e con le stelle. All’inizio tutto ti sembrerà insopportabile. Ma se saprai attendere, il tuo cuore sboccerà nel canto e sarà eterna primavera”.

Nota 1
La pratica del Neuroscripting, come mia personale definizione di un metodo di training mentale volto a ridimensionare attraverso percorsi di nud-gin la presenza del comportamento reattivo e nello stesso favorire l’attivazione della corteccia prefrontale, trova i suoi fondamenti teorici in riferimento agli studi sulla neuroplasticità cerebrale, secondo la quale a qualsiasi età è possibile riprogrammare nuove funzioni del cervello in risposta a stimoli provenienti dall’ambiente e dalla nostra intenzione consapevole.
Nota 2
La componente paleo-meso-corticale comprende sia il sistema limbico, posto al di sotto della neocorteccia e costituito da una serie di strutture implicate nel controllo delle emozioni e del comportamento in relazione a dinamiche connesse con la sopravvivenza del tipo “attacco-fuga”, e il cervelletto collocato nella parte posteriore del cervello, e deputato ai processi di coordinazione motoria e al costituirsi della memoria non dichiarativa (L. Winberger, 2017).
Nota 3
La componente neocorticale si riferisce alla parte anteriore del lobo frontale del cervello implicata nei processi di problem solving, identificazione degli obiettivi, di esercizio dell’empatia (J. Dispenza, 2003)

Bibliografia di riferimento
De Mello A., Chiamati all’amore, Paoline, Milano 1994
Dispenza J., Cambia l’abitudine di essere te stesso, My Life, Rimini, 2012
Hellinger B., Ordini dell’amore, Urrà, Milano, 2003
Hillman J., La ricerca interiore, Moretti & Vitali, Bergamo 2010
Hillman J., Le storie che curano, Raffaello Cortina, Milano, 1984
Loyd A., (2012), Codice d’amore, Macro, Cesena, 2016
Kavarapu M.J., Sulle acque dell’oceano infinito, Appunti di Viaggio, Roma, 2002
Nanetti F., Clinica esistenziale, Erickson, Trento, 2016
Nanetti F., La dipendenza affettiva, Pendragon, Bologna, 2016
Nanetti F., Grammatica del cambiamento, Erickson, Trento, 2017
Nanetti F., Il potere dell’immaginazione, Pendragon, Bologna, 2017
Prentiss C., Lo zen e l’arte della felicità, Armenia, Milano, 2008
Schereiber S.; Guarire, PickWick, Trento, 2013
Schellenbaun P., La ferita dei non amati, Red, Como 1988
Schellenbaun P., Il no in amore, Red, Como 1992
Schiff L.J., Analisi transazionale e cura delle psicosi, Astrolabio, Roma, 1980
Thich Nhat Hanh, Pratiche di consapevolezza, Terra Nuova, Firenze, 2012
Tulku U., Il risveglio. Gli ultimi insegnamenti, Ubaldini, Roma, 1993
Vighetti A.V., Conversione del cuore in San Paolo, Appunti di Viaggio, Roma, 2000

PSICOSOMATICA 2018 – La malattia come “inciampo” iniziatico

RI-NASCERE

Nella vita si nasce sempre (almeno) due volte . La malattia come “inciampo” iniziatico

© Copyright “Clinica esistenziale”

(contributo liberamente tratto dai saggi di Franco Nanetti dai titoli: “Psicosomatica spirituale”, Pendragon, Bologna, 2016 e “Dialoghi tra psiche e soma”, Magi, Roma, 2010)

Franco Nanetti

“I malati sono simili ai poveri e ai reietti. Hanno una via speciale al Regno di Dio (…). La malattia è uno stimolo alla coscienza, è un’iniziazione.Alcune malattie rendono evidente un’infermità del cuore o un arresto emozionale. Altre rivelano un’insufficienza di spiritualità e di senso.Guarire non è semplicemente eliminare la malattia, ma un risvegliare”.Thomas Moore (filosofo, teologo, psicoterapeuta) –Edizione Moretti&Vitali, Bergamo, 2011 Carl Gustav Jung all’inizio del 1944, all’età di 69 anni, allorchè fu chiamato ad una docenza di Psicologia medica presso l’Università di Basilea, fu colto da un infarto cardiaco e da stati regressivi con deliri e visioni, che sconvolsero la sua esistenza.

Nella sua autobiografia Jung indica come la malattia rappresentò per lui non solo un messaggio di autoterapia (Dieter Beck, PGreco, 2012) ma il ritrovamento di sé e di una nuova fase creativa della sua vita. Così scrive: “Dopo la malattia iniziò per me un fruttuoso periodo di lavoro. Molte delle mie opere sono nate solo dopo quell’evento (…). La consapevolezza della finitezza di tutte le cose, mi dette il coraggio per nuove formulazioni. Non cercai più di imporre la mia opinione, ma imparai ad affidarmi al flusso dei pensieri. La malattia fu un sì all’essere, un sì incondizionato a ciò che è, all’esistenza, senza obiezioni. Fu un modo di accettare il mio vero essere e la mia incompletezza (…).

Solo dopo la malattia compresi l’importanza di accettare il proprio destino e la sconfitta”.

Come si evince dalla coinvolgente testimonianza, Carl Gustav Jung coglie nella malattia una nuova sfida alla paura della morte, l’inizio di un autentico ritrovamento del proprio vero Sé, un protendersi del percorso individuativo. Un recente “inciampo”, che ancora mi costringe ad una prolungata convalescenza, ha cambiato le mie abitudini di vita. Un “inciampo” che, mettendo in scacco la mia ostinata volontà di impegnarmi strenuamente nel mio lavoro, mi ha sollecitato a ri-pensare la malattia, il mio essere malato, come una sorta di “rito iniziatico”.

Come riferisco nella mia relazione di apertura ai lavori del Convegno Internazionale sulla Psicosomatica Olistica di Rimini, ci sono “malattie che anche se non muori lasciano morire qualcosa di te”, perchè “dopo certe prove che mettono in luce la tua vulnerabilità, dovrai fare i conti con il fatto che non potrai più fare tutto e che dovrai cambiare vita”.

L’infartuato, infatti, se vuole continuare a vivere non potrà più fumare, anche se pigro dovrà fare qualche passeggiata, anche se amante di dolcetti fuori pasto e di cene luculliane non potrà più concedersi insulse abbuffate, “ormai convinto che un piatto di verdure è più appetitoso di una portata di piccanti salumi”.

Come riferisce uno dei più famosi psicosomatisti del nostro tempo Rudiger Dahlke (i suoi studi sul “simbolismo corporeo” sono stati per me fonte di ispirazione di molti miei saggi), la malattia è una vicenda iniziatica: tanto che “talora basta una banale angioplastica perchè imprenditori iperstressati smettano di fare quello che fanno per dedicarsi ai teneri sentimenti per la famiglia”.

Il paziente coronarico sovente, dopo un infarto o un intervento al cuore anche se non sta malissimo, si trova a scoprire una nuova vita.

Ovviamente quando ci riesce.

Ma a questo punto per comprendere meglio il significato di questa potenziale svolta, traccio a titolo esemplificativo le caratteristiche del paziente con predisposizione all’infarto (ved. Franco Nanetti “Psicosomatica spirituale”, 2007).

Secondo le ricerche di Friedman e Rosenman (1966), Dahlke, Dransart, Nanetti 1996-2002-2017) il paziente “coronarico” è “meticoloso, potenzialmente depresso, collerico, ostile, autoritario, perfezionista, spinto da una strenua motivazione al conseguimento del successo, competitivo con persistente attivazione adrenergica ed eccessivo controllo ambientale, impaziente verso i propri interlocutori, con una disposizione cronica ad un senso di urgenza (speed and impatience)”.

Dunbar (1984), Deleage, Mayand (1986), Ziegler (1986) sono approdati ad una fenomenologia del paziente coronopatico, così descrivendolo: “un soggetto che lavora e lotta con fermezza e perseveranza (…), che tende al successo ed al pieno raggiungimento degli scopi prefigurati (…), che nel suo bisogno di eccellere e comandare spesso si trova ad ignorare la condizione di affaticamento (…), che tende a risolvere problemi con la lotta anziché con la diplomazia”.

Nella molteplicità dei disturbi cardiaci, così ampiamente documentata nel saggio di Rudiger Dahlke “Problemi di cuore”, (Tecniche Nuove, Milano, 2002), spesso si assiste ad una configurazione esistenziale del tutto particolare del cardiopatico a rischio di infarto corrispondente a quella sopra segnalata, configurazione caratterizzata da “una vita eccessivamente dura, rigida, anancastica, troppo disciplinata, segnata da troppe coercizioni, una vita dove l’amore autentico e i sentimenti, per un difetto di emotività, sono sovente stati esiliati” (H-E.Richter, 1969, R. Dahlke 1990, F. Nanetti, 2012).

Secondo Rudiger Dahlke (2002), infatti: “Le alterazioni del ritmo cardiaco e la tachicardia in particolare, rappresentano simbolicamente le emozioni soffocate o dimenticate che reclamano più attenzione”.

Il cuore, secondo Dahlke (1990), “impazzisce perché vuole costringere colui che ha problemi di cuore ad occuparsi delle proprie emozioni”.

Secondo la medicina psicosomatica orientata allo studio della personalità di tipo A, “quando il cuore si ammala la dimensione frenetica e incalzante dell’esserci segnala una minore capacità di vivere nella passione e nella gioia”.

Rudiger Dhalke nel bellissimo saggio di “Herz(ens)-Probleme”, Droemersche, Munchen, (1990-2002), dopo numerose ricerche, pone l’ipotesi che il “cuore spezzato” rappresenti un “problema di solitudine mai affrontato, una mancanza di compagnia ed isolamento sociale subita per troppo tempo (che talora coincide con la morte di una persona cara), una condizione esistenziale di vergogna di sé che sovente è stata compensata da un attivismo sfrenato”.

L’espressione “infarto” nella sua progenie etimologica, deriva da “infarcire”, che significa “mettere dentro”.

Il soggetto personalità A, nel corso del tempo si prodiga su tutti i fronti, diventa efficientissimo, un drogato del lavoro (workaholic), un doverista che deve fare tutto nel più breve tempo possibile (senso cronico di urgenza). Ciò lo porta spesso a chiudersi progressivamente agli altri, all’amicizia, alla tenerezza. Le arterie “chiuse” che si induriscono possono, secondo Dhalke, in termini simbolici rappresentare proprio questo fondamentale modo di essere.

Per questo sovente la guarigione prevede una svolta metanoica, un cambiamento di vita, per questo che dopo un infarto colui che si ritrova con un cuore a limitata funzione di deiezione, deve imparare non solo a prendersi cura di sé e a rallentare, ma anche, cosciente della propria debolezza e vulnerabilità, a praticare la sobrietà.

L’infartuato non potendo continuare a pensare che “sia possibile fare tutto”, nella consapevolezza che la morte incombe, dovrà chiedersi “Che cosa mi rimane da fare? Quali sono le cose essenziali su cui è arrivato il momento di concentrarmi? Ormai consapevole che l’iperattivismo è deleterio e che il bisogno di riconoscimenti non potrà mai compensare il desiderio di amare ed essere amato, dovrà chiedersi “Posso gioire delle piccole cose”.

In questo affidarsi alla vita senza volerla controllare il cardiopatico si rende conto (o almeno si dovrebbe rendere conto) che è arrivato il momento di sottomettersi ad una volontà superiore senza più illudersi di potere ottenere tutto quello che desidera.

Credo che il contributo di ricerca clinica di Rugider Dhalke sulla “cura” del “cuore” e delle sue vicissitudini, sia quanto di più avvincente possa essere detto sull’amore come perfettibile equilibrio tra il dare e il ricevere.

 

 NEUROSCRIPTING

 NEUROSCRIPTING © Copyright “Clinica esistenziale”

Cambiare con le neuroscienze applicate e la fisica quantistica
(contributo liberamente tratto dai saggi di Franco Nanetti dai titoli: “La mente che cura” e “Empatia transpersonale”, Pendragon, Bologna)

“LA MENTE SOTTO LA VOLTA CELESTE”
Secondo il “principio dell’indeterminazione” di Werner Karl Heizenberg (1927) “L’oggetto osservato non può più essere disgiunto dal soggetto osservante”.

Sulla base di tale principio, l’osservazione del fenomeno modifica il fenomeno stesso.

Infatti, secondo le ricerche di Heizenberg, è impossibile predire in modo esatto la posizione di una particella subatomica sulla base di una osservazione empirica, poiché lo sguardo dell’osservatore ne determina uno spostamento, mentre é possibile individuare il suo stato presente e la sua specifica posizione solo se si procede attraverso una valutazione di tipo predittivo-probabilistico.

Il fatto che diventi scientificamente dimostrato che la semplice osservazione di un fenomeno lo modifica e che la sua conoscenza reale può solo basarsi su calcoli previsionali, è un qualcosa di sconcertante. Sapere che la verità non è più conoscibile attraverso l’osservazione dell’oggetto, ma che essa può essere perseguita solo attraverso un processo di “rielaborazione interna del soggetto osservante” è qualcosa di assolutamente rivoluzionario.

Ciò potrebbe in qualche modo farci capire perchè i dati della ricerca della cura Di Bella dei tumori, presentati dal suo ideatore, erano confortanti, mentre i dati scaturiti dalla ricerca condotta da altri oncologi che usavano le medesime procedure davano risultati opposti.

La ragione sta nel fatto che, secondo il principio dell’indeterminazione, le aspettative di chi esegue la ricerca determina un diverso esito della ricerca stessa.

Il fatto che l’osservatore crea la realtà è stato sostenuto anche agli inizi del secolo scorso, dall’esperimento sulla “doppia fenditura”.

Nel 1909 il fisico britannico Geoffrey Ingram Taylor svolge la seguente ricerca. Nella prima fase viene lanciata una particella quantica, attraverso un acceleratore, in un condotto affinchè possa raggiungere un determinato punto attraversando una fessura insita in una barriera. In questa prima fase la particella arriva al punto a cui è destinata passando attraverso la fenditura.

Nel seconda fase dell’esperimento vengono inserite nel piano barriera due fenditure.

La particella in prossimità della barriera non sceglie di passare in una delle due, ma si trasforma in un’onda energetica che simultaneamente attraversa entrambe le fenditure, per poi raggiungere il punto designato per ritornare corpuscolo, ossia per ritornare nella forma in cui era partito.

Secondo le leggi della fisica classica ciò non sarebbe potuto accadere.

La particella per poter passare in entrambe le fenditure si trasforma da corpuscolo in onda di luce.

Ma dal momento che la particella non sapeva nulla in merito, l’ipotesi è che ciò dipenda dalla mente dell’osservatore, l’unico realmente ad avere l’aspettativa che la particella “non cosciente” passi attraverso entrambe le fenditure.

Ancora una volta con questo esperimento si dimostra che a causare i fenomeni di cambiamento della materia o del precipitarsi delle onde di luce in corpuscoli e viceversa sia l’osservatore con i suoi pensieri e con le sue aspettative.

In altri termini è l’osservatore che osservando trasforma il corpuscolo in onda di luce.

 

Secondo la fisica quantistica il mondo subatomico non può essere osservato senza alterarlo.

Il fatto che la luce sia un onda di energia se non la osserviamo o una particella di materia fisica se la osserviamo dipende da su che cosa noi ci focalizziamo. Se non ci focalizziamo sull’entità subatomica è solo un onda che fluttua liberamente, ma se ci concentriamo su di essa e la osserviamo, si solidifica su una particella di materia fisica. Poiché ogni atomo di questo mondo è costituito da entità subatomiche che si comportano in questo modo, tutto ciò riveste delle fondamentali implicazioni nella nostra vita.

LA MENTE NEL CORPO

“Da recenti ricerche (C. Pert, R. Ruff, E. Mezey, j. Wurtman, R. Roy, D. Chopra 2006-2017) si è potuto accertare che non solo il cervello influenza le nostre cellule, ma anche le cellule influenzano il nostro cervello, dimostrando che noi pensiamo con il corpo, come se questo fosse una parte integrante del nostro cervello.

Il nostro pensiero contagia ed è contagiato da tutto ciò che accade nel corpo e “oltre il corpo” (entanglement quantistico).

Si pensi alla presenza dei recettori depositati sulle membrane cellulari.

Nei primi anni settanta Candace Pert (2008) scrisse un libro “Molecole delle emozioni” che poneva l’intento di dimostrare come la vita di ogni cellula è determinata dal tipo di recettori presenti sulla sua superficie e come questi avessero specifiche correlazioni con sostanze chimiche o speciali ligandi. Abbiamo tre tipi di ligandi: i neurotrasmettitori, gli steroidi, i peptidi.

Questi ultimi, ossia i peptidi, sono costituiti da molecole che forniscono informazioni e che mettono in comunicazione numerosi sistemi: endocrino, neurologico, gastrointestinale, immunitario.

I peptidi seguono il seguente percorso: dopo che sono stati prodotti nell’ipotalamo -ghiandola che influenza le emozioni che proviamo- vengono convogliati verso la ghiandola pituitaria, per poi entrare nel circuito ematico ed agganciarsi alle cellule, creando fenomeni fisiologici infinitesimali volti a regolare i processi vitali delle cellule stesse e lo stato dell’umore.

Joe Dispenza (2014) afferma che non necessariamente una cellula è un clone della precedente, in quanto essa può contenere più recettori del peptide a cui si è legato. In altri termini se la cellula ha ricevuto peptidi prodotti dalla depressione, la nuova cellula che si costituirà a partire dalla precedente, avrà più recettori della depressione, diventando così incapace di ricevere peptidi positivi, ad esempio quelli forgiati dalla gioia.

Dal momento che i recettori della membrana cellulare sono sia destinati a ricevere messaggi che vengono prodotti a livello cerebrale che a inviare messaggi per la produzione di peptidi, si comprende pienamente che il nostro corpo è costantemente influenzato da ciò che sentiamo e pensiamo, e viceversa. Infatti l’aspetto più sconvolgente sta nel fatto che allorchè la mente produce uno stato d’animo, il corpo tende a perpetrarlo.

“Un’ora di depressione, scrive Cadace Pert, produce un numero elevatissimo di recettori che inviano attraverso determinati peptidi messaggi al mesencefalo di natura depressiva.

In altre parole il melanconico grave è colui che per un periodo molto lungo si è trovato costretto a vivere la depressione nel corpo, tanto che nel corso del tempo le spalle si sono abbassate, i muscoli hanno perso tonicità, lo sguardo si è proiettato verso il basso, la mimica si è bloccata, la pelle ha perso colore ed elasticità, le membrane cellulari hanno assimilato abbondantemente ligandi depressivi. Ciò spiegherebbe perché se ci lasciamo inquinare dalla depressione è così difficile uscirne”. Possiamo comprendere che se le cellule sono generate in base a ciò che pensiamo e sentiamo, è importante che siamo consapevoli di poter regolare i nostri pensieri e i nostri stati emotivi.

Scrive Chris Prentiss (2008): “Se per un’ora siete depressi, avete prodotto circa 18 miliardi di nuove cellule con un numero superiore di recettori che attirano peptidi depressi, e un numero inferiore di quelli che chiamano in azione peptidi positivi. E’ come se trilioni e trilioni di recettori si portassero le mani a coppa attorno alla bocca, urlando: “Mandateci più depressione!”.

In altri termini se i pensieri tetri e negativi influenzeranno il corpo affinchè si abitui con più facilità a provare tristezza anziché gioia, a sua volta in una sorta di spirale viziosa sarà il corpo a ri-generare pensieri “tetri-negativi”, rendendo il soggetto sempre più dipendente dallo stato melanconico.

Vale a dire che se non abbiamo un adeguato controllo della nostra mente inconscia, possiamo intossicarci dei nostri stati emotivi negativi, sviluppando una dipendenza verso di essi. In altri termini, se il nostro atteggiamento mentale è orientato alla svalutazione, diventeremo voraci di stati depressivi, mentre se in qualche modo sapremo, valorizzandoci, renderci felici, inevitabilmente il nostro corpo imparerà la gioia. Questo vale anche per altre emozioni. Si pensi nel medesimo modo alla rabbia. La rabbia produce adrenalina, ma più siamo dipendenti dall’adrenalina più tendiamo a “confliggere” con chiunque.

Tra biologia e psicologia vi è un processo di circolarità ricorsiva.

Ciò non significa reprimere la rabbia, ma imparare a modularla secondo le nostre necessità o scopi che vogliamo raggiungere.

Il sapere che noi pensiamo con tutto il corpo è nello stesso tempo una brutta notizia e una buona notizia; brutta per il fatto di sapere quanto siamo dipendenti dalle nostre emozioni, buona nel sapere che noi abbiamo la possibilità di creare un asse mente-corpo capace di essere più sensibile alla felicità e sfuggire alla sudditanza delle nostre emozioni negative. 

SEMINARIO DI NEUROSCRIPTING DEL 28 LUGLIO 2018

Porto addosso le ferite delle battaglie che ho evitato
Pessoa

Il Neuroscripting © è un metodo di training mentale, centrato sulla “presenza nell’adesso” e sull’agire emozionalmente il cambiamento, ideato con l’intento, da un lato di “re-interpretare a partire dall’ “Stato dell’Io Adulto” in accordo con il proprio “Stato dell’Io Bambino naturale” (E. Berne, 1960), emotional schemata che ancora sono fonte di sofferenza e ci fanno percepire impotenti, e dall’altro di stabilizzare nel corpo, e quindi nell’ “inconscio progressivo”, convinzioni potenzianti di natura evolutiva, riferendosi ai principi della medicina quantistica e della neuroplasticità cerebrale, e alla pratica della trasmutazione emozionale, del nud gin e della “sperimentazione dell’inusuale” (F. Nanetti, 2002, 2006, 2017).

PROGRAMMA DEL SEMINARIO:

-identificazione delle reazioni emotive parassitarie e l’assunzione di comportamenti funzionali e adeguati al raggiungimento degli scopi

-dalla “reazione” paleocorticale alla “risposta” neocorticale

-praticare la meditazione e la disidentificazione: la “consapevolezza della presenza”

-cambiare i pensieri automatici di natura copionica in pensieri che sollecitano nuove risposte emotive e comportamentali

-agire in modo consapevole: “cambiare l’abitudine di essere se stessi”

-intraprendere un percorso di elevazione spirituale: praticare la congruenza, l’autenticità, la compassione, la gratitudine, la gioia, il perdono incondizionato.

© metodo ideato da Franco Nanetti che verrà presentato il 28 Luglio 2018 presso l Hotel Savoy viale della Repubblica 22 a Pesaro  per info 0721 30783 

ARTICOLI DI FRANCO NANETTI

lavorare con le emozioni  articolo del 31/03/2016

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RIPROGRAMMARE LA MENTE INCONSCIA

FRANCO NANETTI

Strutturato e destrutturato, ordine e disordine sono i poli di un continuum entro i quali si snoda l’esperienza del cambiamento, esperienza che esige un abbandonare ciò che é stabile ed omogeneo, per incontrare attraverso la pratica dell’intersoggettività una visione di una realtà di sé sempre più ricca, sfaccettata e complessa.

Il cambiamento è pratica della “permanenza” e dell’ “impermanenza”, della “consapevolezza” e della “libertà”.

Nella “consapevolezza” è possibile intravedere le istanze copioniche che di solito in modo occulto orientano il nostro destino, nella “libertà”, alla luce di una visione etica ed eudaimonica dell’esistenza, si ri-decide il proprio copione e si assume la vita non più come dato ma come compito responsabilmente assunto. Entrambe le possibilità esigono un duplice impegno: da un lato quello di osservare il dialogo interno prevalentemente iscritto nell’inconscio e costantemente connesso con la coazione a ripetere, dall’altro quello, attraverso la mediazione corporea e la stretta compartecipazione delle aree corticali, mesencefaliche e del cervelletto, di riprogrammare la mente inconscia in modo che avvenga un radicale e più stabile cambiamento del nostro modo di essere.

Il vero cambiamento non è un catapultarsi verso repentini adattamenti al fine di fuggire da ogni disagio, ma un cambiare rotta, un trovare un diverso orientamento di vita, non è –come direbbe de Mello- “un riparare giocattoli, ma un cambiare gioco”, non è andare verso compromessi frettolosi e rassicuranti, ma è un lasciare andare ogni forma di simbiosi protettiva dove aleggia la menzogna, per ritrovarsi sempre più capaci di proclamare se stessi nella congruenza, autenticità, libertà.

Tutto ciò non può che avvenire attraverso un re-impossessarsi pienamente del proprio potere, attraverso il cambiamento delle convinzioni limitanti in potenzianti.

Tale cambiamento profondo chiama in causa sia la mente che il corpo, sia un processo top-down che inizia nella corteccia e coinvolge il pensiero e il ragionamento al fine di modulare e regolare i livelli inferiori, sia un processo bottom-up che inizia a livello sensoriale, motorio e affettivo con la possibilità in termini sincronici di influenzare le attività di pensiero e le convinzioni.

I modelli terapeutici tradizionali si basano sull’idea che il cambiamento debba avvenire attraverso un processo di espressione e ri-formulazione narrativa, dove, nella direzione top-down, si ipotizza che il mutamento delle cognizioni e dei sistemi di valutazione possano indurre la persona a fare cambiamenti nella scelta di nuovi modi di agire e reagire.

Da numerose esperienze ho potuto approdare che spesso tali modalità di intervento risultano inefficaci, finchè non si promuove un cambiamento che inizia dal corpo.

Ovviamente non si tratta di privilegiare uno metodo sull’altro.

Sia il metodo bottom-up che top down hanno una loro funzionalità. Attraverso la parola è giusto esplorare credenze ed affetti, ma è altrettanto importante porre l’attenzione sulle sensazioni, i movimenti spontanei, gli aspetti immaginativi connessi, per valutare come attraverso il corpo sia possibile cambiare il proprio modo di pensare.

Laborit potè dimostrare che il “sistema di inibizione dell’azione destinato a bloccare la risposta emozionale”, conduceva il paziente ad un senso di impotenza appreso al quale si associava un processo automatico di svalutazione di sé, che non veniva perturbato anche quando il soggetto faceva esperienza di risultati positivi.

In altri termini il soggetto poteva accostarsi ad un senso positivo di sé, allorchè le emozioni potevano rifluire nel corpo, ossia cambiava la postura e la voce, e vi era un’attivazione del tono energetico.

Ciò è spiegato in modo emblematico nell’opera dei Goulding, allorchè questi dimostrano che nessuna ri-decisione copionica può avvenire senza il sostegno del Bambino Naturale.

In altri termini se vogliamo superare il senso di umiliazione e di inferiorità, si deve intervenire sia a livello delle convinzioni limitanti trasformandole in potenzianti, sia di come il corpo reagisce, diventando consapevoli di come la spina dorsale tende a collassare, per rimaneggiare –se necessario- quegli schemi senso-motori che stanno alla base del processo svalutativo.

Ciò può avvenire sia attraverso il corpo, sia attraverso la sperimentazione dell’inusuale, sia attraverso la trasmutazione emozionale, ossia il cambiamento intenzionale delle emozioni, transitando verso emozioni del Sé superiore. Il lavoro quindi da un lato si orienta al perturbare ciò che abitualmente accade nel corpo (ad esempio, alzare il volume della voce per uscire dalla depressione ed esprimere la rabbia), dall’altro a livello di dialogo interno nel mettere in atto un’assidua confutazione dei pensieri automatici che provocano reazioni emozionali o comportamentali disfunzionali al raggiungimento degli scopi.

Il seminario attraverso i contributi sia del cognitivismo che della psicoanalisi ad orientamento costruttivista, sia della fisica quantistica che della PNEI e della PNL umanistico-esistenziale, intende avviare processi di conversione profonda idonei a dare spazio a quel destino desiderato, ma purtroppo troppe volte bloccato in un passato sterile e ripetitivo.

(contributo in parte tratto con successive rielaborazioni dal mio saggio dal titolo “Riti psichici”, Pendragon, Bologna)