ARTICOLI DI FRANCO NANETTI

(dal saggio riveduto ed ampliato di Franco Nanetti dal titolo “Psicologia e Spiritualità”, My Life, Rimini, 2015)

Franco Nanetti

La vetta più elevata dell’amore spirituale è il perdono assoluto o
incondizionato, l’essere nel perdono senza la necessità di
perdonare, il potere fare intima esperienza del perdono e del
perdonare “settanta volte sette”.
Se il perdono condizionato è un atto egoico che si compie nella
formula, forse un po’ superba, di chi dice: “Io ti perdono” o “Io mi
perdono”, il perdono assoluto o incondizionato è uno stato
estatico della mente non duale capace di cogliere una dimensione
dell’essere senza separazione e senza colpa.
Il perdono incondizionato è un offrirsi all’altro senza memoria e
senza desiderio, è un Sì a se stessi e alla vita per come questa si
manifesta.
Il perdono incondizionato risiede nel “fare anima”.
Nessuna fretta. Si tratta di imparare ad accogliere la rabbia, il
dolore, la paura, per poi “elevarsi”.
La pratica del “perdonare e perdonarsi” è un percorso di
trasmutazione verso lo sguardo della vastità del cuore dove tutto si
dissolve, dove il perdono viene elargito come una preghiera,
un’invocazione, un dono.
Ci sono circostanze in cui anche una persona che si è vista
mille volte la si può vedere per la prima volta. Quella prima
volta la si vede per quello che è, senza storia, senza colpa,
senza supposizioni, senza pretese.
Lì ci sono gli “occhi del cuore”.
Questo è il perdono incondizionato.

LA FERITA EMOTIVA È UNA “FERITOIA DI LUCE”

(Dal saggio di Franco Nanetti “Grammatica del cambiamento”, Erickson, Trento, e  “Guarire le ferite emotive” in corpo di stampa)

Franco Nanetti

Professore di ruolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico, Direttore dei Master in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, supervisore e coordinatore scientifico della Scuola Superiore in “Clinica esistenziale”. E’ autore di numerosi libri pubblicati con case editrici nazionali ed internazionali.

Sono sempre più convinto che non bisogna aspettare di essere felici quando le cose vanno bene, ma quando decidiamo di vivere la gioia nonostante difficoltà, fallimenti, disagi, perdite, lutti, malattie.

La vita ci riserva sempre momenti di dolore.

Eppure penso che si debba comprendere che le nostre ferite sono anche un’opportunità per la nostra evoluzione, uno speciale “ologramma” al servizio della vita.

Senza le nostre ferite non possiamo elevarci e diventare la nostra “essenza”. A un patto, però: che le accettiamo, le ospitiamo nel nostro cuore senza avversarle, senza lamentarci.

Se rigettiamo le nostre ferite, perché ci opponiamo al dolore che inevitabilmente provocano, se ci lamentiamo ed inveiamo contro di esse, ci priviamo del loro potenziale di “luce”.

Scriveva James Hillman (2001): “Sono diventato tenace perché ho dovuto far fronte alla mia debolezza. La mia evoluzione era nella ferita”.

Ogni ferita è una “feritoia di luce” che passo dopo passo, se affrontata in consapevolezza, ci eleva, ci cura e ci rende unici e speciali.

Ma perché ogni ferita possa adempiere al suo compito evolutivo ci vuole il giusto coraggio di accettarla anche nei momenti più difficili, anche quando la “maschera egoica” vorrebbe nasconderla.

Spesso “seppur nascosta” la ferita emotiva dell’infanzia riemerge in modo inaspettato.

Carla durante una discussione con Mario sente il partner che alza la voce. Si ammutolisce. Quel terrore che prova non ha a che fare con l’irruenza del partner, ma con il fatto che le urla di Mario evocano in lei una ferita del passato mai cicatrizzata, presumibilmente legata ad un rapporto conflittuale con il padre.

L’esorbitanza della reazione emotiva di Carla che la porta a chiudersi in se stessa, non riguarda l’ “adesso” ma un “allora” che vive dentro di lei nonostante il passare degli anni.

Le conseguenze sono molteplici.

Una prima, concerne il fatto che la ferita emotiva inascoltata  viene rimossa o negata attraverso comportamenti dissonanti con l’intimo sentire, tanto ad esempio che Carla pur di evitare ogni conflitto diventa “compiacente” (e di questa sua compiacenza ne soffre).

La seconda conseguenza sta nel fatto che il “corpo di dolore” quale “memoria di quella antica ferita” non si rilassa mai.

Carla vive in una costante frenesia, che la spinge a fare tutto nella fretta.

Essendo la ferita emotiva congelata nel corpo, difficilmente riesce ad andare in vagotonia.

Nel timore dell’antica minaccia la persona “ferita” vive prevalentemente in uno stato adrenergico di tipo reattivo che crea stress e varie malattie.

La terza conseguenza sta nel fatto che allorché lo schema emotivo ricorrente della ferita viene proiettato  nelle forme pensiero, tanto che la persona ferita inconsapevolmente attrae situazioni che sono speculari allo schema emotivo che prova.

Carla vive spesso momenti di intensa aggressività con il partner, come se il ricordo emotivo del passato si riproponesse sempre.

Come scriveva Cesare Pavese (1949): “La cosa temuta accade sempre”.

La quarta conseguenza sta nel fatto che l’esorbitanza della reazione emotiva non consente a chi vive la ferita di avere una chiara visione delle cose. Carla nell’esorbitanza emotiva tende a rimuginare sul passato e a percepire in modo confuso il futuro.

In previsione dell’incontro di presentazione del Master, desidero precisare che non sempre si guarisce la ferita, ma che si può guarire “attraverso” la ferita, perché possiamo imparare tante cose dalla sofferenza.

Ad una condizione, però: che insegniamo al nostro cuore ad accoglierla.

“La cura per il dolore, scriveva il poeta Rumi, è nel dolore”.

LA MENTE EMOTIVA

Scriveva Gaston Bachelard (1951): “Il corpo sussurra in continuazione. Quando ne ascolti il mormorio, percepisci la verità”.
Recenti ricerche (C. Pert*, R. Ruff, E. Mezey, j. Wurtman, R. Roy, D.Chopra 2006-2017) hanno dimostrato che non solo il cervello influenza le nostre cellule, ma anche le cellule in parti colare a livello della membrana nella forma del rimbalzo biochimico influenzano il nostro cervello, che la mente nel corpo è parte integrante delle funzioni cerebrali, che ogni pensiero contagia ed è contagiato da tutto ciò che accade nel corpo e “oltre il corpo” (entanglement quantistico), che ogni schema emozionale ricorrente connesso con la ferita continua ad rimanere nella memoria del corpo.
Nei primi anni settanta Candace Pert (2008) scrisse un libro “Molecole delle emozioni” che poneva l’intento di dimostrare come la vita di ogni cellula è determinata dal tipo di recettori presenti sulla sua superficie e come questi avessero specifiche correlazioni con sostanze chimiche o speciali ligandi.
Abbiamo tre tipi di ligandi: i neurotrasmettitori, gli steroidi, i peptidi.
Questi ultimi, ossia i peptidi, sono costituiti da molecole che forniscono informazioni e che mettono in comunicazione numerosi sistemi:
endocrino, neurologico, gastrointestinale, immunitario.
I peptidi seguono il seguente percorso: dopo che sono stati prodottinell’ipotalamo -ghiandola che influenza le emozioni che proviamo-
vengono convogliati verso la ghiandola pituitaria, per poi entrare nel circuito ematico ed agganciarsi alle cellule, creando fenomeni fisiologici infinitesimali volti a regolare i processi vitali delle cellule stesse e lo stato dell’umore.
Joe Dispenza (2014) afferma che non necessariamente una cellula è un clone della precedente, in quanto essa può contenere più recettori del peptide a cui si è legato. In altri termini se la cellula ha ricevuto peptidi prodotti dalla depressione, la nuova cellula che si costituirà a partire dalla
precedente, avrà più recettori della depressione, diventando così incapace
di ricevere peptidi positivi, ad esempio quelli forgiati dalla gioia.
Dal momento che i recettori della membrana cellulare sono sia destinati a
ricevere messaggi che vengono prodotti a livello cerebrale che a inviare messaggi per la produzione di peptidi, si comprende pienamente che il
nostro corpo è costantemente influenzato da ciò che sentiamo e pensiamo,
e viceversa. Infatti l’aspetto più sconvolgente sta nel fatto che allorchè
la mente produce uno stato d’animo, il corpo tende a perpetrarlo.
“Un’ora di depressione, scrive Candace Pert, produce un numero elevatissimo di recettori che inviano attraverso determinati peptidi
messaggi al mesencefalo di natura depressiva.
In altre parole il melanconico grave è colui che per un periodo molto lungo si è trovato costretto a vivere la depressione nel corpo, tanto che nel corso
del tempo le spalle si sono abbassate, i muscoli hanno perso tonicità, lo sguardo si è proiettato verso il basso, la mimica si è bloccata, la pelle ha perso colore ed elasticità, le membrane cellulari hanno assimilato abbondantemente ligandi depressivi. Ciò spiegherebbe perché se ci lasciamo inquinare dalla depressione è così difficile uscirne”. Possiamo comprendere che se le cellule sono generate in base a ciò che pensiamo e
sentiamo, è importante che siamo consapevoli di poter regolare i nostri pensieri e i nostri stati emotivi.
Scrive Chris Prentiss (2008): “Se per un’ora siete depressi, avete prodotto circa 18 miliardi di nuove cellule con un numero superiore di recettori che attirano peptidi depressi, e un numero inferiore di quelli che chiamano in azione peptidi positivi. E’ come se trilioni e trilioni di recettori si portassero le mani a coppa attorno alla bocca, urlando: “Mandateci più depressione!”.
In altri termini se i pensieri tetri e negativi influenzeranno il corpo affinchè si abitui con più facilità a provare tristezza anziché gioia, a sua volta in una
sorta di spirale viziosa sarà il corpo a ri-generare pensieri “tetri-negativi”,
rendendo il soggetto sempre più dipendente dallo stato melanconico.
Vale a dire che se non abbiamo un adeguato controllo della nostra mente
inconscia, possiamo intossicarci dei nostri stati emotivi negativi, sviluppando una dipendenza verso di essi. In altri termini, se il nostro
atteggiamento mentale è orientato alla svalutazione, diventeremo voraci di
stati depressivi, mentre se in qualche modo sapremo, valorizzandoci, renderci felici, inevitabilmente il nostro corpo imparerà la gioia. Questo vale anche per altre emozioni. Si pensi nel medesimo modo alla rabbia.

La rabbia produce adrenalina, ma più siamo dipendenti dall’adrenalina più
tendiamo a “confliggere” con chiunque o venire soverchiati da una sorta di
rabbia rivendicativa che non plasma il mondo ma che crea profonda
sofferenza.

NEUROSCIENZE DELLE “CAREZZE”
Il cervello rettile, la cui formazione risale a circa duecento milioni di anni fa, svolge di base funzioni che sono in parte simili a quelle che consentono la sopravvivenza dei rettili.
Tale cervello è formato da varie sottostrutture che, a partire dal midollo spinale (nell’interno cavo della colonna vertebrale), comprendono il tronco encefalico, il cervelletto, parti del talamo e di alcuni altri organi posizionati nella base della scatola cranica.
Le operazioni che è in grado di compiere questa parte del cervello sono strettamente connesse con la sopravvivenza, ossia a comportamenti associati al nutrimento, all’attacco/fuga, all’accoppiamento.
Il cervello limbico si trova al di sopra del tronco encefalico, nella base della scatola cranica. Tale formato da alcune sottostrutture di cui le principali sono il talamo (condiviso col cervello rettile), l’ipotalamo e l’amigdala. La sua formazione risale a trecento e duecento milioni di anni fa. Tale cervello collabora sia col cervello rettile per il mantenimento del corretto funzionamento fisiologico di base dell’organismo, sia per il corretto funzionamento della sfera “emotiva”. In esso si attualizza una gerarchia di importanza emotiva, si attivano processi psicosomatici legati al piacere, alla paura, alla gioia, alla tristezza, alla curiosità, alla rabbia e trova luogo una memoria selettiva (anche inconscia) di eventi che si sono impressi perché hanno in qualche modo minacciato la sopravvivenza dell’individuo.
La neo-cortex è di recente formazione: circa quattro milioni di anni fa.
E’ costituita da uno spessore di alcuni millimetri di materia grigia che ricopre interamente (come una corteccia appunto) tutte le circonvoluzioni della massa cerebrale.
Tale corteccia cerebrale è formata approssimativamente da dieci miliardi di neuroni e migliaia di miliardi di circuiti diversi che permettono le molteplici varietà di pensiero: analizzare, riflettere, indurre, dedurre,fare ipotesi, calcolare, proiettarci nel futuro, comprendere e condividere i sentimenti.
Secondo Antonio Damasio l’emozione è la bussola dell’azione, ma un’emozione non integrata e plasmata dalla capacità cognitiva non porta a
un’azione “intelligente”.
Il lavoro sulle carezze è un viatico per transitare dalla reazione mesopaleocorticale alla risposta neo-meso corticale La carezza è comunicazione tra due persone dove entra in gioco la sensibilità, il sentire emotivo, la comprensione cognitiva del contesto e dell’ opportunità dell’azione, l’ascolto del proprio stato fisico (propriocettivo), e l’ascolto attento (esterocettivo) dell’altro.
La carezza è una naturale espressione della propria intelligenza emotiva, della globalità del proprio essere, un ponte per un percorso di evoluzione spirituale.

(Dal saggio di Franco Nanetti “Grammatica del cambiamento”, Erickson, Trento, e “Guarire le ferite emotive” in corpo di stampa)

Franco Nanetti professore di ruolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico,® “Clinica esistenziale” Copyright

Direttore dei Master in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, supervisore e coordinatore scientifico della Scuola Superiore
in “Clinica esistenziale”. E’ autore di numerosi libri pubblicati con case editrici nazionali ed internazionali.

VIVERE NELLA GIOIA ANCHE NEI MOMENTI DIFFICILI

“Richard Wilhelm si trovò in un remoto villaggio cinese colpito da una tremenda siccità. Gli abitanti avevano fatto di tutto per mettervi fine, ricorrendo a preghiere e a riti di ogni sorta, ma sempre invano, sicché gli anziani del villaggio decisero di rivolgersi a Wilhelm, il quale trovò come unica soluzione possibile quella di far venire un mago della pioggia da lontano.
Wilhelm riuscì ad essere presente con l’arrivo del mago della pioggia.
Un vecchietto grinzoso, giunse a bordo di un carro coperto.
Scesone, fiutò l’aria con espressione disgustata.
Allora chiese che gli fosse assegnata una capanna alla periferia del villaggio, ponendo come condizione che nessuno lo disturbasse e che il cibo gli fosse lasciato fuori dell’uscio.
Per tre giorni, non se ne era saputo più nulla.
Poi, il villaggio fu svegliato da un vero e proprio diluvio; era persino nevicato, cosa del tutto insolita in quella stagione.
Wilhelm, rimastone grandemente impressionato, andò dal mago della pioggia uscito dalla sua volontaria reclusione, al quale chiese meravigliato: «Tu puoi far davvero piovere?».
Il vecchio si mise a ridere rispondendo che «naturalmente» non poteva far piovere affatto.
« Ma finché tu non sei venuto » Wilhelm gli fece osservare che «c’era una terribile siccità».
Il vecchio rispose: «Vedi, io provengo da una regione dove tutto procede per il meglio, piove quando è necessario e fa bel tempo quando occorre, e anche la gente è a posto e in pace con se stessa. Non così invece con la gente di qui, la quale è fuori dal Tao e fuori di sé.
Quando ho messo piede nel villaggio sono stato subito contagiato, per cui ho dovuto starmene da solo finché non sono tornato nel Tao, e allora com’è ovvio si è messo a piovere”.
Liberamente tratto dalle “Opere” di Carl Gustav Jung
Il mondo, come si desume dal racconto in esergo, è specchio del nostro intimo sentire”.
Se ci intratteniamo con emozioni negative, il mondo si ripropone con lo stesso volto di quello che “emozionalmente proviamo”.
Affermava Cesare Pavese (1949): “La cosa segretamente temuta accade sempre”.
Se temiamo l’abbandono, sovente veniamo abbandonati.
Se ci sentiamo e percepiamo incapaci, e viviamo per questo un sentimento di afflizione e sfiducia, incontreremo sovente persone che ci criticheranno e giudicheranno.
Se viviamo la paura del rifiuto, sovente verremo rifiutati.
Se siamo incistati dentro un costante rimuginio mentale intriso di rabbia e livore incontreremo spesso persone che ci offenderanno con la loro aggressività e con le quali ci dovremo sempre scontrare.
Quello che accade “fuori” è uno schema di comportamenti che spesso si è già manifestato emozionalmente “dentro di noi”.
CAMBIARE EMOZIONALMENTE IL NOSTRO DESTINO

Molte cose che capitano nella nostra vita dipendono dal nostro “intimo sentire”.
Per questo se vogliamo un destino diverso, dovremo tenere conto dei sentimenti che proviamo e di come possiamo trasmutare emozionalmente nella pace, nella gioia, nell’ amore , nella gratitudine, indipendentemente da quello che ci accade (F.Nanetti, 2015).

NELLA GIOIA TUTTO DIVENTA MAGIA

Se desideri che le cose cambino smetti di lamentarti ed innalzati “vibrazionalmente”.
Non rimuginare su quello che non va.
Se nel risentimento, nei rimpianti e nella disperazione l’energia tende a stagnare, allorchè entri nella pace e nella gioia, secondo il paradigma quantistico, diventi un esploratore di infinite possibilità.
Quando impari a vivere nelle emozioni del cuore diventi capace di intravedere soluzioni che fino a quel momento non avevi intravisto, e molte cose che ti apparivano impossibili diventano possibili.
Gli “angeli paradossalmente” vengono in tuo soccorso quando continui ad amare te stesso e la vita, e non smetti mai di vedere e incontrare Dio ovunque, nonostante inciampi, difficoltà, fallimenti.

COME SI DIVENTA UN “MAGO DELLA PIOGGIA”?

Un genitore può fare molti errori con i propri figli, ma questi errori non sono particolarmente negativi se lo stesso genitore rimane consapevole del fatto che quotidianamente può fare dono del proprio essere felice, nonostante tutto.
Per diventare dei “maghi della pioggia” occorre abitare in modo incondizionato la gioia e la pace, anche quando non ci sono le ragioni per viverle.
Solo così si rende possibile il manifestarsi di ciò che desideriamo.
Il vero miracolo avviene per “contagio”.
Scriveva il mistico russo San Serafino di Sarov: “Acquista e conserva la pace interiore e migliaia intorno a te troveranno la salvezza”.

Franco Nanetti
Professore di ruolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico, Direttore dei Master in “Mediazione dei conflitti” presso
l’Università di Urbino, supervisore e coordinatore scientifico della Scuola Superiore in “Clinica esistenziale”. E’ autore di numerosi libri pubblicati con case editrici nazionali ed internazionali.

PSICOSOMATICA SPIRITUALE – GUARIRE “ATTRAVERSO LA MALATTIA”

Psicologia e spiritualità
“Clinica esistenziale” ® Copyright

“Il medico che guarisce (solo) il corpo va all’inferno” Talmud

Ogni ferita del corpo è una traccia per comprendere una causa più grande e più profonda, è un segnale da decifrare e decodificare, che coinvolge il “fare anima”.
La vera guarigione, scrive Rudiger Dhalke (2002): “Si compie nella materia e aldilà della materia”, la vera guarigione è guarire dalla malattia e dal nostro essere malati.
I seminari proposti rappresentano un itinerario di consapevolezza affinchè attraverso il corpo ognuno possa mettersi in ascolto dei messaggi segreti di ciò che è fonte di disagio e di sofferenza, e in essi trovare l’opportunità per ridare forza espressiva ai propri desideri e comprendere il senso profondo della propria esistenza.

PROGRAMMA

29 AGOSTO 2020

“Il ministero di Gesù offre molti esempi di guarigione.Quando risana coloro che sono affetti da febbre (Mc 1, 29-34), da lebbra (Mc 1, 40-45), da paralisi (Mc, 2, 1-12), quando ridona la vista, la parola e l’udito (Mc 8, 22-26, 31-37) guarisce non solo un male fisico, ma l’intera persona.
L’azione di Cristo è una diretta risposta alla fede di quelle persone “miracolate”, alla speranza che ripongono in Lui, all’amore che dimostrano di avere gli uni per gli altri (…), perché Gesù guarisce tutto, perdona i peccati, rinnova la vita. L’opera è guarigione sia fisica che sociale e spirituale”

Papa Francesco – Udienza del 5 Agosto 2020

Ore 8,45-12,30
-Lo scientismo degli idioti (… o forse solo degli ignoranti).
-Biografia emozionale e scheda per il colloquio con il “cliente psicosomatico”
-Il linguaggio d’organo: guarire “attraverso” la malattia

Ore 14,45-18,30
Neurocardiologia : il cervello nel cuore
Risvegliare intelligenza del cuore
Esercizi di Heart Math: 3-5-6
-Il cervello quantico: il cambiamento emozionale del proprio destino
-Epigenetica: “disattivare” le emozioni parassite -rabbia e depressione- nel corpo con la complicità dell’emisfero destro
-Le pratiche meditative dell’inter-essere: defusione, neutralizzazione visiva, mindfulness emozionale, respiro consapevole

30 AGOSTO 2020

Qualcuno dice: «Sono malato, lo vedete bene». E in effetti si vede che è malato, ma ad essere colpita è solo una parte del suo corpo. Se egli non smette di insistere sulla sua malattia, è come se si identificasse con la parte malata e le desse la possibilità di occupare la totalità del terreno, non solo sul piano fisico ma anche sul piano psichico.
Chi è gravemente malato deve dire a se stesso: «Il mio corpo è malato, è vero, ma io, figlio di Dio, scintilla divina, non posso essere malato». E questa convinzione lo pone al di sopra della malattia: egli non si identifica con il proprio corpo ma con il proprio spirito, che vive nella luce e nell’eternità.Decidendo di applicare la legge della preminenza dello spirito, costui dapprima produrrà dei cambiamenti nella regione del pensiero. Questi cambiamenti influenzeranno poi la regione del sentimento, della sensazione, e questi finiranno per concretizzarsi nel piano fisico, portando miglioramenti e a volte anche la guarigione
. M. O Aivanhov

Ore 8,45- 11,00
-Il perdono incondizionato come guarigione profonda dell’anima … e del corpo
-Curare le ferite emotive nel corpo: percorsi di decrescita egoica
-“Fare anima”: la scala dei livelli neurologici

Per cambiare il mondo occorre che cambi te stesso.
Scriveva Albert Einstein: Il mondo che abbiamo creato è il prodotto del tuo pensiero e dunque non può cambiare se prima non modifichi il tuo modo di pensare
Ore 11,00-13,15
-“Il metodo dello specchio relazionale” secondo la psicologia essenica per comprendere i fenomeni di risonanza vibrazionale, cambiare “le forme pensiero”, conoscersi più in profondità e migliorarsi
-“Massaggiare la mente”: esercitazione di Peter Schellenbaum per liberarci dei pensieri nocivi

Franco Nanetti
Professore di ruolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico, Direttore dei Master in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, supervisore e coordinatore scientifico della Scuola Superiore in “Clinica esistenziale”. E’ autore di numerosi libri pubblicati con case editrici nazionali ed internazionali.

per informazioni  aipac.pesaro@virgilio.it      3486881977

Grazie della collaborazione!

La giornata di sabato 29 agosto si svolgerà on line sulla piattaforma zoom come da programma fino alle ore 18.Se vi iscrivete riceverete la mail con il link entro le 8,45 di sabato
e ognuno potrà seguire on line le lezioni e le relative esercitazioni dalla propria postazione: a casa, in albergo o al mare.
Per coloro che hanno deciso di essere presenti a Pesaro è previsto alle 19 di sabato un momento di incontro insieme per un aperitivo con mascherina e distanza di sicurezza.
La domenica mattina come da programma le lezioni potranno essere seguite on line dalla propria postazione.
La conclusione è prevista per le ore 13.

A coloro che hanno prenotato la presenza a Pesaro proponiamo nella domenica pomeriggio  all’aperto, dalle 15 alle 18, una attività formativa di tre ore condotta dall’ intero gruppo dei docenti.
Nella prima ora si svolgerà un lavoro di reframing su come disattivare, nel corpo , le convinzioni  che ci fanno ammalare.
Nelle restanti due ore verrà fatto un lavoro personalizzato sul metodo dello specchio, affinché  ciascuno possa esercitarsi sul ritiro delle proiezioni e sulla conoscenza dell’altro.
Una precisazione:  tenuto conto che il trovarci in presenza è un dono per tutti, le ore integrative che si svolgeranno domenica pomeriggio sono completamente GRATUITE.
Tali attività formative integrative saranno svolte all’ aperto e in condizioni di assoluta sicurezza.
Con la presente comunichiamo che agli iscritti  venerdì 28 agosto alle ore 19.00 verrà inviato il seguente materiale didattico:

  1. Scheda di autocaratterizzazione
  2. Principi metodologici ed operativi della conduzione del colloquio
  3. I presupposti pratici delle esercitazioni di reframing e del metodo dello specchio.

Siccome l’attività di domenica pomeriggio verrà svolta all’ aperto vi chiediamo di comunicare la vostra presenza entro una data (preferibilmente entro e non oltre il 24 agosto ) che ci consenta di preparare la location nel migliore dei modi.
Un caro saluto e abbraccio da tutti noi

Coloro che non potranno essere presenti a Pesaro, sulla base delle precedenti indicazioni  dovranno procedere al bonifico bancario entro le ore 16.00 del 27 agosto,Coloro che saranno presenti a Pesaro potranno saldare la quota di partecipazione nella giornata del 29 agosto

ecco i costi e le modalità di pagamento
Per la partecipazione al residenziale è richiesto un rimborso complessivo di 120 euroColoro che partecipano esclusivamente alle mezze giornate di sabato  il rimborso richiesto per ogni mezza giornata è di 40 euro (mentre la domenica mattina  50 euro). 

Chiediamo gentilmente di indicare nella causale nome, cognome e le date di partecipazione.
L’importo può essere depositato al seguente IBAN: AIPAC  IT62T0311113310000000022352
entro e non oltre le ore 16 di giovedì 27 agostChi ha completato la formazione triennale  alla scuola AIPAC – CLINICA ESISTENZIALE e per gli studenti universitari  i costi sono i seguenti  (80 euro per l’intero percorso 
 30 euro per ogni mezza giornata )

Verrà rilasciato l’attestato di frequenza di 14 ore
Si prega di confermare l’adesione inviando copia del bonifico agli indirizzi:
aipac.pesaro@virgilio.it
o su whatsapp  al 3486881977
se non fossimo stati  abbastanza chiari , per ulteriori informazioni può scrivere a  aipac.pesaro@virgilio.it o chiamare il 3486881977Grazie della collaborazione!

ENNEAGRAMMA CLINICO

© Copyright “Clinica esistenziale”
(contributo liberamente tratto dal saggio di Franco Nanetti in corso di stampa “Le ferite emozionali)

Franco Nanetti

La maggior parte dell’infelicità inutile deriva dal fatto che l’uomo non conosce se stesso, non sa distinguere tra le sue molteplici finzioni la sua intima essenza.
L’enneagramma è un viaggio millenario per la consapevolezza e accettazione della propria unicità, finalizzata alla comprensione di sé e dell’altro. La comprensione degli enneatipi è una prospettiva affinchè ciascuno possa distinguere il proprio enneatipo di tendenza, per cogliere in esso chiavi di lettura per accedere a doni e talenti, motivazioni inconsce, zone d’ombra, e paure che sono di ostacolo al progredire, all’espansione delle proprie potenzialità, alla perfezione.
Comprendere le proprie impronte esistenziali epigenetiche è fondamentale per individuare chi siamo, come possiamo orientare la nostra vita, riscattarci dalla passione che ci domina e accedere al divino che ci abita.
La straordinaria visione della pratica enneagrammatica, si concentra sul fatto che il processo di conversione chiama in causa sia la mente, che le azioni e il corpo.
Come sostiene Evagrio Ponticus “Non serve sapere pascolare bene il gregge dei nostri pensieri, perché attraverso l’azione occorre incarnare le virtù e procedere nella via del cuore”.
Con l’enneagramma impariamo ad essere plasmati dal basso e dall’alto, impariamo a toccare i nostri difetti e le nostre imperfezioni, per elevarci attraverso una visione chiara che viene “provata” giorno per giorno nel nostro agire quotidiano.

Sabato 1 Agosto 2020 Ore 8,45 -18, 00
L’Io molteplice: la conoscenza di sé e dell’altro
L’identificazione dell’enneatipo secondo i codici verbali e non verbali della programmazione neurolinguistica
La ferita emotiva, la maschera, il corpo: la matrice di copione psicosomatico
Superare i momenti di empasse emotivo e i traumi complessi con la pratica della disidentificazione dal corpo di dolore Individuazione dell’enneatipo attraverso la calibrazione
La conduzione del colloquio enneagrammatico in ambito clinico e nella formazione
Domenica 2 Agosto 2020 Ore 8,45 – 13, 30
Psicologia transpersonale: il lavoro sui tre centri: Azioni, Pensieri, Sentimenti. Pratiche di mindfulness personalizzate
Percorsi di evoluzione spirituale: la pratica delle leggi universali della compassione, della causa-effetto, della gratitudine, della resa, della risonanza, dell’integrità, dell’equilibrio, della presenza, della connessione, della vocazione esistenziale.
Scala dei livelli neurologici: comprendere il senso della propria vision e della propria mission
Percorsi di conversione spirituale e sviluppo della coscienza dharmica: dalle passioni alle virtù

SOLO L’AMORE VINCE SULLA PAURA

© Copyright “Clinica esistenziale”
(contributo liberamente tratto dai saggi di Franco Nanetti dal titolo “Assertività ed emozioni”, Pendragon, Bologna, 2015, “La natura dei
conflitti”, My Life, Rimini, 2017, “Psicologia e spiritualità”, My Life, Rimini, 2015e “Psicologia spirituale” in corso di stampa)

Franco Nanetti
Professore presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico, Direttore dei
Master in “Counseling and Coaching skill” e in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, supervisore e coordinatore scientifico
della Scuola Superiore in “Clinica esistenziale”. E’ autore di numerosi libri pubblicati con case editrici internazionali.

Nel film di Woody Allen “La ruota delle meraviglie” possiamo cogliere come una vita banale senza amore rende i personaggi superficiali, infantili e Pavidi.
Bagnini e drammaturghi, lavapiatti e presunte attrici, cercano di alleggerire la propria vita, ubriacandosi, tradendo, innamorandosi, illudendosi di diventare chissàchì. Ognuno di loro non tanto diverso da quel bambino ribelle ed inguaribile che, appiccando fuoco ad ogni cosa a dispetto di quello che gli dicono i genitori e lo psicoanalista, cerca di sottrarsi con i suoi pericolosi riti ad una vita dove esiste solo la noia del nulla.
Poi all’improvviso per distrazione atterra l’Angelo della morte.
Una telefonata mancata e due assassini sopraggiungono per compiere l’omicidio a cui erano stati destinati.
Da quel momento scompare il colore del mare e il cielo si fa grigio.
Ma la vera morte era già arrivata molto prima.
La vita assurda e scialba dei protagonisti è già un’anticipazione della morte improvvisa sempre negata.
Chi è che può sfuggire a questo insulso destino?
Sembrerà un paradosso. Ma è il “normale” che prendendo atto della propria paura implora la compagna fedifraga che non se ne vada.
Anche in quella relazione non c’è amore, ma almeno c’è il desiderio di smettere di mentire. Forse al di là della “grande ruota” delle pseudo meraviglie”
quella è l’unica cosa vera che merita attenzione.
Quindi dal momento che nel capolavoro di Allen nessuno può arrendersi all’amore, una prima possibilità starebbe nel riconoscere la paura e Condividerla.
Ma nessuno dei protagonisti, se non il “normale”, rinuncia alla propria maschera. Nessuno, ingabbiato in un tentativo di sopravvivere alla paura, si sottrae alla menzogna.
Così tutti privati della capacità di amare vivono come marionette in una sorta di circo delle illusioni, un circo di gesti inconsapevoli senza morte e senza vita.

PROGRAMMA DEL SEMINARIO
DEL 12 LUGLIO 2020 “OLTRE LA PAURA”

Riconoscere la propria fondamentale paura in relazione all’enneatipo e alla maschera egoica
Identificare le cause che alimentano la paura
Tre ragioni per non abituarsi mai alla paura
La paura della paura
Esercitazioni di mindfulness a mediazione
corporea per imparare a lasciare andare la paura,
l’ansia e la vergogna

LA FERITA CHE CURA – OGNI FERITA NASCONDE UN COMPITO EVOLUTIVO

LA FERITA CHE CURA – OGNI FERITA NASCONDE UN COMPITO EVOLUTIVO

® “Clinica esistenziale” Copyright
(Dal saggio di Franco Nanetti “Grammatica del cambiamento”, Erickson, Trento, e “Guarire le ferite emotive” in corso di
stampa)

Franco Nanetti

(Professore di ruolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico, Direttore dei
Master in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, supervisore e coordinatore scientifico della Scuola Superiore in “Clinica esistenziale”. E’
autore di numerosi libri pubblicati con case editrici nazionali ed internazionali.)

Il trauma è una realtà della vita, ma non per questo deve essere una condanna a vita. Peter Levine

La ferita emotiva non è solo una vicenda subita che causa dolore e sofferenza ma un progetto animico, necessario alla nostra evoluzione, un “ologramma”speciale al servizio della vita.
Nel momento in cui si accede al mondo della dualità non si può prescindere
dal fare esperienza della ferita, del dolore, della sofferenza.
E’ inevitabile.
Senza la ferita non possiamo elevarci e diventare la nostra particolarità.
A un patto, però: che la accettiamo, la accogliamo nel nostro cuore e la
trasformiamo.
Se rigettiamo la ferita, perché ci opponiamo al dolore che inevitabilmente
provoca, se ci lamentiamo ed inveiamo contro di essa, questa allorché ci
chiudiamo si imprime e diventa destino, ingabbiandoci nella ripetizione e
privandoci del suo potenziale di luce.


PRATICHE DI RISVEGLIO INTERIORE

Scriveva James Hillman (2001): “Sono diventato tenace perché ho dovuto far fronte alla mia debolezza”.
Ogni ferita è una feritoia di luce, una grazia che passo dopo passo ci eleva, ci cura e ci rende unici e speciali.
Ma perché ogni ferita possa adempiere al suo compito evolutivo ci vuole il
giusto coraggio di sprofondare in essa anche nei momenti più difficili.
La ferita non ci abbandona mai.
Basta un nonnulla che la ferita ri-emerge.
Iscritta nella memoria implicita ogni ferita ci espone a reazioni emotive
esorbitanti.
Qualcuno non ci saluta e subito riemerge la ferita dell’abbandono.
Un altro ci critica e riemerge la ferita del rifiuto.
Basta un nonnulla e stiamo male.
Saremmo tentati di evitarla.
Ma ciò è impossibile.
Allora occorre imparare ad accoglierla per semplicemente “ritornare infinite volte sui banchi di scuola della vita”.
Non si guarisce dalla ferita.
Si guarisce “attraverso” la ferita.
Come nella spirale dantesca esplorando la ferita ogni volta diventiamo più
consapevoli e responsabili, “procediamo verso l’alto”, ci apriamo a nuove
visioni, ma poi dopo un po’ inciampiamo di nuovo.
La ferita torna a sanguinare.
Dobbiamo ancora “fare qualche passo”.
Nulla è compiuto.
Carlos Castaneda racconta del suo apprendistato con il maestro Don Juan,
indio Yaqui. Il maestro era solito mandare Castaneda all’avventura nel
deserto ad affrontare i suoi nemici, che cercavano di ingannarlo e ucciderlo.
Castaneda riusciva sempre a cavarsela, sconfiggendo gli spiriti del Male,
anche se più di una volta era andato vicino alla morte.
Dopo una battaglia notturna particolarmente cruenta, Castaneda tornò alla
casa di Don Juan lamentandosi del fatto che ancora una volta aveva rischiato
di essere ucciso dagli spiriti del Male. Allora chiese al maestro per quale
ragione gli spiriti si facessero sempre più abili e più forti. Don Juan rispose
che gli spiriti venivano scelti perché la loro forza fosse modulata in funzione
della forza di Castaneda, affinché l’esito della battaglia non fosse mai
scontato. “Man mano che tu diventi più forte – disse – tu incontrerai nemici
sempre più forti.
Quando sconfiggi un nemico la sua forza viene sempre da te”.

RITORNARE ALL’AMORE SMASCHERARE LA MASCHERA

(Dal saggio in corpo di stampa di Franco Nanetti “Guarire le ferite emotive”) ® “Clinica esistenziale” Copyright Franco Nanetti

Quando vedi rabbia negli altri, va e scava profondamente dentro di te, e vedrai che quella rabbia si trova anche lì.
Quando vedi troppo Ego negli altri, va semplicemente dentro di te, e vedrai quell’’Ego seduto lì dentro.
La dimensione interiore è un proiettore: gli altri diventano schermi e tu inizi a vedere dei film su di loro,che di fatto sono solo i nastri registrati di ciò che sei (Osho Rajneesh -filosofo indiano- 1931-1990)

Ogni maschera è un andare fuori di sé. è uno spazio di alienazione che compensa l’antica ferita.
In questa compensazione il vero Sé viene oscurato tanto che la nostra vita rincorre il potere dimenticando l’amore.
La maschera ha una funzione positiva, ma quando viene a cristallizzarsi, essa si caratterizza come un modo di essere coattivo e pervasivo, una vera e propria trappola che ci rende “stranieri in casa propria”, inconsapevoli
dei nostri modi abituali di reagire, incapaci di avere una visione chiara dei nostri stati emozionali, incapaci di rischiare di fluire in esperienze di amore autentico.

QUANDO TRADIRE NOI STESSI CI FA AMMALARE

Non serve lottare contro la nostra maschera o “finzione funzionale”.

Possiamo invece consapevolmente flessibilizzarla e agirla allorchè desideriamo che le nostre azioni diventino funzionali agli scopi che intendiamo raggiungere.
Ad esempio se la mia maschera è rappresentata dalla tendenza ad essere eccessivamente disponibile, posso imparare ad esserlo solo nelle circostanze in cui la mia disponibilità è utile per l’altra persona, ma non quando diventa un soccorrere che deresponsabilizza l’altro.
Si tratta di diventare consapevoli delle insane abitudini nelle quali siamo imprigionati per rompere schemi abituali e trovare nuovi modi di essere.

LA CHIAMATA DI DIO

“L’anima si incarna su questa terra con un preciso scopo, con
un destino a cui obbedire”.
Edward Bach

Dio ci offre il bene ed il male perché possiamo trovare le risorse
per passare a forze più elevate.
Scrive il filosofo Umberto Galimberti (2004): “Giobbe, dopo aver
perso la moglie ed i figli e con il corpo ricoperto di lebbra, si rivolge
a Dio con la laconica domanda: “Perché?” Ma Dio non si lascia
impietosire e risponde “Dov’eri tu quando riempivo il cielo di stelle
ed il mare di pesci? Dov’eri quando poggiavo la terra su solide basi?”
Il passo biblico sembrerebbe parlarci di un Dio che nega cinicamente
la sofferenza, ma in realtà non è così; esso ci indica invece un Dio
che, nonostante il dolore, vuole appellare ancora l’uomo alla sua
fondamentale responsabilità di cercare i significati del proprio
esistere.
Non ci si può interrogare sul senso della vita solo a partire dal
proprio individuale soffrire poiché occorre che continuamente ci
impegniamo ad interrogare il Tutto andando oltre le nostre “ferite”,
non perché le nostre ferite vengano occultate o negate” , ma perché
con o senza di esse non dimentichiamo che il compito principale che
ci é dato é quello di porci con umiltà e coraggio nella condizione di
interrogarci in ogni momento sul senso della vita consapevoli del
nostro essere mortali, dei nostri limiti e delle nostre possibilità.
Si può essere felici se rimaniamo indifferenti a Dio, ai suoi
moniti, alle sue richieste, alla “chiamata che ci appella affinchè
realizziamo la nostra particolarità”?

Si può essere felici, se chiusi in noi stessi ci preoccupiamo solo
del nostro stare bene, cercando in modo autarchico ed
autoreferenziale di essere liberi da qualsiasi turbamento e
difficoltà, senza che sia mai possibile trovare nel mondo una
prospettiva, una visione, un sogno?
Credo che una vita priva una direzione sia una sorta di
condanna all’infelicità, un luogo disperante di rassegnazione e
futilità.
Penso che intrattenersi nella vita, alzandosi, camminando,
bevendo, mangiando o dormendo, immersi nelle proprie
rassicuranti abitudini, senza sentirsi impegnati nel realizzare
qualcosa di peculiare, senza raggiungere un qualche scopo, sia
semplicemente sopravvivere, drammaticamente sopravvivere.
Credo che l’essere dimentichi del nostro “fare anima”ci renda
degli apolidi inquieti ed infelici.
Vivere è lottare per uno scopo che ci autotrascende.
E’ rispondere ad una chiamata che ci appella ad accendere
una scintilla divina che nutre sogni e passioni.
Se ciò non accade la vita ci punisce rendendoci degli “ignavi”,
che come vengono spietatamente rappresentati nel “loro”
girone dantesco, sono in corsa verso un chissà che cosa senza
meta, insofferenti a qualsiasi disagio e tormento esistenziale.
La sofferenza può solo essere accolta se ci eleviamo, perché, come
scriveva Victor Frankl “Solo chi ha un perché, può sopportare
qualsiasi come”.

LA GIOIA DI ESSERE IN DIO

“Tutti gli uomini hanno accesso a Dio, ma ciascuno ha un accesso
diverso. E’, infatti, la diversità degli uomini, la differenziazione
delle loro qualità e delle loro tendenze, che costituisce la grande
risorsa del genere umano.
L’universalità di Dio consiste nella molteplicità infinita dei
cammini che conducono a Lui, ciascuno dei quali è riservato ad un
uomo”.
Trovare uno scopo, una passione, un lottare per qualcosa che
esalta la nostra unicità è essere in Dio.
Martin Buber
Possiamo far fronte alle tante sfide che la vita ci presenta, se
non smettiamo mai di cercare Dio in ogni parte del mondo e
della vita.
Gesù nella “parabola dei talenti” rivolge un severo monito agli
“improduttivi”, a coloro che non si impegnano per realizzare
la propria vocazione, a coloro che consegnano la propria
esistenza ad un edonismo di bassa lega, cercando
semplicemente, come direbbe Nietzsche, “una vogliuzza per il
giorno, una vogliuzza per la notte, fermo restando la salute?”
Nell’affrontare la dimensione della mancata realizzazione
della propria “unicità” rimando in parte al saggio
“Psicosomatica spirituale” (2016) dove riferisco quanto segue:
“Possiamo identificare due tipi di peccato: un peccato di
trasgressione ed un peccato di omissione di sé, come
negligenza, omissione o tradimento di se stessi.
Quando accenno al peccato di trasgressione, mi riferisco ad una
offesa arrecata ad altro o un principio che non è stato rispettato, ad
una rottura con i dettami divini, connessi con la giusta parola, la
giusta azione, il giusto pensiero, ma quando accenno al peccato di
omissione di sé (in aramaico “peccare” si traduce non in
“trasgredire” ma in “mancare il bersaglio”), mi riferisco
all’incapacità di diventare se stessi, di rispondere in termini di
passione ad una vocazione, ad una “chiamata, di risplendere con
quella scintilla divina che è depositata in ognuno di noi.
“In tal senso la malattia potrebbe corrispondere ad una mancata
adesione ai propri compiti spirituali, all’incapacità del soggetto
di riconoscersi nella propria particolarità o unicità.
In tal caso il soggetto si ammalerebbe (in termini spirituali) perché
nel suo tentativo di adattarsi ad ogni cosa e situazione si affida
all’informe e all’insignificanza.
Nella tradizione ebraica il malato (inteso come l’essere malato)
viene chiamato “holi”, che si traduce in “profano”, “vuoto”,
“sabbia”, “informe”.
In altre parole, il malato (ripeto, inteso come l’essere malato)
secondo l’ebraismo e la grande tradizione chassidica, sarebbe
colui che è diventato come la sabbia, informe, dopo aver perso il
contatto con il sacro (etz haim) e con il proprio essere speciale,
diverso, originale (kadosh).
In altri termini il soggetto “malato” (in termini spirituali) sarebbe
colui che, per adattarsi al mondo o per la ricerca di una malintesa
libertà o per effetto di una fretta che l’ha condotto a fare tutto per
essere ovunque, ha perso se stesso, la propria essenza
originaria, si è desacralizzato, perdendo così il coraggio di
proclamare la propria originalità.
Tale mancanza di riconoscimento di una propria originalità si
collega al fatto che la persona non si percepisce guidato da una
passione, da una scopo, da un proposito centrale, tanto da
essere sempre in balia di dubbi, paure, incombenze marginali,
dipendenze.
Sono d’accordo con la prospettiva logoanalitica di Victor Frankl.
Se chi lotta per un fine che lo autotrascende, anche quando le cose
vanno male, non se ne preoccupa più di tanto. Anzi coglie nel
fallimento l’opportunità per trovare nuovi insegnamenti al suo
incessante progredire verso la meta, mentre chi non ha un
proposito centrale di vita dipende sempre dall’esterno, si
preoccupa in modo incessante di ogni cosa, è ossessionato
dall’idea di non farcela, si innamora di persone manipolatorie,
intraprende attività che non corrispondono ai suoi effettivi desideri
o svolge compiti per dovere che lo affaticano sempre.
Il prodigarsi su compiti non coerenti con il proprio scopo di vita,
provoca debolezza e noia.
La volontà del soggetto holi è vissuta come fatica e
coartazione, la volontà del soggetto kadosh è saggia e
gratificante, perchè i compiti che svolge non sono in funzione
dell’essere bravo, ma di una libera decisione di rispondere ad
un principio sovraordinato” (F. Nanetti, 2016).
POST IN PREVISIONE DEL PROGRAMMA SEMINARIO ON LINE DI DOMENICA 10 maggio 2020 SULA CONSAPEVOLEZZA DELLE AZIONI