ARTICOLI DI FRANCO NANETTI

VIVERE IL PRESENTE È UN ATTO RIVOLUZIONARIO “NIENTE FANGO, NIENTE LOTO”

La consapevolezza è un tesoro nascosto M.Joad

Nella frenesia ci allontaniamo da ogni forma di consapevolezza.Siamo compulsivi. Corriamo non perché abbiamo una meta, me perchè non sappiamo non correre. Per allenarsi alla consapevolezza occorre fermarsi, smettere di essere ovunque, di fare ogni cosa  confondendo il superfluo con l’essenziale, occorre smettere di perdersi nel rimuginio dove sei pensato dai tuoi pensieri, occorre smettere di catapultarsi ansiosamente nel futuro illudendosi che la felicità sia dopo l’adesso; per allenarsi alla consapevolezza occorre fermare la corsa per arrendersi, pacificarci, accettare ciò che emerge, vivere il presente. Se nella frenesia perdiamo ogni contatto con il nostro mondo interiore, fermandoci in uno stato dove rimaniamo semplici testimoni del flusso dell’impermanenza, diventiamo capaci di vedere ed intravedere, di trovare maggiore nitidezza quello che realmente si prova, si immagina, si pensa, si vuole.Quando al cospetto di difficoltà e paure troviamo la forza del Sì, troviamo la forza di un sentimento di una pace che osserva ed accoglie, lì c’è la luce della consapevolezza. Solo a partire da una accettazione incondizionata è possibile osservare il flusso cangiante dell’esperienza, vedere la nascita, la crescita, il completo sviluppo di tutti i fenomeni, è possibile vedere come molti fenomeni che ritenevamo separati di fatto sono interdipendenti, è possibile comprendere le più autentiche ragioni e le più autentiche aspirazioni. Per fare ciò occorre imparare ad osservare senza alcun giudizio, senza alcuna presunta ricerca di oggettività e imparzialità, senza nessuna volontà di cambiare il corso degli eventi, senza alcuna aspettativa, “senza memoria e senza desiderio” (W. Bion, 1970). Come scrive Anthony de Mello: “Potresti farti male” .

Il paradiso, dicono i maestri di spiritualità, è nell’adesso.

Scrive Thich Nhat Hanh (2013): “Di tanto in tanto prenditi cinque minuti per la vita. Vivi il momento presente”.

L’impossibilità di vivere il momento presente ti impedisce di prestare ascolto alle tue necessità, di esaminare la realtà con chiarezza e far fronte con saggezza ai momenti difficili. Spesso per non sentire il dolore e per evitare di conoscerti e comprendere la vita in profondità ed ampiezza fai un’infinità di cose senza mai vivere il momento presente. “Un giorno un vecchio contadino, stanco delle inclemenze del tempo, chiese ardentemente a Dio di donargli pioggia, vento e sole nella giusta misura. Il frumento crebbe rigoglioso. Ma al momento del raccolto ebbe una sgradevole sorpresa: “I chicchi erano vuoti.” Chiese a Dio il perché di tutto ciò. Così rispose: “Senza sfida e senza sforzo, il frumento è sterile. Tuoni e fulmini sono necessari per l’anima”. Accetta quello che accade nel momento presente.

Non rifuggire il dolore.

Il dolore è universale.

La vita è gioia e dolore.

“Niente fango, niente loto”

Non serve opporsi.

Il non accettare il dolore crea una sofferenza superflua, che limita la consapevolezza. Potrai vedere molte cose “ulteriori” quando saprai accettare quello che accade.Tutto sta nel sapere il momento presente.Non serve proteggerci ad oltranza. Il vero potere nell’ “adesso” (E. Tolle, 2011).

Un proverbio indiano dice: “Se avessimo protetto i canyon dalla tempesta, non potremmo ammirare la bellezza delle fenditure”. Per questo, non lamentarti di nulla, non opporti, non reagire mai con rabbia, non inveire, e neppure recriminare. Alcuni dicono: “Ma al cospetto di certi momenti di profonda disperazione in cui non si prospetta nulla di buono all’orizzonte, come si può fare?”. Certo non è sempre facile accettare quello che accade. Ma il rimuginarci sopra, il lamentarsi, il farsi sovrastare da emozioni e pensieri negativi, non porta nulla di buono. Scrive Thich Nhat Hanh: “Se perdi un lavoro o prevale l’idea di non mangiare a sufficienza o non avere le medicine indispensabili, è normale  avere paura, ma il rimuginarci sopra non ci consente di cambiare nulla” Così vale per ogni cosa che ti accade. Se fai un errore, non inveire contro te stesso. Accetta l’errore, senza indulgere in inutili pensieri nell’intento di volere essere diverso. Se entri un uno stato di depressione, sconfortato dall’idea di non farcela o che non ci sia speranza al cospetto di una grave perdita, non opporti a quello che provi. Potrai trovare una risposta alla tua depressione se l’accetti senza crogiolarti in essa. Non puoi osservare qualcosa di cui rifiuti l’esistenza. Se qualcuno ti offende e cedi ad una rabbia fuori controllo, non potrai mai arrivare alla soluzione del problema. Se invece saprai osservare senza reagire potrai renderti conto che quell’ offesa prima di essere nelle parole dell’altro era già dentro di te, che c’è qualcosa di iscritto nel tuo passato che attende di essere esaminato. Potrebbe anche essere che l’altro per invidia o competizione o qualche altra sua debolezza desideri inconsapevolmente trascinarti verso il basso. Tu non reagire. Non volerlo cambiare e neppure aiutare. Il volere cambiare l’altro non ti porterà che a subirlo sempre di più.

Se lui non vuole cambiare, tu non puoi fare nulla.Puoi solo a partire da uno stato d’animo pacificato, chiedigli : “Quale soluzione intravedi? … Che cosa posso fare per te?”

Ricordati la consapevolezza è un’attenzione imparziale che non prende posizione, che non fa preferenze, che non dice “Questo Sì e questo No”, perchè tutto è necessario affinchè tu possa apprendere qualcosa di nuovo. Dal momento in cui accetterai ogni cosa che emerge senza opporti, potrai senza perderti nei dettagli trovare una visione dell’insieme e delle relative connessioni, potrai intuire l’essenziale delle cose, potrai vedere che tutto si dipana in un gioco di antinomie non escludentesi, dove nel male c’è anche il bene, nella vita c’è anche la morte, nella salute c’è anche la malattia, nella gioia c’è anche il dolore e viceversa. Perchè ogni opposto necessita del suo contrario. Con la presenza mentale puoi diventare consapevole di tutto quello che accade, senza rimanere concentrato su ciò che ti affligge. Anche nei momenti difficili potrai intravedere la luce. Scrive Thich Nhat Hanh con emblematica forza poetica: “Le ostriche, che vivono nelle profondità marine non hanno occhi: non hanno mai visto il cielo blu, né le stelle. Noi abbiamo occhi, possiamo vedere lo splendido cielo sopra di noi, ma spesso lo ignoriamo. Se sei capace di essere presente a te stesso non sarai mai infelice. Apprezza quel caleidoscopio di vita per quello che la vita è. E’ meraviglioso avere gli occhi in buone condizioni. Hai a tua disposizione un paradiso di forme e colori, che chi è diventato cieco non ha. Impara a vivere il momento presente cercando di assaporare la bellezza della vita per quello che è, rimanendo in contatto con ciò che provi,  accettando quello che accade come un’occasione straordinaria e indispensabile per imparare ciò che è necessario ancora apprendere.

(…) Se ti alzi al mattino assapora il sole che ti scalda e l’aria pura che respiri. Lasciati assorbire dalla bellezza che ti circonda, sii cosciente di ogni cosa, sii mentre cammini consapevole dei sentimenti che emergono e delle immagini che ti accompagnano. Osserva tutto ciò che accade assumendo un atteggiamento non giudicante.

Pratica la consapevolezza, concentrandoti sul fluire del tuo respiro in ogni circostanza, anche nei momenti più impensati.

Non sentire ciò come un peso. Potrai con il tempo, esercitandoti quotidianamente, godere di qualsiasi cosa tu stia facendo e di qualsiasi cosa emerge dentro di te”.

Afferma Luis Erlin (2013): “Quando le pene ti soffocano, torna alla vita, gioisci, respira”.Ascoltando il tuo respiro ti connetterai con l’eterno.La sofferenza diventerà superflua.

“Clinica esistenziale®” Copyright (Dal saggio in corpo di stampa di Franco Nanetti “Guarire le ferite emotive”)

Franco Nanetti

Professore di ruolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico,Direttore dei Master in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, supervisore e coordinatore scientifico della Scuola Superiore in “Clinica esistenziale”. E’ autore di numerosi libri pubblicati con case editrici nazionali ed internazionali.

IL DOLORE È OVUNQUE

(contributo liberamente tratto dai saggi di Franco Nanetti dal titolo “Il risveglio della coscienza”, Pendragon, Bologna, 2015, “Percorsi di senso”, Aipac, Pesaro, 2017, e “Psicologia spirituale” in corso di stampa)

Tutta la nostra cultura si sta sempre di più concentrando nel volere rimuovere ciò, che i filosofi esistenzialisti, chiamano i nuclei tragici dell’esistenza: come l’abbandono, la malattia, la vecchiaia, la paura della morte, il dolore della finitezza. Ma questo sogno di un’onnipotenza inaccettabile avrà gravi conseguenze. Anche se siamo soliti percepire ogni dolore come impedimento, non dobbiamo dimenticare che è nel dolore, nella situazione limite, nell’esperienza del naufragio, nell’abisso del nulla e della colpa, nel fallimento che l’uomo incontra se stesso, si realizza e affronta cambiamenti, e in casi particolari sperimenta l’autotrascendenza. L’opera del grande tragediografo greco Sofocle, dal titolo Filottete, ci ricorda i rapporti di connessione inseparabile tra condizione di vulnerabilità e sviluppo delle capacità conoscitive, “strategiche” e spirituali della persona. Filottete, così narra la tragedia, vittima di una malattia mostruosa e pestifera, viene esiliato dall’isola di Lemno. Ma l’infermo Filottete è anche possessore di un oggetto potente e pericoloso, l’arco di Eracle, che può consentire la salvezza dei greci in difficoltà durante la guerra di Troia. I greci possono ottenere l’arma irresistibile solo a patto di accettare -oggi si direbbe accogliere ed integrare- il suo mostruoso possessore. Solo la prospettiva di accettare i nostri limiti –fuori e dentro di noi-, ci rende capaci di osare prospettive ulteriori. Si è creativi o “sanamente visionari” quando si smette di resistere e di sforzarsi di volere essere più forti del dolore e della stessa vita. Quando L’Ego si contrappone a qualcuno o qualcosa, non si vede più la vastità, si perde di vista il Sé universale, non si ha più la percezione che Dio è ovunque, si diventa carenti di epistemologia. Solo se accettiamo la mancanza. La fragilità, l’essere vulnerabili senza essere frenetici e reattivi, diventiamo “visionari”, capaci di trovare, seppur nel dolore, nuove squarci di luce. Come afferma Stephen Levine (2006): “Solo quando ci liberiamo della reazione oppositiva sappiamo sentire le voci che vengono da altre stanze”.“Solo con la capacità di accogliere e modulare il dolore mentale, sostengono gli psicoanalisti Bion (1962) Meltzer (1968), Harris (1983) si sviluppa la possibilità di conoscere e apprendere il nuovo”. L’intransigenza al dolore ci rende ottusi. In termini pedagogici si potrebbe affermare che i “viziati” protesi ad evitare ogni frustrazione diventano “viziosi”, con pochi dardi nella faretra cognitiva. L’Ego che si contrappone al dolore come ad un nemico, perde di vista il mondo delle possibilità e dello sguardo visionario. IL DOLORE PIÙ DOLOROSO È IL DOLORE INASCOLTATO . Il dolore va accettato, ascoltato e quando è possibile condiviso. “Nulla, scrive Stephen Levine (2006) con poetico folgore, è più naturale del dolore, nessuna emozione più comune della nostra esperienza quotidiana, ma se il dolore rimane inascoltato disturberà il sonno ed infesterà i sogni, trasformerà le relazioni umane in un luogo dove nascondersi anziché aprirsi”. Non serve voltare le spalle al dolore, volerlo insistentemente eliminare. Il dolore trascurato, negato, respinto, irrigidisce il corpo e la mente, diventa insopportabile, totalmente inutile, “insulso”. Ci sono tanti modi per evitare il dolore, e così intensificarlo: il far finta di niente, la banalizzazione della realtà, la superficialità apparentemente giocosa ma mai gioiosa, l’ingordigia o saccheggio ossessivo delle cose, la contrapposizione rabbiosa, la lamentazione vittimistica. Il giocarsi la vita nell’insulsa esuberanza o nel rimuginare sulle proprie sventure parlandone incessantemente, o nel distrarsi con il divertimento coatto e ridanciano, o nel diventare critici ed oppositivi, o nella dipendenza da qualcuno o da una sostanza, cibo compreso, potrebbero essere modi per negare il dolore stesso o nasconderlo.

IL CORAGGIO DELLA RESA

La guerra al dolore crea nuovo dolore. Si tratta di trovare il coraggio della resa. Ci vuole coraggio per aprire il cuore anche quando si è nell’inferno, schiacciati dalla paura di non farcela. Ma non c’è alternativa! Il vero coraggio non è reagire al dolore, non è scappare o entrare in guerra, nè volerlo capire o passivizzari al suo cospetto, ma è aprire il cuore, è tornare alla vita, lasciandolo fluire. Aprire il cuore al dolore è semplicemente andargli incontro senza disprezzo. “Il fare pace con il dolore” ci rende “compassionevoli”. Così scrive ancora con incisiva chiarezza Stephen Lèvine: “Meno siamo in grado di ammorbidirci al dolore, meno riusciremo ad andare incontro a noi stessi e agli altri con compassione. Non servono i buoni propositi di pace con gli altri finchè si è intransigenti con se stessi, in quanto finchè si vuole fare guerra al proprio dolore, finchè non lo si vuole accettare e condividere, finchè non si vuole accogliere i suoi insegnamenti, siamo in guerra con l’intero mondo”. Accogliere il dolore non significa subirlo con rabbiosa resistenza nei suoi eccessi, né sostare masochisticamente in esso.

Accettare il dolore non significa dovere soffrire.

3) LA GIOIA…NONOSTANTE LA PAURA

( liberamente tratto dal saggio di Franco Nanetti dal titolo “Le ferite emozionali”, in corso di stampa)

Spesso il divertissment coatto, la ricerca ossessiva della competizione e del potere, una frenesia incontrollata che ci rende incapaci di fermarci ed osservarci, sono diventati inconsapevoli stratagemmi per tenerci forzatamente distanti dalla nostra vulnerabilità, dall’idea di scoprirci in balia di una malattia che ci rende impotenti, dalla paura di sprofondare in un indicibile nulla.

PRATICHE DI RISVEGLIO INTERIORE

Allora certi “nemici invisibili” seppur nella loro drammaticità, ci ricordano la nostra finitezza, ci ricordano che la vita non ci appartiene ma che noi apparteniamo alla vita, ci ricordano che la paura va accolta ed accettata come legittima esperienza del nostro vivere quotidiano.  Se la temerarietà nega la paura, il coraggio, che significa “cuore in azione”, la legittima, la rende plausibile. Non serve nascondere la paura dietro una sorta di maniacalità negazionista. Il vero riscatto non sta nel “non bisogna avere paura”, ma nel continuare a fluire nell’amore e nella gioia nonostante la paura. Dobbiamo senza volere annientare la paura continuare a sperimentare atti di amore autentici e responsabili (esenti da qualsiasi forma di buonismo di facciata), nonostante la paura. Dobbiamo senza volere estromettere la paura, incontrare la gioia anche quando le ragioni non lo consentono, nonostante la paura. La gioia ci affida al mistero, all’inconsueto, l’impermanenza, all’intuizione che svela. Possiamo “danzare la gioia” nonostante le avversità. Scrive Madeleine Delbrel nella sua splendida poesia “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato” (2012).“Signore insegnami la grande orchestra dei tuoi disegni (…) insegnami ad indossare ogni giorno la nostra condizione umana come una festa, come un ballo, come una danza. Signore invitaci a ballare, gioiosi, leggeri. Non bisogna volere a tutti i costi avanzare, ma accettare di cambiare direzione, di andare di fianco. Signore insegnaci la musica universale dell’amore”.

Oggi mi sono lasciato accarezzare dal vento e dal sole.

Un caro saluto

Franco Nanetti

2 ) GLI ANTIDOTI ALLA PAURA

La paura è elicitata dalla minaccia, ma se esageriamo nel farci ingabbiare dalla paura, l’eccesso di paura ci porta verso reazioni improprie e non ci consente di attrezzarci per difenderci in modo adeguato dalla paura stessa

PRATICHE DI RISVEGLIO INTERIORE

Ho voluto in questo breve post indicare in prospettiva spirituale alcuni antidoti all’eccesso di paura:

-un primo sta in un supplemento di consapevolezza.La consapevolezza ci consente di vedere le cose come stanno e come possiamo ragionevolmente fronteggiare la paura. Se cediamo inconsapevolmente alla paura, contagiamo la paura stessa.Se parliamo sempre della paura ne rimaniamo imprigionati. La paura si impossessa della nostra vita e basta poco per avere la sensazione che non ci sia nulla da fare;

un secondo sta in un supplemento di presenza divina.L’avere fede ci porta lontano da ogni timore, ad oltrepassare la paura. Dopo avere identificato la paura, senza contrastarla, si può oltrepassare la paura intraprendendo un percorso di elevazione spirituale nella fede e nella comprensione dei dettami divini. Sono d’accordo con Vincent Millay, quando sostiene che “la fede non ci fa inventare Dio, ma semplicemente incontrarlo”, direi “semplicemente sentirlo dentro di noi anche nei momenti difficili” (F.Nanetti, 2014) (…)

22 Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla.

23 Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù.

24 La barca intanto distava già qualche miglio da terra edera
agitata dalle onde, a causa del vento contrario. 25 Verso lafine della notte
egli venne verso di loro camminando sul mare.

26 I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero:
«E’ un fantasma» e si misero a gridare
dalla paura.

27 Ma subito Gesù parlò loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura».

28 Pietro gli disse: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da
te sulle acque».

29 Ed egli disse: «Vieni!». Pietro,scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù.

30 Ma per la violenza del vento, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!».

31 Esubito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».

32 Appena saliti sulla barca, il vento cessò.

33 Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti,esclamando: «Tu sei veramente il Figlio di Dio!». Matteo 14:22-3

-un terzo sta in un supplemento di amore.Se la paura ci conduce ad evitare ogni proposito, il rimanere centrati sull’osare il bene, anche quando ci sono impedimenti e difficoltà, ci aiuta a fronteggiare la paura. Appena compiamo qualche piccolo passo verso l’amore, la paura si dissolve, l’Ego si dissolve. Provate di tanto in tanto ad ascoltare qualcuno con profonda compassione, tenerezza, empatia. Immediata è la sensazione che la paura diventa irrilevante. L’essere in comunanza emotiva, trovando il coraggio di “fluire nell’amore”, rende la paura un’emozione esiziale, che quasi si eclissa. Questo è quanto lascia intendere Lev Tolstoj quando scrive  “L”unico significato della vita è servire l’umanità”.

-un quarto sta nell’azione graduale, una sfida fatta di piccoli passi, che ci insegnano a depositare nel corpo e nella vita il coraggio di agire. Non serve evitare la paura e neppure condannarla o contrastarla, ragionarci o parlarci sopra ad oltranza. Ciò non fa altro che intensificarla.Serve invece, anche nei momenti difficili, rimanere concentrati sullo scopo che vorremmo realizzare e agire nonostante la paura. Così, quasi a nostra insaputa, la paura si dissolve. Racconta Joe Hymans nello “Zen e le arti marziali”:“Quando ero ragazzo e vivevo in Corea ero terrorizzato all’idea di incontrare una di quelle feroci tigri che vivevano in quei paraggi. Durante il mio primo periodo di addestramento alle arti marziali, il mio maestro che era a conoscenza della mia paura, mi raccomandò di meditare visualizzando me stesso in combattimento con una tigre. Fu così che comincia a visitare lo zoo di Seul per studiare le tigri che vi erano imprigionate e familiarizzare con le loro abitudini e i loro movimenti. Con il passar del tempo mi resi conto che anche una tigre ha dei punti deboli: le sue fauci non hanno una mobilità assoluta, inoltre per fare a pezzi una preda debbono basarsi sulla forza delle proprie zampe. Iniziai ad elaborare alcune strategie per i miei combattimenti immaginari con la tigre, in modo da sfruttare i suoi punti deboli. Ben presto cominciai a vincere qualche schermaglia e la mia paura delle tigri cominciò a scomparire”.La narrazione di Joe Hymans ci dice che impedendoci di agire alimentiamo la paura.Per questa Seneca affermava: “Non si osa perché si ha paura, si ha paura perché non si osa”.

1 ) RIMANERE NEL PROPRIO ADULTO E “NEL PROPRIO CUORE”… NONOSTANTE LA PAURA

“Una spada può durare poco, ma il guerriero della luce deve durare a lungo. Perciò non si lascia ingannare dalle proprie capacità ed evita di farsi cogliere di sorpresa.
Ad ogni cosa dà il valore che merita. Alcune volte, di fronte a gravi problemi, il demonio gli sussurra all’orecchio : “Non preoccuparti non è una cosa seria.” Altre volte, di fronte a cose banali, il demonio gli dice: “Hai bisogno di concentrare tutte le tue energie per risolvere questa situazione.”Il guerriero non ascolta ciò che dice il demonio. Egli è il maestro della spada. Paulo Coelho

Di fronte a questa emergenza spesso sono emerse due reazioni: una fondata su un certo allarmismo ed un’altra su una tendenza a minimizzare le conseguenze. Inutile dire che entrambe non favoriscono la dimensione fondamentale della responsabilità. Alcuni dicono “la paura è eccessiva”. Forse vero.

Ma come “esseri incarnati” che entrano nella dimensione della “dualità” è inevitabile provare paura. Non serve imporsi di non avere paura quando entra in gioco una minaccia reale. Mentre serve diventare consapevoli e responsabili della paura al
fine di individuare un “modo adulto per fronteggiarla. Possiamo distinguere una paura “pulita” ed una paura “sporca”. Se mi trovo davanti ad un leone che vuole sbranarmi e scappo la mia paura è “pulita” in quanto è funzionale alla mia sopravvivenza, ma se temo di attraversare una piazza dove non ci sono pericoli, e per questo mi paralizzo, la mia paura è “sporca”.
Il distinguo sta nell ’ esistenza o meno dell’aspetto realistico di una minaccia. Solo allorchè attraverso una corretta conoscenza delle cose diventiamo capaci di discernere la paura “pulita” dalla paura “sporca”, possiamo diventare adulti responsabili. Tale discernimento presuppone un valutare le cose con doverosa attenzione senza accentuare o minimizzare. Alcuni dicono, alla luce di un atteggiamento infantile di chi vuole ergersi al di sopra della paura: “Non si deve avere paura”. Ma se la minaccia è reale perché non si dovrebbe avere paura?! Solo in questo modo l’amore si fa strada “nonostante” e a dispetto
della paura.
Franco Nanetti

OLTRE LA CRISI RI-NASCERE NEI MOMENTI DIFFICILI DELLA VITA PRATICHE DI RISVEGLIO INTERIORE

(Dal saggio in corpo di stampa di Franco Nanetti “Guarire le ferite emotive”) ® “Clinica esistenziale” Copyright

Nella crisi talora sembra tutto fermarsi.  

Spesso tendiamo a disperare.

Ma sovente la crisi è qualcosa che accade per svelarci un possibile riscatto,
per dirci che lì in quel momento buio e angosciante, una nuova luce finora
offuscata dalle nostre abitudini, dalle nostre maschere, dai nostri modi di
essere inautentici, può di nuovo risplendere.

Come affermava Pablo Neruda: “È per nascere che siamo nati”.

Scriveva sempre a questo proposito lo psicoanalista Luigi Zoia: “Si nasce
sempre due volte”.

La crisi è un invito alla nostra ri-nascita.

Talvolta nella crisi cerchiamo repentine soluzioni, ma la cura è “omeopatica”. 

Non si esce dalla crisi “fuggendo” verso subitanee distrazioni, ma talora
“sostando in essa” -senza passivizzarsi- fino a trovare un percorso “verticale”
di elevazione che ci consente di comprendere le ragioni della crisi stessa e
superarla nella prospettiva di un viaggio di conversione spirituale.

Scriveva de Mello “Non serve nella crisi riparare giocattoli, ma cambiare
gioco”  Non sempre è facile “sostare
nella crisi” per comprenderne le ragioni.

Talora ciò implica una ulteriore accettazione del dolore e della nostra
vulnerabilità, una discesa nel proprio “inferno” per potere risalire in uno
spazio di riscatto esistenziale dove riusciamo finalmente ad aprirci
autenticamente alla vita. Il primo passo si concentra sull’accettazione
incondizionata, su una “resa non rassegnata” che non concede sconti.

Non con questo che debba essere preclusa la ricerca di nuovi modi di comportarci
di tipo “orizzontale” nel mondo, modi che riteniamo assonanti ed
appropriati  con gli scopi che vogliamo
raggiungere. Ma

se desideriamo che il nostro cambiamento sia una conversione radicale sul
piano dell’ “essere” che “ci proietta oltre la crisi”, occorre comprendere che
la crisi è uno “schema di copione” che attende di

essere “esaminato” e “trasceso”. Altrimenti questo si ripresenta “mille
volte”.

Il lavoro di risveglio interiore attraverso l’esperienza della crisi
non sta allora solo all’esterno, ma implica un partire dall’interno, per diventare
sempre più presenti a chi realmente siamo e, nella prospettiva della
“Chiamata”,  diventare sempre più
noi  stessi.

Nella tradizione Sufi sta scritto che “quando il tuo unico problema sarà
pensare a Dio, allora Dio penserà a tutti i tuoi problemi”.

Post introduttivo al seminario   Del 26 Gennaio 2020 sul tema PRATICHE  DI RISVEGLIO INTERIORE Lavorare sulle emozioni: rabbia, colpa, paura, tristezza

 sono aperte le prenotazioni  3486881977

LA LEGGE DELL’AMORE

LUGLIO AGOSTO 2019

©Copyright “Clinica esistenziale”
(contributo liberamente ampliato e nuovamente elaborato a partire dal saggio di Franco Nanetti, già in parte pubblicato in “Grammatica del cambiamento”, Edizioni Erickson, Trento, 2017)

L’amore è un vagabondo che può far fiorire i suoi fiori ai margini di ogni via
Tagore

Che cosa è l’amore?
Un mistero.
E’ difficile circoscriverlo in una cornice di parole.
Scrive San Paolo: “L’amore genera tutte le cose”.
Parlare d’amore è celebrare un segreto impenetrabile.
Dante vide nell’amore la forza che permea il fluire di tutto e delle cose del mondo,
poiché esso “muove il sole e le altre stelle”.
L’amore è la forza che attrae le stelle, che fa muovere le entità minimali dell’atomo
fuori dai criteri usuali di spazio e tempo, è l’energia che ci indica il mistero delle cose umane e dell’universo.
E’qualcosa di divino che tiene in vita tutto. In esso la morte è prepotentemente negata (da un punto di vista etimologico il termine “amore” rimanda al significato di a-mors, ossia assenza di morte).
Secondo gli insegnamenti chassidici la perfezione e l’unificazione con Dio
dipendono dall’amore tra gli uomini.
Dio nel desiderio di essere amato irradiò da Sé le sfere della creazione, della separazione dal mondo, della materia e della forma, e oggi ogni volta che l’uomo ama un altro uomo, nel suo atto d’amore, si rivolge a Dio.
La legge universale dell’amore ci dice che esso si manifesta, seppur talora
nascondendosi, ovunque, anche dove ad un primo momento si potrebbe percepire il suo opposto.
L’amore si svela e si cela nella manifestazione di ogni cosa.
Alcuni dicono “L’amore non esiste, mi fa troppo soffrire”.
In realtà coloro che dicono ciò non parlano di amore autentico, ma di un illusione egoica.
“Il loro cuore, direbbe Osho, non è traboccante d’amore, ma è famelico e
rivendicativo”.
La legge dell’amore ci dice che esso può essere in qualsiasi momento sempre sorgivo. A un patto, però. Che non si rinunci mai ad un lavoro di consapevolezza profonda su noi stessi, affinché l’amore autentico non sia mai confuso con il falso amore.

LE FORME DELL’AMORE

Grande dubbio, grande illuminazione
Massima Zen

Alla luce del modo in cui sperimentiamo l’incontro con l’altro, abbiamo tre modi di amare o tre fondamentali forme dell’amore (F. Nanetti, 2007, 2009, 2013)

1)un amore infantile o falso amore centrato sulla logica del bisogno, che nasce dalla paura eccessiva e da un intenso sentimento di mancanza, e dal bisogno di compensarli attraverso l’iperprotezione, la dipendenza, il possesso, il potere, la violenza, il controllo, la manipolazione dell’altro, la pretesa;

2)un amore autentico centrato sulla logica del desiderio, che è passione,
responsabilità di un Io verso un Tu, libertà, intimità, rispetto, ascolto che si
alimenta nell’incontro autentico, che non vuole necessariamente vincoli e che non esercita alcuna pressione.
Questo tipo di amore non genera dipendenza poiché è sostenuto dalla forza
inestricabile del desiderio, dell’onestà, della compassione, e dell’accettazione incondizionata che rende plausibile l’antinomia tra libertà e intimità.

OGNI PRETESA VERSO L’ALTRO TRASFORMA L’AMORE IN DOMINIO

La pretesa mette in scacco l’amore.
Nella pretesa l’altro viene privato della libertà il quale, non potendo più porsi in ascolto del proprio desiderio, sarà sempre più propenso a compiacere o contrastare ogni aspettativa.
Ma la pretesa non solo priva l’altro della propria libertà, ma mette anche se
stessi in uno stato di angosciate confusione.
Il forzare l’altro a desiderarci, ci impedisce sia di avere chiarezza di chi è l’altro al di fuori delle nostre aspettative, sia di che cosa “veramente vogliamo e realmente possiamo ottenere”.

“Immagina di porre di fronte a te il tuo partner da cui esigi qualcosa.
Guardalo negli occhi, e dopo una pausa di silenzio, digli: “Tu vai bene come sei.
Pensiamo e facciamo cose diverse, perché diversi sono i nostri destini.
Anche se ognuno rimane se stesso, potremo a livello molto più profondo rimanere uniti.
Io accolgo la tua libertà … e la mia libertà”.

3)un amore spirituale centrato sulla logica della vastità (S. Levine, 2001), che è compassione e religiosità dell’esserci, apertura di cuore per ogni realtà vivente, comunione, salvezza dalla paura, amore assoluto ed incondizionato, senza limiti, senza confini, senza negoziazione, senza Ego, senza morte (amore= a-mors = senza morte).

L’amore centrato sul bisogno o amore infantile è sempre conseguente alla nostra incompletezza e alla paura.
Dal momento che non ci piacciamo abbastanza e temiamo di non valere, abbiamo bisogno dell’altro che ci appartenga per poterci piacere o per sentirci al sicuro al cospetto della paura della solitudine. Tale tipo di amore, centrato sul bisogno e sulla dipendenza, non fa altro che ampliare la paura e creare violenza, nella forma diretta
attraverso il dominio, la gelosia e la pretesa, o nella forma indiretta tramite la manipolazione, il vittimismo, la sollecitudine eccessiva, l’atteggiamento
elemosinante e ricattatorio (“Senza di te non esisto più”), l’idealizzazione
adorante.

L’amore infantile o amore dipendente si basa sull’idea che è necessario essere amati per potere sopravvivere, sulla pretesa di venire amati per sentirsi amabili.
La pretesa di essere amati non ha niente a che fare con l’amore.
Innamorarsi di una persona che non ci ama e mettere in atto comportamenti volti ad esigere che ci ami è un atto di profondo egoismo.
Se l’amore centrato sul bisogno obbliga l’altro ad amarci, l’amore autentico
centrato sulla logica del desiderio o amore adulto, invoca l’amore ma non lo pretende, nella consapevolezza che l’amore non lo si può comprare, non lo si può pietire, non lo si può imporre, lo si può solo conquistare.
Mentre chi ama secondo la logica del bisogno non cerca la vicinanza dell’altro, ma il suo possesso, chi ama secondo la logica del desiderio vuole approssimarsi all’altro senza mai raggiungerlo.
Se l’amore infantile o falso amore, tipico della persona dipendente, è
“appropriazione” dell’altro (“il partner deve assolutamente soddisfare le mie necessità”), è un bisogno ossessivo e predatorio di possederlo, è predatorio, non vuole il bene dell’altro ma la sua dipendenza, l’amore autentico o adulto si basa sulla consapevolezza che il desiderio del Sì riconosca la libertà dell’altro di rispondervi senza alcuna coercizione, e sulla capacità di sostare sia nell’intimità che nell’autonomia.

L’amore spirituale è di tutt’altra natura.
Mentre sia l’amore centrato sul bisogno (come pretesa) che sul desiderio (come appello), sono l’esito di patti politici, di possibili negoziazioni, compromessi, accomodamenti, mediazioni con l’alterità, l’amore spirituale è uno stato di “re- ligiosità” che non chiede vincoli ma che, generato da un atteggiamento di profonda consapevolezza dell’Unità, come l’amore di Gesù o del Buddha, non si dà ad uno specifico altro ma si offre, incondizionato, per pura gioia.
L’amore spirituale è sperimentazione pura, slancio interno che non ha un
destinatario ma che abbraccia ogni realtà vivente, è simultaneo, è un sentirsi in intimità con noi stessi, con gli altri, con gli animali, con la natura, con il cosmo, con Dio in una sorta di sincronicità senza tempo e senza spazio; il suo unico ed esclusivo scopo risiede in una più ampia connessione e compartecipazione con il tutto.
L’amore spirituale, infatti, non è una trattativa, non vuole il possesso dell’oggetto d’amore, è intriso di conseguità (E. Fromm, 1960).
Chi sperimenta questo tipo di amore, ama tutto e tutti, il prossimo e il distante, l’amico ed il nemico, ciò che gli appartiene e ciò che non gli appartiene.
Se nell’amore autentico vi è reciprocità tra il dare ed il ricevere, nell’amore spirituale vi è simultaneità.
La simultaneità non si basa sulla fiducia ma sull’affidarsi, sulla capacità di
vivere il dare ed il ricevere come un unico atto.
Se gravito nell’amore spirituale, nel momento in cui ricevo percepisco il piacere di affidarmi al mio donatore, e nel momento in cui offro il mio dono percepisco similmente il piacere di ricevere, perché, affidandomi e non innalzandomi ad una posizione di superiorità, colgo il mio dare come semplice e naturale apertura di cuore.
Nell’amore spirituale non c’è separatività e condanna: si è sempre consapevoli del proprio essere “complici della necessità del bene e del male”.
Questo non significa indifferenza o accettare tutto senza distinzione. Chi transita nell’amore spirituale non si compromette con il male, ma neppure si contrappone ad esso con intransigenza. E’ consapevole dei propri “debiti karmici” e dei propri errori,
e per questo il suo sguardo su ogni cosa si nutre di tenerezza, compassione e tolleranza, anche se al momento opportuno ci si può allontanare e separare dall’oggetto d’amore.
Nell’amore spirituale amiamo la vita, i nostri nemici, il destino che ci è stato consegnato, anche se tormentato da tradimenti, fallimenti, abbandoni, malattie.
Nell’amore spirituale tutto è perfetto.
Non c’è nulla da reclamare di diverso.
Quando si è in questo stato di grazia si vive nell’abbondanza e nella gioia.

Un caro saluto
Franco Nanetti

IL DOLORE È OVUNQUE

LUGLIO 2019

©Copyright “Clinica esistenziale”
(contributo liberamente tratto dai saggi di Franco Nanetti dal titolo “Il risveglio della coscienza”, Pendragon, Bologna, 2015, “Percorsi di senso”,
Aipac, Pesaro, 2017, e “Psicologia spirituale” in corso di stampa)

Non esiste un’umanità indenne da ferite emotive e traumi, dolori, sconfitte,
guerre, carestie, malattie incurabili, ingiustizie e violenze.
Il dolore è ovunque.
Un giorno otto rabbini si trovarono a commentare un versetto assidico che
in sintesi diceva “La sofferenza è grazia”. Dopo molto dibattere non
trovarono alcuna risposta soddisfacente, allora uno dei rabbini suggerì di
andare a trovare fuori dalla città un certo Jonathan, che nonostante le precarie condizioni di salute, la povertà, la morte del figlio e la sua grande sfortuna, non perdeva mai occasione per cantare le lodi a Dio.
Gli otto rabbini dopo lungo camminare arrivarono alla povera fattoria dove lui in uno stato di totale indigenza viveva con la moglie.
Jonathan dopo il rituale di benvenuto, li invitò a dividere con lui e la
moglie la modesta cena.
Naturalmente i rabbini, vedendo quanto fosse povero nonostante la
generosità nell’offrire, cercarono di rifiutare.
Jonathan, tuttavia con dolcezza insistette, finchè durante la cena si spinse a
chiedere la ragione della loro visita.
Loro dissero che non erano stati capaci di comprendere il versetto assidico
“La sofferenza è grazia” e volevano sapere se lui potesse chiarirne il
significato, dal momento che le sue cattive condizioni di salute, la perdita
del figlio e di ogni bene, non l’avevano mai privato della gioia di cantare
lodi a Dio.
Jonathan non si fece attendere nella risposta e disse: “Mi dispiace che
abbiate fatto tanta strada ma io non posso aiutarvi.
Avete scelto l’uomo sbagliato a cui fare questa domanda.
“Io non sto soffrendo”.

LA PILLOLA CHE SCOLORA LA VITA

Un gruppo di scienziati e neuropsichiatri canadesi, francesi, americani, tra
cui spicca il nome di Roger Pitmann, di recente ha messo a punto la
cosiddetta pillola dell’oblio, capace, sembrerebbe almeno in parte, di
eliminare ricordi traumatici, come violenze, stupri, orrori di guerra, lutti
insuperabili, amori falliti, e riportare coloro che ne faranno uso “ad
un’esistenza accettabile”.
“L’intento- come scrisse Massimo Fini (2007) – sembrò lodevole, ma
demenziale negli esiti”. Lo conferma proprio l’esperimento stesso fatto sui
topi, i quali, dopo che gli era stata somministrata la pillola dell’oblio,
continuavano a muoversi liberamente in ambienti dove venivano attivate
scariche elettriche come se non accadesse nulla.
I ratti avevano cancellato la prospettiva del pericolo, compromettendo la
loro stessa sopravvivenza.
Il bambino che mette la mano sul fuoco e si brucia, la seconda volta non lo
farà più.
Il ricordo del dolore è un fattore essenziale per sottrarsi alla morte, non
solo della specie umana ma per ogni specie.
Il volerci preservare dall’angoscia con lobotomie chimiche o di altra
natura, non fa nient’altro che rimettere in gioco la nostra sopravvivenza, il
potere di determinare il nostro futuro e la nostra evoluzione spirituale.

SENZA “INFERMITÀ” NON C’È SPIRITUALITÀ

Tutta la nostra cultura si sta sempre di più concentrando nel volere
rimuovere ciò, che i filosofi esistenzialisti, chiamano i nuclei tragici
dell’esistenza: come l’abbandono, la malattia, la vecchiaia, la paura della
morte, il dolore della finitezza.
Ma questo sogno di un’onnipotenza inaccettabile avrà gravi conseguenze.
Anche se siamo soliti percepire ogni dolore come impedimento, non
dobbiamo dimenticare che è nel dolore, nella situazione limite,
nell’esperienza del naufragio, nell’abisso del nulla e della colpa, nel
fallimento che l’uomo incontra se stesso, si realizza e affronta
cambiamenti, e in casi particolari sperimenta l’autotrascendenza.
L’opera del grande tragediografo greco Sofocle, dal titolo Filottete, ci
ricorda i rapporti di connessione inseparabile tra condizione di
vulnerabilità e sviluppo delle capacità conoscitive, “strategiche” e
spirituali della persona.
Filottete, così narra la tragedia, vittima di una malattia mostruosa e
pestifera, viene esiliato dall’isola di Lemno. Ma l’infermo Filottete è anche
possessore di un oggetto potente e pericoloso, l’arco di Eracle, che può
consentire la salvezza dei greci in difficoltà durante la guerra di Troia.
I greci possono ottenere l’arma irresistibile solo a patto di accettare -oggi
si direbbe accogliere ed integrare- il suo mostruoso possessore.
Solo la prospettiva di accettare i nostri limiti –fuori e dentro di noi-, ci
rende capaci di osare prospettive ulteriori.
Si è creativi o “sanamente visionari” quando si smette di resistere e di
sforzarsi di volere essere più forti del dolore e della stessa vita.
Quando L’Ego si contrappone a qualcuno o qualcosa, non si vede più la
vastità, si perde di vista il Sé universale, non si ha più la percezione che
Dio è ovunque, si diventa carenti di epistemologia.
Solo se accettiamo la mancanza senza essere frenetici e reattivi,
diventiamo “visionari”, capaci di trovare, seppur nel dolore, nuove squarci
di luce.
Come afferma Stephen Levine (2006): “Solo quando ci liberiamo della
reazione oppositiva sappiamo sentire le voci che vengono da altre stanze”.
“Solo con la capacità di accogliere e modulare il dolore mentale,
sostengono gli psicoanalisti Bion (1962) Meltzer (1968), Harris (1983) si
sviluppa la possibilità di conoscere e apprendere il nuovo”.
L’intransigenza al dolore ci rende ottusi.
In termini pedagogici si potrebbe affermare che i “viziati” protesi ad
evitare ogni frustrazione diventano “viziosi”, con pochi dardi nella faretra
cognitiva.
L’Ego che si contrappone al dolore come ad un nemico, perde di vista il
mondo delle possibilità.

IL DOLORE PIÙ DOLOROSO È IL DOLORE INASCOLTATO

Il dolore va accettato, ascoltato e quando è possibile condiviso.
“Nulla, scrive Stephen Levine (2006) con poetico folgore, è più naturale
del dolore, nessuna emozione più comune della nostra esperienza
quotidiana, ma se il dolore rimane inascoltato disturberà il sonno ed infesterà i sogni, trasformerà le relazioni umane in un luogo dove
nascondersi anziché aprirsi”.
Non serve voltare le spalle al dolore, volerlo insistentemente eliminare.
Il dolore trascurato, negato, respinto, irrigidisce il corpo e la mente,
diventa insopportabile, totalmente inutile, “insulso”.

Ci sono tanti modi per evitare il dolore, e così intensificarlo: il far finta
di niente, la banalizzazione della realtà, la superficialità apparentemente
giocosa ma mai gioiosa, l’ingordigia o saccheggio ossessivo delle cose, la
contrapposizione rabbiosa, la lamentazione vittimistica.
Il giocarsi la vita nell’insulsa esuberanza o nel rimuginare sulle proprie
sventure parlandone incessantemente, o nel distrarsi con il divertimento
coatto e ridanciano, o nel diventare critici ed oppositivi, o nella dipendenza
da qualcuno o da una sostanza, cibo compreso, potrebbero essere modi per
negare il dolore stesso o nasconderlo.

IL CORAGGIO DELLA RESA

Resistere al dolore è chiudere il cuore e la mente alla visione di ogni
alternativa, intensificando il dolore stesso.
La guerra al dolore crea nuovo dolore.
Si tratta di trovare il coraggio della resa.
Ci vuole coraggio per aprire il cuore anche quando si è nell’inferno,
schiacciati dalla paura di non farcela.
Ma non c’è alternativa!
Il vero coraggio non è reagire al dolore, non è scappare o entrare in guerra,
nè volerlo capire o passivizzari al suo cospetto, ma è aprire il cuore, è
tornare alla vita, lasciandola fluire.
Aprire il cuore al dolore è semplicemente andargli incontro senza
disprezzo.

FERMARE LA GUERRA

“Il fare pace con il dolore” ci rende “compassionevoli”.
Il potere integrare il dolore nel nostro cuore ci consegna all’esperienza
dell’empatia attiva, presenti alla dimensione di una comunanza che non
condanna. Così scrive ancora con incisiva chiarezza Stephen Lèvine: “Meno siamo in
grado di ammorbidirci al dolore, meno riusciremo ad andare incontro a noi
stessi e agli altri con compassione.
Non servono i buoni propositi di pace con gli altri finchè si è intransigenti
con se stessi, in quanto finchè si vuole fare guerra al proprio dolore, finchè
non lo si vuole accettare e condividere, finchè non si vuole accogliere i
suoi insegnamenti, siamo in guerra con l’intero mondo.
La guerra è essere in perenne opposizione.
Guerra significa “questo mi piace e non mi piace”, per tutto il giorno,
istante dopo istante.
La superiorità è guerra, l’inferiorità è guerra. Nel nostro mondo interiore,
come nel mondo esterno, il paradiso e l’inferno si contendono la nostra
approvazione. E il cuore, straziato dalla guerra, implora la pace, un
momento di pace.
Quando noi entriamo con il cuore nella paura, nel dolore e nella rabbia, noi
fermiamo la guerra.”.

FARE PACE CON IL DOLORE

Occorre che impariamo a far fronte al dolore, accettarlo, condividerlo,
evitando di irrigidirci sia in una falsa maschera di forza o di
esuberante goliardia sia di lamentoso vittimismo.
In questa prospettiva Stephen Levine (2006) indica tre passi per
imparare a fare pace con il dolore.
Il primo consiste nell’ ammorbidirsi al dolore, portando l’attenzione a
tutte le sensazioni che si collegano al dolore stesso, la mascella irrigidita,
la durezza dell’addome, la contrazione del respiro, per indurre un processo
di allentamento della tensione nel corpo (il dolore è sempre un processo di
estraniazione dal corpo).
Così suggerisce: “durante il dolore fisico e mentale, lasciate andare la
rigidità che si è impossessata del ventre; mentre il respiro, uno dopo
l’altro, si fa più leggero, ammorbidite la carne, il tessuto muscolare, i
tendini, scoprite la potenza di alleviare, strato dopo strato, ogni zona del
corpo e della mente che richiede pace”.
Il secondo passo si concentra sulla “compassione che guarisce”.
Le sensazioni di dolore nella mente e/o nel corpo ricevono un’accoglienza
morbida anziché avversione, gentilezza anziché rifiuto, benevolenza
anziché ostilità od indifferenza. Il terzo passo è integrare il dolore nel proprio cuore, “coltivando il
perdono e la gratitudine” anche nei confronti di ciò che appare
insopportabile.
Voglio precisare che ammorbidirsi al dolore non significa rinunciare alle
cure palliative.
Secondo determinate necessità va bene il dolore e vanno bene gli
antidolorifici.
Ammorbidirsi al dolore è anche aprirsi ad opposti non contrapposti.
Accogliere il dolore non significa subirlo con rabbiosa resistenza nei suoi
eccessi, né sostare masochisticamente in esso.
In altri termini impara ad ammorbidirti al dolore dando spazio al dolore
stesso senza mai diventare ostile né innamorarti della tua sofferenza.

VIVERE NELLA GIOIA NONOSTANTE IL DOLORE

Scriveva il poeta Gino Zaccaria: “Il vivente é dolore, importante é che il dolore diventi dolore felice”
Accogliere il dolore non significa rinunciare alla gioia.
Affermava Barrie Simmons (1986) “La gioia mi riconcilia con il dolore e
con la morte.
Nella misura in cui ho vissuto posso permettermi di morire.
Se considero la mia vita insufficiente, scialba, sfortunata, non voglio
lasciarla, insisto a vivere di più, per avere più occasioni, più opportunità,
più risarcimenti. Se posso vivere la vita con pienezza, con gioia e pace
(nonostante il dolore), posso separarmi serenamente e con soddisfazione,
con gratitudine posso consegnarmi alla morte”.

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE

La grande paura dell’enneatipo sette è di non saper far fronte al dolore. Da
qui la sua solerte tendenza -quasi compulsiva- a vivere in un piacere,
libero da ogni sofferenza, inquietudine e tristezza.
Ma senza dolore si corre disordinatamente sulla superficie delle cose.
Finchè non ci addestriamo a vivere anche il dolore con gioia, la vita rischia
di rimanere piatta ed insulsa, senza profondità e densità.
Chi persegue una via spirituale sa che anche quando le cose vanno male di
fatto vanno bene, perché ogni circostanza è l’occasione per imparare
qualche cosa. Nell’esuberanza maniacale che ci distanzia dal dolore non c’è evoluzione.
Nella prospettiva del superamento di un edonismo eccessivo che vorrebbe
eludere il dolore occorre che l’enneatipo sette impari la virtù della
sobrietà.
L’inebriarsi di piacere non porta nulla di buono.
Il suo mito ce lo insegna.
Dioniso, dio del vino e dell’ebbrezza, ultimo figlio di Zeus (padre che
domina l’Olimpo e per questo forse troppo assente) e di una madre
mortale, vorrebbe vivere senza limiti, vorrebbe con esisti infausti rimanere
l’eterno fanciullo proteso senza controllo e disciplina nella continua
ricerca della sfrenatezza dell’orgia.

Uscire dalla com-pulsione dionisiaca significa praticare con
“moderazione” la sobrietà. Per fare ciò non serve imporsi chissà quali
restrizioni, ma serve cominciare a sperimentare i piaceri delle “piccole
cose”: gustare un bicchier d’acqua, assaporare un cibo, contemplare il
cielo, fare una piccola passeggiata -freddo o caldo che sia-.
Non si deve partire da forme di autorestrizione eccessiva.
Si tratta di “provare un’intima soddisfazione in quello che si fa (o
semplicemente accade) senza respingere il dolore”.
Non c’è bisogno di saziarsi se sappiamo vivere la gioia e la
contemplazione della bellezza ovunque, nonostante le difficoltà che
incombono.
La gioia non “corrisponde” al piacere.
C’è una differenza tra gioia e piacere.
Mentre il piacere è connesso con la gratificazione immediata dei sensi, la
gioia è un atteggiamento, una visione che mantenuta sa realizzare
profondamente se stessi e dare un senso alla propria vita.
Il piacere reclama appagamento.
La gioia è possibile anche in uno stato di privazione e dolore.
La gioia è sempre presente anche nel nostro prosaico quotidiano, anche nei
momenti difficili.
Nella gioia soddisfiamo il desiderio della pienezza e non della mancanza.
Se sei un enneatipo sette, quindi di tanto in tanto chiediti: “Posso essere
felice anche se non accade nulla di straordinario, anche se non mi concedo
cene pantagrueliche, anche se non vado in vacanza in chissà quali paradisi,
anche se mi trovo in difficoltà, consapevole che dietro ogni disagio e
dolore si nasconde Dio?”
Una antica storiella cinese racconta: “Una madre, attanagliata dal dolore
per la morte del figlio, andò da un saggio, per chiedergli di ridarle la
felicità. Il saggio rispose che lo avrebbe fatto dopo che lei le avesse portato
un seme di senape da ogni casa dove non c’era mai stata sofferenza. Andò
a visitare molte case e in ognuna trovò molti drammi, che ascoltò con
profonda compassione. Tornò dal saggio guarita dalla propria sofferenza.”.

Programma seminario del 27 e 28 Luglio 2019
LE LEGGI UNIVERSALI
Vivere in armonia e nella gioia con i principi del Tao
Un incontro tra psicologia spirituale occidentale ed orientale

Sabato 27 LUGLIO 2019
Ore 9.30 – 12.30
La legge dello specchio La legge causa effetto
Laboratori di evoluzione personale
Titoli dei laboratori
“La fame del cuore”
“Coltivare la gratitudine”
Ore 15.00 – 18.00
La legge delle polarità La legge dell’attrazione
Laboratori di evoluzione personale
Titoli dei laboratori
“Cambiare le proprie convinzioni limitanti in potenzianti”
“Comprendere i propri conflitti interiori per risolvere il conflitti esteriori”
“L’arte del lasciare andare e del fare accadere”

Domenica 28 LUGLIO 2019
Ore 9.30 – 12.30
La legge dell’amore La legge dell’equilibrio
Laboratorio di evoluzione personale
Titoli dei laboratori
“Guarire il proprio bambino interiore”
“Pratiche di Tonglen”
“Lavorare sull’ombra”

seminario del 13/04/2019 L’ ALTERITA’ COME SPECCHIO

L’ALTERITÀ COME SPECCHIO

Post di presentazione del seminario del 13 Aprile 2019 di Franco Nanetti

Quando l’altro provoca in te reazioni emotive molto intense è probabile che, in positivo o negativo, rispecchi tue parti interne che attendono di essere esaminate, accolte, integrate, trasformate. La proiezione di nostre parti “ombra” è sempre presente nella nostra vita di relazione. Quando l’altro provoca in te viscerale disapprovazione è probabile che ciò che rigetti del tuo interlocutore rappresenti un tuo difetto che cerchi di occultare; quando invece l’altro provoca in te ammirazione o invidia è probabile che egli rappresenti una tua risorsa che non valorizzi abbastanza. Ad esempio, supponiamo che una persona provochi in te fastidio per il suo esibizionismo. Potresti di primo acchito pensare che, essendo tu timido e riservato, il suo esibizionismo non ti riguardi. Ma in realtà, se invece ti soffermi ad una più attenta esplorazione di te stesso, potresti renderti conto che l’esibizionismo dell’altro al livello inconscio rappresento il tuo esibizionismo rimosso, negato o abiurato. Destituendo la tendenza a giudicare in termini separativi potrai renderti conto che fra te e l’altro vi sono più somiglianze che differenze, che ogni nemico può essere anche un mentore, e che se sarai capace di fermarti ad un osservazione attenta delle reazioni emotive che provi in relazione dell’alterità, per te sarà molto facile accettare le tue parti ombra, integrarle, migliorarti.

Franco Nanetti
Professore di ruolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, Direttore e Coordinatore didattico di II livello in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino. Saggista e formatore. Autore di libri pubblicati con case editrici di fama nazionale ed internazionale. Da tempo i suoi studi si sono focalizzati sull’approfondimento di tematiche inerenti un’integrazione tra psicologia e spiritualità, nella ricerca di una comprensione degli stati evolutivi della coscienza e di percorsi di guarigione profonda.

SUPERARE LA PAURA DELLA PAURA

articolo  di Franco Nanetti sul tema del seminario  del 26-27 gennaio 2019

SUPERARE
LA PAURA  DELLA PAURA

  Si narra che nel periodo della
“conquista” un gruppo di guerrieri Laika -detti Samurai delle Americhe- erano
molto temuti dagli spagnoli, perché secondo la leggenda dei tempi, era
impossibile ucciderli, tanto che quando un conquistatore faceva fuoco su di
loro a distanza ravvicinata, la pallottola non riusciva a colpire il
bersaglio.  Ma da che cosa dipendeva
questa loro “invulnerabilità”? Sempre secondo la leggenda dei tempi si narra
che i Laika non odiavano i loro nemici. Anzi in ogni circostanza, nonostante la
guerra, gli rendevano onore. Si pensi che quando un conquistatore veniva percepito
come degno di  stima, i Laika spargevano
un po’ di sangue sulla terra, sapendo che un giorno si sarebbero trovati a
condividere le loro storie attorno ad un falò. Inoltre sempre secondo la
leggenda dei tempi si narra che i Laika agivano senza la paura della morte e
senza nessuna sete di dominio.

 LA PAURA OSTACOLA LA REALIZZAZIONE DEI
NOSTRI DESIDERI
 

Se siamo soggiogati dalla paura, rimaniamo congelati nella
ripetitività. La paura vanifica la legge dell’attrazione impedendoci di dare plasmata
realtà ai nostri desideri. Secondo la legge dell’attrazione noi diventiamo ciò che la mente
immagina e il “cuore sente”. Se la persona che desidera qualcosa rimane costantemente focalizzata
sulla paura, è la cosa indesiderata che si manifesta, ossia l’oggetto della
paura. Se, ad esempio, “desidero una relazione dove essere profondamente amato,
ma per effetto di convinzioni limitanti, temo di venire rifiutato”, la mia paura attrae il rifiuto.

Per questo Cesare Pavese nel suo “Diario”, scriveva (1948): “La cosa segretamente temuta accade sempre” Se rimaniamo inconsapevolmente concentrati sulla paura, anziché attrarre ciò che desideriamo, attraiamo ciò che temiamo. Quando  ci  pieghiamo  alla  paura  di  non  farcela  e  ai  “non  posso”,  alla tendenza a criticarci incessantemente, ci allontaniamo dal nostro stato di integrità e dalla possibilità di fare accadere ciò che desideriamo. Se la paura sta sempre sulla scena, i nostri propositi “dichiarati”non possono realizzarsi, ossia la legge dell’attrazione non funziona. 

AGIRE
NONOSTANTE LA PAURA
 

Non serve evitare la paura e neppure condannarla  contrastarla, ragionarci e parlarci sopra ad
oltranza. Ciò non fa altro che intensificarla. 
Serve invece rimanere concentrati sullo scopo che vorremmo realizzare e
agire nonostante la paura. Così, quasi a nostra insaputa, la paura si dissolve.

Racconta Joe Hymans nello “Zen e le arti marziali”: “Quando ero ragazzo
e vivevo in Corea ero terrorizzato all’idea di incontrare una di quelle feroci
tigri che vivevano in quei paraggi. Durante il mio primo periodo di addestramento alle arti marziali, il
mio maestro che era a conoscenza della mia paura, mi raccomandò di meditare
visualizzando me stesso in combattimento con una tigre. Fu così che comincia a visitare lo zoo di Seul per studiare le tigri
che vi erano imprigionate e familiarizzare con le loro abitudini e i loro
movimenti. Con il passar del tempo mi resi conto che anche una tigre ha dei punti
deboli: le sue fauci non hanno una mobilità assoluta, inoltre per fare a pezzi
una preda debbono basarsi sulla forza delle proprie zampe. Iniziai ad elaborare
alcune strategie  per i miei
combattimenti immaginari con la tigre, in modo da sfruttare i suoi punti
deboli. Ben presto comincia a vincere qualche schermaglia e la mia paura delle
tigri cominciò a scomparire”. La narrazione di Joe Hymans ci dice che impedendoci di
agire alimentiamo la paura.

Per questo Seneca affermava:

Non si osa perché si ha paura, si ha paura perché non si osa”.

Franco Nanetti