ARTICOLI DI FRANCO NANETTI

“La pratica del bardo”

Post del Seminario residenziale online del 28 AGOSTO 2022 sul tema “La pratica del bardo”
poesia “Mi sono rimaste poche caramelle da scartare” del Poeta brasilianoMário de Andrade

“Ho contato i miei anni ed ho scoperto che ho meno tempo da vivere da qui in avanti
di quanto non ne abbia già vissuto.
Mi sento come quel bambino che ha vinto una confezione di caramelle e le prime le
ha mangiate velocemente, ma quando si è accorto che ne rimanevano poche ha
iniziato ad assaporarle con calma.
Ormai non ho tempo per riunioni interminabili, dove si discute di statuti, norme,
procedure e regole interne, sapendo che non si combinerà niente.
Non voglio esserci in riunioni dove sfilano persone gonfie di un ego smisurato.
Il mio tempo è troppo scarso per discutere di titoli.
Ormai non ho tempo per sopportare persone assurde che nonostante la loro età
anagrafica, non sono cresciute.
Ormai non ho tempo per trattare con la mediocrità.
Non tollero i manipolatori e gli opportunisti.
Mi danno fastidio gli invidiosi, che cercano di screditare quelli più capaci, per
appropriarsi dei loro posti, talenti e risultati.
Odio, se mi capita di assistere, i difetti che genera la lotta per un incarico maestoso.
Le persone non discutono di contenuti, a malapena di titoli.
Voglio l’essenza, la mia anima ha fretta …
Senza troppe caramelle nella confezione …
Voglio vivere accanto a della gente umana, molto umana.
Che sappia sorridere dei propri errori.
Che non si gonfi di vittorie.
Che non si consideri eletta, prima ancora di esserlo.
Che non sfugga alle proprie responsabilità.
Che difenda la dignità umana e che desideri soltanto essere dalla parte della verità e
dell’onestà.
L’essenziale è ciò che fa sì che la vita valga la pena di essere vissuta.
Voglio circondarmi di gente che sappia arrivare al cuore delle persone.
Gente alla quale i duri colpi della vita, hanno insegnato a crescere con sottili tocchi
nell’anima.
Sì … ho fretta … di vivere con intensità, che solo la maturità mi può dare.
Pretendo di non sprecare nemmeno una caramella di quelle che mi rimangono.
Sono sicuro che saranno più squisite di quelle che ho mangiato finora.
Il mio obiettivo è arrivare alla fine soddisfatto e in pace con i miei cari e con la mia
coscienza. Spero che anche il tuo lo sia, perché in un modo o nell’altro ci arriverai
…”

DOMENICA 28 AGOSTO 2022 Ore 8.45-12.30
Seminario residenziale online sul tema
La pratica del “bardo”:

l’arte di vivere, perdonare, lasciare andare, morire.

PROGRAMMA DETTAGLIATO

Il risveglio della coscienza attraverso il “bardo”: appunti di decrescita egoica
La fine di un sogno: lasciare andare ciò che non si può trattenere
Oltre la paura della morte e della malattia
Tonglen per i malati e per i morenti
La meditazione “non dualistica”: entrare nella
coscienza sensibile dell’impermanenza
Relatore: Franco Nanetti

La partecipazione alla sola domenica mattina è di 35 euro
L’importo può essere depositato al seguente IBAN intestato all’AIPAC: IT80L0538713310000042082143 entro GIOVEDI alle 20 della settimana precedente al seminario. Chiediamo
gentilmente di indicare nella causale nome, cognome e le date di partecipazione e inviarlo alla mail del tutor di riferimento.
Ogni incontro, date le condizioni vigenti, si svolge sulla piattaforma zoom.
Per informazioni: 348 688 1977
Nota informativa: per chi desidera parteciparvi in presenza con i collaboratori presso la sede di via Mazza, 12 – Pesaro, può segnalare la propria disponibilità ai referenti.

Nella stessa domenica 28 agosto 2022, dalle ore 17,45 alle ore 19,00
esclusivamente in PRESENZA (presso il bosco del Ledimar-Pesaro-fronte mare), si svolgerà un seminario gratuito su prenotazione dal titolo: “UN PERCORSO DI DECRESCITA EGOICA … LASCIARE ANDARE …PERDONARE …PROLEGOMENI SULL’AMORE E SULLA MORTE ”
Vi comunichiamo che verranno accolte solo le prime 10 adesioni tramite telefono
Raggiunto tale numero non sarà possibile accogliere nessuna altra richiesta.

PRINCIPI DI GUARIGIONE SPIRITUALE “Il mio peccato di ignoranza oltre la rabbia“

® “Clinica esistenziale” Copyright
(liberamente tratto dal saggio di Franco Nanetti, dal titolo “Il bambino interiore” in corso di stampa)

Perché alla minima offesa ci lasciamo trascinare nel vortice di una rabbia talora fuori controllo?
Perché talvolta al cospetto di una minima divergenza cadiamo vittima di un risentimento che inquieta, e rende le nostre notti insonni?
Da cosa deriva quella rabbia che molto spesso desidereremo non provare?
Non dagli eventi esterni.
E neppure dagli altri.
Ma come afferma John Bevere “dalla nostra reazione”, che tale autore chiama “L’esca di satana”.
Spesso, quando la nostra reazione di rabbia è particolarmente intensa e ripetitiva, sproporzionata all’evento, ciò dipende da una ferita che risale a molto tempo fa.
La nostra rabbia è una riedizione.
Nel momento in cui tale rabbia rappresenta un “allora” che vive nell’ “adesso”, essa è un vero “peccato di ignoranza”.
Quando ci arrabbiamo in modo eccessivo, smettiamo di vedere l’altro e rimaniamo offuscati dalla nostra reazione.
C’è una sostanziale differenza tra reazione e risposta.
Mentre con la reazione rimettiamo in scena un automatismo del passato connesso con la ferita che ci fa agire in una modalità inconsapevole, con la risposta cogliamo la dinamica collusiva tra noi e l’altro, e mettiamo in scena comportamenti che potremo dire “funzionali” alla soluzione del problema che intendiamo affrontare.
Come “lasciare andare” la rabbia congelata delle nostre antiche ferite?
Franco Nanetti

post relativo all’incontro del 28 agosto 22

L’ENNEATIPO IN CONVERSIONE

GUARIRE SE STESSI PER SUPERARE“PARZIALMENTE” I CONFLITTI DI COPPIA

® “Clinica esistenziale” Copyright (dal saggio in corpo di stampa di Franco Nanetti “Guarire le ferite emotive”)

Quando siete attaccati dallo spirito del male non date loro battaglia, né difendetevi, ma entrate profondamente in voi stessi per orientarvi al bene.
Lottare contro nemici così potenti li rafforza rendendovi sempre più inquieti. Se volete recuperare forza, portate la vostra attenzione altrove senza occuparvi di loro, in quello spazio elevato, sovrastante ad ogni cosa, dove le forze del male possono gridare, ma non sortiscono nulla. Non sprecate mai le vostre forze per opporvi. Ritiratevi nel rifugio più alto, là dove Dio abita in voi, ben sapendo che Dio non abita dove i nemici possono raggiungerlo.
Non potete combattere da soli contro il male. Esso possiede un arsenale straordinario. Nei momenti difficili, spesso siamo troppo deboli per contrastare il male. Non possiamo vincerlo da soli. Allora, bisogna legarsi al Signore, invocare entità celesti, gli Arcangeli, la pratica delle virtù per condividere con le forze superiori la nostra battaglia. Non si tratta di restare spettatori. E’ con il Cielo che avviene la vittoria”.
Aivanhov

Anna durante un colloquio rammenta i momenti in cui quando era piccola costantemente sentiva i propri genitori litigare, mentre minacciavano di separarsi. Anna ancora oggi, seppur siano passati molti anni, vive questa ferita da angoscia abbandonica. Come ha reagito a questa angoscia mai superata? Quali le conseguenze?

Nel rapporto con il suo primo marito, come una sorta di coazione a ripetere, ha replicato la modalità di relazionarsi dei genitori. Fra lei e suo marito si era subito cristallizzato un odio endemico, fatto di insulti e minacce che “ob torto collo” li avevano costretti dopo pochi mesi di convivenza a separarsi.
L’angoscia abbandonica aveva portato verso gli esiti paventati. Attualmente vive con un partner al quale rivolge continui attacchi quale esito di una feroce gelosia che non dà tregua.
Non sopporta nessuna sua distrazione verso di lei. “Deve smettere – mi dice_- di fare il simpatico con gli altri e con tutte le altre” La sua asfissiante gelosia sta spingendo il partner ad andarsene, ad abbandonarla”. La ferita “abbandonica” della sua infanzia intrisa di diffidenza, litigiosità e distacco si ripete nella vicenda affettiva attuale, con una piccola differenza rispetto al passato: “che anziché subire l’abbandono ora cerca senza tregua di provocarlo”. Anna insieme al suo compagno ha tentato diverse
terapie di coppia per migliorare la comunicazione tra loro, ma con esito vano. Quale potrebbe essere allora la soluzione? Non c’è nessuna soluzione valida nel tentativo di cambiare l’altro, e neppure nell’intraprendere strategie di coppia improntate alla comunicazione. E’ ancora sulla ferita che rivive nel momento presente su cui occorre lavorare. Il problema è di un “allora” della ferita che, rimasto
incistato nell’inconscio, inconsapevolmente fa breccia nell’ “adesso”.
Tutto “quello che è stato” inesorabilmente si ripete.
L’angoscia abbandonica, quale emotional schemata di una ferita mai rimarginata, innesca proiezioni e reazioni che vanno ben oltre la sua volontà di fidarsi e di sperimentare una “sana” intimità.
E’ ovvio, quindi, che la vera soluzione per Anna è in primis un “lavoro su se stessa”.
Non servono i buoni propositi. Serve che Anna attraverso “pratiche di consapevolezza” impari a disinnescare meccanismi reattivi che la portano, come negli esempi riportati, o a subire l’abbandono o a “provocarlo” per farsi rifiutare. Ma come disattivare tali meccanismi reattivi di una ferita che è rimasta congelata nella sua memoria implicita?

Ecco, alcuni passaggi!
Un primo passaggio lo vedo rappresentato dal fare in modo che Anna si renda conto della realtà specchio, ossia che ella stessa inconsapevolmente e collusivamente è complice di quello che accade.
Un secondo passaggio è rappresentato dal fatto di potere fare in modo che Anna disinfiammi “l’angoscia
abbandonica” per procedere verso un percorso di “innalzamento vibrazionale” che l’affranchi da quegli
automatismi proiettivi che alimentano la coazione a ripetere. Tale “innalzamento vibrazionale” è rappresentato da un percorso trasmutativo (nulla a che fare con la sublimazione) che consente alle emozioni della ferita originaria di “diventare emozioni a frequenza più elevata o emozioni del Sé superiore” idonee per esplorare modi di comportarsi più consapevoli e meno provocatori.

Secondo Joe Dispenza (2012), mentre le emozioni a bassa frequenza vibrazionale o emozioni del Sé inferiore – come la paura, l’angoscia, la rabbia, l’odio e la colpa – nella forma accentuata “procurano per effetto di una condensazione energetica l’emergere di elementi che assomigliano sempre di più ad “oggetti materiali” nel nostro corpo -come disagi e malattie- e alla reiterazione attraverso forme-pensiero di eventi similari a quelli del passato, le emozioni ad elevata frequenza vibrazionale invece favoriscono lo stato di salute e attivano in modo intenzionale la legge dell’attrazione consentendo al soggetto “per risonanza e contagio quantico” di attrarre eventi consoni a quanto viene “consapevolmente” desiderato.
In altri termini secondo Joe Dispenza se il soggetto trasmuta “vibrazionalmente” nelle emozioni del sé
superiore il suo agire consapevole gli consente di trovare modi di relazionarsi meno conflittuali e più confacenti agli scopi che vuole raggiungere. Tale processo trasmutativo è un transitare emozionalmente” dal “vizio” congelato al “dono” enneatipico, che nonostante sia stato “precocemente”soffocato o dimenticato, ora può riemergere. Come procedere?
Qualche piccolo consiglio.

In primis “non volere cambiare il tuo partner”. “Sii semmai tu il cambiamento che desideri nell’altro” E’ importante che tu ti renda consapevole che c’è sempre un’interconnessione tra quello che accade e le emozioni che provi. Se temi di venire rifiutato è molto probabile che, come affermava Cesare Pavese, “la cosa temuta accada, sempre” (1950). Come dire che se, anziché temere qualcosa di imprevisto, impari ad amarti, potresti vedersi compiere “propri e veri miracoli”. Tale percorso necessita di una attenzione vigile e costante su quello che accade dentro di te. In questa prospettiva allenati a transitare dallo sguardo paranoico -che cerca nemici là fuori- alla svolta metanoica. Se stai vivendo un intenso momento di crisi nell’ambito di una qualsiasi relazione che vivi, smetti di accusare, e dopo che hai profondamente accettato i tuoi stati emotivi, impara ad affidarli consapevolmente ad un percorso trasmutativo verso emozioni di auto-accettazione incondizionata, ossia emozioni positive che permangono “virtuosamente” anche quando vengono meno le ragioni per viverle. Per concludere con semplici parole, direi: “se ti amerai di più, gli altri saranno sempre più propensi ad amarti”.

Queste è uno degli aspetti risonanti della trasmutazione emozionale.

ESSERE IN EMPATIA Riflessione di Franco Nanetti sulla testimonianza di Thich Nhat Hanh

Domani, continuerò ad essere. Ma dovrai essere molto attento per vedermi. Sarò un fiore o una foglia. Sarò in quelle forme e ti manderò un saluto. Se sarai abbastanza consapevole, mi riconoscerai, e potrai sorridermi. Ne sarò molto felice”.
Queste parole del maestro Thich Nhat Hanh ci insegnano come essere in empatia oltre ogni confine attraverso il
coltivare la fervida coscienza dell’impermanenza, del nostro essere ovunque, della non separatezza.
L’empatia non è una serie di strategie ma è un “modo di essere” basato sulla pratica dell’inter-essere.
La sua biografia ne è un esempio.
Dopo la guerra del Vietnam, Thich Nhat Hanh, appena ventenne ma già monaco da quattro anni, abbandonò il monastero per andare nelle campagne a ricostruire i villaggi bombardati e negli ospedali da campo a curare i feriti, di
qualunque parte fossero, attirandosi il discredito di entrambi i governi in guerra, quello del Nord filocomunista
e quello del Sud filostatunitense, che non gli perdonarono il “crimine di curare il nemico”. Una scelta che pagò con
l’arresto, la tortura e, in fine, con un esilio di 39 anni che si concluse soltanto nel 2005.
Martin Luther King ne caldeggiò la sua candidatura al Nobel per la pace nel 1967.
Tentativo che sfumò nel nulla.
Ma la testimonianza di Thich Nhat Hanh non necessita di consacrazioni.
Il suo insegnamento non ha mai voluto essere una didascalia, un prontuario di tecniche ed insegnamenti (anche se non si può prescindere da questi), ma un modo autentico e consapevole di essere “insieme” con un cuore aperto e compassionevole.
Ieri la sua morte. Forse.
In un incontro su questo tema ebbe a dire “Devo darvi una buona notizia: non moriamo!
Ho chiesto ad una foglia se aveva paura dell’autunno, rispose di No.
Così mi apostrofò: “Ho fatto del mio meglio per nutrire l’albero, e adesso una gran parte di me è lì.
Questa forma non mi racchiude interamente.
Io sono anche l’albero, e una volta tornata alla terra continuerò a nutrirlo.
Perciò non mi preoccupo.
Quando lascerò questo ramo, volteggiando nell’aria losaluterò e gli dirò: Arrivederci, a presto”

L’ARCHETIPO DI CHIRONE

® “Clinica esistenziale” Copyright
(parzialmente tratto dai saggi di Franco Nanetti “Grammatica del cambiamento”, Erickson, Trento, 2017 e “Empatia” Pendragon, Bologna, 2021)

Chiunque voglia aiutare in autenticità di cuore un altro essere senziente che attraversa un momento di difficoltà e disagio esistenziale è un “guaritore ferito” che sa accogliere la propria sofferenza senza crogiolarsi in essa.
La capacità di confrontarsi con una parola profonda implica la capacità di sostare nel fallimento, nella paura, nel dolore,
implica la capacità di riconoscere la propria “deformità psicologica” e la propria fatica di crescere e soffrire.
“L’uomo”, scriveva il filosofo De Unamuno (1958), “per il fatto di essere uomo, rispetto all’asino e al gambero, è un
animale malato”.
L’essere soggetti psichici implica il percepire l’infrazione, lo scarto, “l’essere consapevoli della propria malattia”.
Quando uno specialista della relazione di aiuto si rifugia in uno stato di presunta guarigione, quando si percepisce sano al cospetto del paziente malato non potrà che esercitare l’illusoria pretesa di guarire, con l’effetto di proiettare la
propria parte oscura su di lui provocando risultati opposti a quelli desiderati.
Allorché lo specialista della relazione di aiuto, per paura della propria debolezza, si nasconde alle proprie ferite, la sua
azione non potrà che avere esiti negativi.
Lo specialista della relazione di aiuto che si crede “guarito”, non potrà che imporre con violenza la salute e la sanità
mentale.
Quando un “terapeuta”, supportato dalla presunta obiettività dei suoi strumenti diagnostici e degli interventi clinici, agisce sulla malattia del paziente, ponendosi al di fuori di essa (“Tu sei malato ed io ti guarisco”), non potrà nient’altro che esercitare atti di sopraffazione ed esprimere nella cura il proprio desiderio di potere.
Occorre “rimanere feriti” per amare e curare, rimanere in contatto con il proprio dolore senza crogiolarsi in esso.
Sono d’accordo con Neumann (1954), quando sostiene che per restare in una dimensione creativa di nutrimento della
coscienza volta alla domanda di senso, occorre rinunciare ad una fuga nell’adesione conformistica e nell’empirismo
ingenuo che annienta il tempo della riflessione, il sogno, l’evento psichico che inquieta e rigenera.
Nessun specialista della relazione di aiuto può tenersi distante dalla propria ferita, perché in essa è depositata la capacità di “sentire, percepire, comprendere l’altro”, e quando è possibile elevarsi con lui.
Nella mitologia greca il più antico tra i guaritori miracolosi è Chirone, centauro mezzo uomo e mezzo cavallo.
Il cavallo secondo il mito impersona la vitalità istintiva, l’uomo la saggezza che guida.
Il mito rimanda all’idea che non si può vivere e amare in consapevolezza di intenti, se non si mantiene il contatto con
la propria natura, la terra, le origini.
Chirone, infatti, non abbandona mai il proprio intimo soffrire.
Rimane in contatto con il dolore della ferita, rappresentato dall’essere stato respinto dalla madre Filina, figlia di Oceano.
Tale ferita dell’abbandono occuperà l’arco della sua intera esistenza. Infatti anche il suo allievo Eracle, in una sorta di
parricidio simbolico, lo abbandonerà allorché decide di trovare la propria strada, tanto da ferirlo con una freccia
intrisa del sangue di Idra.
La sua originaria ferita non potrà mai guarire. Ma come allude il mito, la forza vitale biofila di plasmare un mondo
sempre migliore nasce proprio da questa accettazione del dolore che non lo porterà a chiudersi in se stesso né a
rifugiarsi in un sogno di onnipotenza.
Consapevole della propria vulnerabilità, fragilità, provvisorietà, Chirone agirà con vitale apertura per accogliere
gli altri nel proprio cuore. Così Chirone si fa incatenare alla roccia al posto di Prometeo che è stato punito per la sua
hybris, tracotanza dovuta al fatto che per fuggire dai propri limiti, osa rubare il fuoco del cielo.
Chirone “decide di salvare Prometeo perché sa accettare la propria ferita”, sa esserne consapevole, viverla, trasformarla
nell’amore per gli altri.
In questa prospettiva si concentra la “salvezza”. Talora alcuni al cospetto della ferita si ritirano dalla vita con
l’unico desiderio di distruggersi e vendicarsi.
Chirone invece ha come esclusiva ed unica prospettiva l’intimo desiderio di potere sperimentare un amore che fluisce
da sé all’altro.
Ogni volta che torniamo alla ferita non cadiamo in uno sterile vittimismo, ma accettiamo la sua universalizzazione come atto sociale, sapendo che senza la porta del dolore non si entra nella gioia.
Opporsi al dolore significa anestetizzare la gioia, la vitalità dell’esserci, una sana capacità di amare e desiderio di
conoscere.
E’ un errore, come accade a molti studenti di psicologia, credere che solo studiando si impari a curare le ferite della
vita.
Senza un lavoro personale sulle proprie ferite, nessuno può diventare un “buon specialista della relazione di aiuto”.
Certamente questo non rende nessuno automaticamente capace di esserlo.
Occorre che, riconosciuta la ferita, ognuno impari ad aiutare se stesso prima di aiutare gli altri. Nessun specialista della
relazione di aiuto può entrare in risonanza con un “cliente” se non si abitua a dialogare con la propria natura ferita e a trarne possibili insegnamenti.
Scriveva Peter Schellembaum (2001): “Per entrare in risonanza con altre persone un terapeuta dovrebbe non
soltanto essere ferito, ma anche essere consapevole delle proprie ferite. Chi non ha mai sofferto per una ferita d’amore
non potrà mai entrare davvero in relazione con chi ne sta soffrendo, anche se questo si può dire soltanto con una certa
cautela; nella nostra vita non possiamo aver patito tutte le sofferenze di questo mondo. Esse sono comunque dentro di
noi a livello potenziale, anche se non le abbiamo vissute, semplicemente perché siamo esseri umani”.
Comprendere se stessi e l’altro è accettare la sfida di smarrirci nella bellezza della vita nonostante il dolore e
il misterioso “gioco” dell’impermanenza.

IL DESIDERIO DELL’ESSENZA. Sono il vero regista della mia vita?

® “Clinica esistenziale” Copyright
(parzialmente tratto dai saggi di Franco Nanetti “Grammatica del cambiamento”, Erickson, Trento, 2017 e “Empatia” Pendragon, Bologna, 2021)

Quello che desideri realizzare è veramente quello che vuoi?
Ci sono due tipi di desideri che orientano la nostra vita: il desiderio egoico o “desiderio della personalità” connesso con il sentimento della mancanza, ed il desiderio dell’anima o “desiderio dell’essenza” connesso con il sentimento della pienezza.
Mentre il primo, ossia il desiderio egoico, quale residuo di una antica ferita mai trasformata, è rispondente al tentativo di compensare ciò che l’Ego non tollera di vedersi privato (si pensi all’adolescente che vuole comprarsi una automobile di lusso come status symbol per avere successo con le ragazze), il secondo, ossia il desiderio dell’essenza, è rispondente alla volontà di accrescere il campo delle possibilità per diventare sempre più se stessi e per essere sempre più congruenti con la propria “mission”, la propria “chiamata”, la propria “particolarità” (si pensi a chi desidera prodigarsi per aiutare qualcuno in difficoltà al fine di aderire ad un sentimento di amore universale come servizio).
Se nel “desiderio egoico”, dal momento che la percezione di non farcela crea una intensa sofferenza, domina l’intransigenza e lo sforzo, nel
“desiderio dell’essenza”, dal momento che si è partecipi alla gioia del progredire e non del riuscire “necessariamente” in qualcosa, domina un senso diffuso di pace interiore.
Non importa se si fallisce.
Ogni difficoltà è un’opportunità per esplorare qualcosa di sé ed evolvere spiritualmente.
Tutto è un sogno per “cercarsi” e “ritrovarsi”.

La meditazione ad orientamento esistenziale è funzionale a conquistarci il “desiderio della pienezza”

(dal saggio “Il risveglio della coscienza, Aipac, Pesaro, 2021).

PSICOLOGIA E SPIRITUALITÀ LA TRASFORMAZIONE INTERIORE COME ASCESI

SEMINARI ON LINE

Dalle passioni alle virtù . Percorsi di alchimia delle emozioni Pratiche di discernimento spirituale, trasmutazione emozionale, consapevolezza profonda e pace interiore attraverso la lettura delle opere di Evagrio Ponticus, Georges Ivanovic Giurdjieff e Dante Alighieri
Relatore: Franco Nanetti (Università di Urbino)
® “Clinica esistenziale” Copyright
(parzialmente tratto dai saggi di Franco Nanetti “Grammatica del cambiamento”, Erickson, Trento, 2017 e “La guarigione del cuore” Pendragon, Bologna, 2021)

Fatti non foste per vivere come bruti,
ma seguire virtude e conoscenza.
Inferno 26
Dante Alighieri

Le “psicologie contemporanee”, se si limitano a disoccultare l’inconscio, a cambiare processi di pensiero o a volere cancellare la sofferenza con sofisticate tecniche di soluzione ai problemi, senza volere transitare verso gli spazi dell’autotrascendenza e della ricerca spirituale, ottengono precari risultati.
Il compito di un “vero” percorso trasformativo si riassume nella ricerca
interminabile della verità e una “nuova visione delle cose” nella ricerca di una coscienza superiore che ci riconnette con un’autentica capacità di amare.
La via della trasformazione interiore non è il piacere né il potere, ma la ricerca della verità, anche quando questa comporta un lievitare del dolore, dell’angoscia e della paura, comporta un impegno a migliorarmi e perfezionarmi per rendere migliore e perfezionare il mondo in cui vivo.
I problemi esistenziali non si risolvono con qualche semplice “tecnica” che ci allontana più o meno repentinamente dalla sofferenza, ma attraverso un percorso nel quale la persona sofferente cerca di affrancarsi dal proprio stato di falsificazione della realtà, di deiezione e di alienazione, per approdare ad una ricerca dell’alterità, del progetto, dell’ulteriorità e di una maggiore consapevolezza del proprio essere in uno stato di profonda connessione e amore.
Se ci prendiamo la responsabilità di scrutare cosa si cela al fondo della sofferenza che proviamo, possiamo intravedere un profondo tradimento della nostra autenticità esistenziale, di uno stato di povertà di senso e di “negligenza etica” che ci ha impedito di sottrarci alle abitudini inconsapevoli, che nell’illusione di proteggerci dalla paura, in realtà ci hanno depauperato della capacità di amare.
La vera trasformazione non si focalizza su un semplice stare bene, poiché il suo vero scopo è la ricerca di una visione delle cose conquistata in un costante percorso di ascesi, di consapevolezza e di realizzazione della propria unicità.

Quando cambiamo dobbiamo sapere che il nostro percorso prevede sempre un connettersi con qualcosa di più vasto che ci unisce, e che cambiando in prima persona noi stessi nello stesso tempo influenziamo sempre il mondo che abitiamo.

autore Franco Nanetti

Date degli incontri

30/31 Dicembre 2021 ore 11/13,00
1 Gennaio 2022 ore 11/13,00
nella serata del 31 Dicembre dalle 22,30 in poi seguiranno momenti di riflessione, confronto, meditazione e ricerca interiore con proiezioni di trailer e lettura di frammenti di poesia,

L’intero percorso ha un costo di 65 euro
La partecipazione alla serata dalle 22.30 del 31 dicembre è gratuita
Per iscrizioni e informazione :
3398912938
aipac.pesaro@gmail.com aipac.pesaro@virgilio.it

L’importo può essere depositato al seguente IBAN intestato all’AIPAC: IT80L0538713310000042082143 entro il giorno precedente al seminario. Chiediamo gentilmente di indicare nella causale nome, cognome e le date di partecipazione e inviarlo alla mail del tutor di riferimento: Paola Cangini – Marina Gori – Pierpaolo Gambuti – Emiliana Baldessari

L’AZIONE IMPECCABILE LIBERI DALL’ANSIA

Clinica esistenziale©”(contributo liberamente tratto dal saggio“La guarigione del cuore”, Pendragon,, Bologna, 2021 )
Franco Nanetti

Secondo Manuel Ruiz (2016), per imparare ad avere padronanza di se stessi, occorre fare le cose al meglio in ogni specifica situazione, senza cadere vittima dell’assillo di riuscire o non riuscire, di avere successo, senza sentirsi vincolati a severe aspettative, senza la ricerca assillante di approvazione.
Come ci insegna la pratica taoista, “essere nell’azione impeccabile significa svolgere un’azione, lasciandosi assorbire da quell’azione, senza che la mente vaghi nel cercare ossessivamente all’esterno sicurezza o successo”.

Nel Buddhismo sta scritto: “Se vuoi diventare una persona sicura e pacificata in te stesso impegnati in una qualsiasi attività senza desiderare nulla di diverso rispetto a quello che sta accadendo in quel momento, senza temere nulla”.

L’AZIONE IMPECCABILE NON RINCORRE IL SUCCESSO

Affermava Rudyard Kipling: “Successo e sconfitta sono due impostori”.

Mai esaltarsi troppo al cospetto di un successo, e mai deprimersi troppo al cospetto di un fallimento.
La vera vittoria non sta nell’avere a tutti i costi successo ma nel partecipare in totale presenza a quello che si fa, anche quando ciò comporta fatica, lacrime, dolore e sofferenza.
Fai quello che decidi di fare senza divagare tra le quisquiglie della mente egoica.
Fai le cose al meglio senza volere dimostrare nulla.
L’ansia di fare le cose per trovare valore nello sguardo dell’altro ti crea insicurezza e ti porta frequentemente a sbagliare.
Scrive a questo proposito, con illuminante prospettiva, seguendo le orme dello spirito di Lao-tzu (VI secolo a.C),
Byron Katie (2007): “Se hai il pensiero di fare qualcosa falla senza troppe discussioni mentali, “quasi” fino a sentire che tu sei il movimento e guardi semplicemente il suo farsi da solo”
L’azione impeccabile è uno stato di perfezione dell’atto senza l’assillo del perfezionismo.

NON CADERE VITTIMA DEL RIMUGINIO MENTALE

Un’antica storiella chassidica, riproposta da Martin Buber nel saggio Il cammino dell’uomo, così racconta:
“Un chassid del Veggente di Lublino decise un giorno di digiunare da un sabato all’altro. Ma il pomeriggio del venerdì fu assalito da una sete così atroce che credette di morire. Individuata una fontana, vi si avvicinò per bere.
Ma subito si ricredette, pensando che per un’oretta che doveva ancora sopportare, avrebbe distrutto l’intera fatica di quella settimana. Non bevve e si allontanò dalla fontana. Se ne andò fiero di aver saputo trionfare su
quella difficile prova; ma, resosene conto, disse a se stesso: «È meglio che vada e beva, piuttosto che acconsentire a che il mio cuore soccomba all’orgoglio».
Tornò indietro, si avvicinò alla fontana e stava già per chinarsi ad attingere acqua, quando si accorse che la sete era scomparsa. Alla sera, per l’apertura del sabato, arrivò dal maestro: «un rammendo!», esclamò lo zaddik, appena lo vide sulla porta.
La saggezza del racconto ci dice che è giusto dubitare fintanto che si pensa prima di agire, ma quando si agisce occorre procedere senza troppe inquietudini, senza «rammendi».

IMPARA L’AZIONE IMPECCABILE

Immergiti nella totalità dell’azione rimanendo indifferente al risultato senza cercare affannosamente alcuna reputazione.
Agisci con passione, impegno e disciplina.
L’azione impeccabile è convinzione certa, fede, umiltà, coraggio.

“E allora mise il cuore dentro le scarpe
E corse più veloce del vento
Prese un pallone che sembrava stregato
Accanto al piede rimaneva incollato
Entrò nell’area tirò senza guardare
Ed il portiere lo fece passare
Ma Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore
Non è mica da questi particolari
Che si giudica un giocatore
Un giocatore lo vedi dal coraggio
Dall’altruismo e dalla fantasia”.

Francesco De Gregori

L’ASCOLTO ATTIVO INTEGRATO ALL’ANALISI TRANSAZIONALE E ALLA GESTALT

La comprensione dell’implicito comunicativo come
ologramma esistenziale (liberamente tratto dal saggio di Franco Nanetti dal titolo “Grammatica del cambiamento”, Erickson, Trento, 2017)

Franco Nanetti

Ogni volta che interagiamo con qualcuno inviamo messaggi sia espliciti
che impliciti, che spesso sono anche il riflesso di intenzioni non dichiarate.
Lo possiamo cogliere nel seguente esempio.
Supponiamo che un soggetto in una relazione con un proprio partner che
affronta una situazione di disagio cerchi insistentemente di consigliarlo su
ciò che deve fare e non fare, esplicitamente lo si informa su nuove
possibilità di comportarsi, ma implicitamente, dal momento che “sa
molte più cose di lui”, gli si segnala, anche a propria insaputa, una
presunta superiorità.
Se vogliamo comprendere intimamente l’altro, le sue finalità sottese, i
suoi turbamenti celati, il suo universo orientato, l’ascolto attivo che
propongo non si concentra su un modo passivo di “registrare” le sue
parole, e neppure sul reagire con modalità improprie ed automatiche, ma
sull’impegno del soggetto ascoltante di potere comprendere l’altrui
sovente non dichiarata intenzionalità.
Comprendere l’intenzionalità sommersa dell’altro significa portare
l’attenzione su quello che di solito inconsapevolmente svela seppur senza
avere l’intento di manifestarsi.
Tale processo non è un semplice tacere pigro ed ozioso, un mettersi da
parte per lasciare parlare, ma un entrare in un’attitudine meditativa curiosa
e penetrante, capace di cogliere con tutti i sensi, con la mente e con il
cuore, le altrui aspettative.

Talvolta, se ne diventiamo capaci, allorchè impariamo a sostare con
curiosità accanto all’altro, riusciamo ad accedere ad una visione molto più
ampia della sua presenza e della sua storia di vita.
L’ascolto attivo comporta una doppia osservazione: dell’altro e di se
stessi. Posso attraverso ciò che l’altro dice capire quanto tra le pieghe del
suo discorso intende dire, ma nello stesso tempo posso entrare nel suo
mondo interiore ascoltando quello che con il suo pronunciarsi provoca
dentro di me. Se ad esempio il mio interlocutore con il suo eloquio irruente
e strabordante o con un silenzio “astinente” provoca in me rabbia, potrei
sulla base del concetto di identificazione proiettiva (M. Klein, 1936),
ritenere che tale rabbia sia stata depositata in me dall’altro.
Evidente ciò va verificato con assoluta cautela.

IL DONO DELLA VULNERABILITÀ

(contributo di Franco Nanetti liberamente tratto saggio “Grammatica del cambiamento”Erickson, Trento, 2017 e dal contributo inerente “La guarigione del cuore”, Pendragon,Bologna, 2021)

L’innamoramento o “amore a prima vista”, seppur necessario, è un inganno,uno sviamento dalla realtà, una contraffazione egoica.
Spesso gli amanti all’inizio della passione che li travolge non si mostrano per quello che sono e neppure vedono l’altro per chi è realmente, perché spesso cercano in lui un “sostituto” di un genitore svalutato o idealizzato.
L’amore a prima vista è un amore “visionario” che genera cecità, dipendenza, rabbia, manipolazione, monotonia, risentimento e disillusione.
Quando la monogamia diventa monotonia, quando la divergenza diventa odio endemico, disgusto ed indifferenza, la ragione sta nel fatto che i partner non hanno ancora fatto esperienza dell’  “amore a seconda vista” basato sullo scambio autentico, sul dialogo, sull’accettazione profonda.
Come entrare nell’ “amore a seconda vista”?
Quando diventiamo capaci di amare ed amarci. nonostante la nostra
vulnerabilità, le nostre paure ed inquietudini, senza bisogno di “nasconderci”.
Se l’Ego, cristallizzato nel passato, è in termini narcisistici performativo, ossia ci impone di “amarci troppo e male”, la nostra parte in divenire ci consente di amarci come siamo, con i nostri pregi, le nostre virtualità, i nostri difetti, i nostri lati “ombra”.
Quando riusciamo ad amarci l’Ego si dissolve, mentre l’altrui mistero diventa una straordinaria opportunità per “incontrarci come fosse la prima volta”. Si può ri-cominciare, sempre.
Guarda negli occhi il tuo partner e digli con radicale apertura di cuore:

“Io ti offro il mio talento ed ogni cosa che credo di possedere, e con ogni cosa ti offro anche ciò che non vorrei mai darti, ma che purtroppo mi appartengono: la mia paura, la mia ignoranza, la mia impulsività e i miei vecchi problemi. Farò di tutto per migliorarmi, perché insieme possiamo trascenderci, ma in questa fatica ti prego di accogliere di tanto in tanto anche i miei difetti”