ARTICOLI DI FRANCO NANETTI

PSICOSOMATICA 2018 – La malattia come “inciampo” iniziatico

RI-NASCERE

Nella vita si nasce sempre (almeno) due volte . La malattia come “inciampo” iniziatico

© Copyright “Clinica esistenziale”

(contributo liberamente tratto dai saggi di Franco Nanetti dai titoli: “Psicosomatica spirituale”, Pendragon, Bologna, 2016 e “Dialoghi tra psiche e soma”, Magi, Roma, 2010)

Franco Nanetti

“I malati sono simili ai poveri e ai reietti. Hanno una via speciale al Regno di Dio (…). La malattia è uno stimolo alla coscienza, è un’iniziazione.Alcune malattie rendono evidente un’infermità del cuore o un arresto emozionale. Altre rivelano un’insufficienza di spiritualità e di senso.Guarire non è semplicemente eliminare la malattia, ma un risvegliare”.Thomas Moore (filosofo, teologo, psicoterapeuta) –Edizione Moretti&Vitali, Bergamo, 2011 Carl Gustav Jung all’inizio del 1944, all’età di 69 anni, allorchè fu chiamato ad una docenza di Psicologia medica presso l’Università di Basilea, fu colto da un infarto cardiaco e da stati regressivi con deliri e visioni, che sconvolsero la sua esistenza.

Nella sua autobiografia Jung indica come la malattia rappresentò per lui non solo un messaggio di autoterapia (Dieter Beck, PGreco, 2012) ma il ritrovamento di sé e di una nuova fase creativa della sua vita. Così scrive: “Dopo la malattia iniziò per me un fruttuoso periodo di lavoro. Molte delle mie opere sono nate solo dopo quell’evento (…). La consapevolezza della finitezza di tutte le cose, mi dette il coraggio per nuove formulazioni. Non cercai più di imporre la mia opinione, ma imparai ad affidarmi al flusso dei pensieri. La malattia fu un sì all’essere, un sì incondizionato a ciò che è, all’esistenza, senza obiezioni. Fu un modo di accettare il mio vero essere e la mia incompletezza (…).

Solo dopo la malattia compresi l’importanza di accettare il proprio destino e la sconfitta”.

Come si evince dalla coinvolgente testimonianza, Carl Gustav Jung coglie nella malattia una nuova sfida alla paura della morte, l’inizio di un autentico ritrovamento del proprio vero Sé, un protendersi del percorso individuativo. Un recente “inciampo”, che ancora mi costringe ad una prolungata convalescenza, ha cambiato le mie abitudini di vita. Un “inciampo” che, mettendo in scacco la mia ostinata volontà di impegnarmi strenuamente nel mio lavoro, mi ha sollecitato a ri-pensare la malattia, il mio essere malato, come una sorta di “rito iniziatico”.

Come riferisco nella mia relazione di apertura ai lavori del Convegno Internazionale sulla Psicosomatica Olistica di Rimini, ci sono “malattie che anche se non muori lasciano morire qualcosa di te”, perchè “dopo certe prove che mettono in luce la tua vulnerabilità, dovrai fare i conti con il fatto che non potrai più fare tutto e che dovrai cambiare vita”.

L’infartuato, infatti, se vuole continuare a vivere non potrà più fumare, anche se pigro dovrà fare qualche passeggiata, anche se amante di dolcetti fuori pasto e di cene luculliane non potrà più concedersi insulse abbuffate, “ormai convinto che un piatto di verdure è più appetitoso di una portata di piccanti salumi”.

Come riferisce uno dei più famosi psicosomatisti del nostro tempo Rudiger Dahlke (i suoi studi sul “simbolismo corporeo” sono stati per me fonte di ispirazione di molti miei saggi), la malattia è una vicenda iniziatica: tanto che “talora basta una banale angioplastica perchè imprenditori iperstressati smettano di fare quello che fanno per dedicarsi ai teneri sentimenti per la famiglia”.

Il paziente coronarico sovente, dopo un infarto o un intervento al cuore anche se non sta malissimo, si trova a scoprire una nuova vita.

Ovviamente quando ci riesce.

Ma a questo punto per comprendere meglio il significato di questa potenziale svolta, traccio a titolo esemplificativo le caratteristiche del paziente con predisposizione all’infarto (ved. Franco Nanetti “Psicosomatica spirituale”, 2007).

Secondo le ricerche di Friedman e Rosenman (1966), Dahlke, Dransart, Nanetti 1996-2002-2017) il paziente “coronarico” è “meticoloso, potenzialmente depresso, collerico, ostile, autoritario, perfezionista, spinto da una strenua motivazione al conseguimento del successo, competitivo con persistente attivazione adrenergica ed eccessivo controllo ambientale, impaziente verso i propri interlocutori, con una disposizione cronica ad un senso di urgenza (speed and impatience)”.

Dunbar (1984), Deleage, Mayand (1986), Ziegler (1986) sono approdati ad una fenomenologia del paziente coronopatico, così descrivendolo: “un soggetto che lavora e lotta con fermezza e perseveranza (…), che tende al successo ed al pieno raggiungimento degli scopi prefigurati (…), che nel suo bisogno di eccellere e comandare spesso si trova ad ignorare la condizione di affaticamento (…), che tende a risolvere problemi con la lotta anziché con la diplomazia”.

Nella molteplicità dei disturbi cardiaci, così ampiamente documentata nel saggio di Rudiger Dahlke “Problemi di cuore”, (Tecniche Nuove, Milano, 2002), spesso si assiste ad una configurazione esistenziale del tutto particolare del cardiopatico a rischio di infarto corrispondente a quella sopra segnalata, configurazione caratterizzata da “una vita eccessivamente dura, rigida, anancastica, troppo disciplinata, segnata da troppe coercizioni, una vita dove l’amore autentico e i sentimenti, per un difetto di emotività, sono sovente stati esiliati” (H-E.Richter, 1969, R. Dahlke 1990, F. Nanetti, 2012).

Secondo Rudiger Dahlke (2002), infatti: “Le alterazioni del ritmo cardiaco e la tachicardia in particolare, rappresentano simbolicamente le emozioni soffocate o dimenticate che reclamano più attenzione”.

Il cuore, secondo Dahlke (1990), “impazzisce perché vuole costringere colui che ha problemi di cuore ad occuparsi delle proprie emozioni”.

Secondo la medicina psicosomatica orientata allo studio della personalità di tipo A, “quando il cuore si ammala la dimensione frenetica e incalzante dell’esserci segnala una minore capacità di vivere nella passione e nella gioia”.

Rudiger Dhalke nel bellissimo saggio di “Herz(ens)-Probleme”, Droemersche, Munchen, (1990-2002), dopo numerose ricerche, pone l’ipotesi che il “cuore spezzato” rappresenti un “problema di solitudine mai affrontato, una mancanza di compagnia ed isolamento sociale subita per troppo tempo (che talora coincide con la morte di una persona cara), una condizione esistenziale di vergogna di sé che sovente è stata compensata da un attivismo sfrenato”.

L’espressione “infarto” nella sua progenie etimologica, deriva da “infarcire”, che significa “mettere dentro”.

Il soggetto personalità A, nel corso del tempo si prodiga su tutti i fronti, diventa efficientissimo, un drogato del lavoro (workaholic), un doverista che deve fare tutto nel più breve tempo possibile (senso cronico di urgenza). Ciò lo porta spesso a chiudersi progressivamente agli altri, all’amicizia, alla tenerezza. Le arterie “chiuse” che si induriscono possono, secondo Dhalke, in termini simbolici rappresentare proprio questo fondamentale modo di essere.

Per questo sovente la guarigione prevede una svolta metanoica, un cambiamento di vita, per questo che dopo un infarto colui che si ritrova con un cuore a limitata funzione di deiezione, deve imparare non solo a prendersi cura di sé e a rallentare, ma anche, cosciente della propria debolezza e vulnerabilità, a praticare la sobrietà.

L’infartuato non potendo continuare a pensare che “sia possibile fare tutto”, nella consapevolezza che la morte incombe, dovrà chiedersi “Che cosa mi rimane da fare? Quali sono le cose essenziali su cui è arrivato il momento di concentrarmi? Ormai consapevole che l’iperattivismo è deleterio e che il bisogno di riconoscimenti non potrà mai compensare il desiderio di amare ed essere amato, dovrà chiedersi “Posso gioire delle piccole cose”.

In questo affidarsi alla vita senza volerla controllare il cardiopatico si rende conto (o almeno si dovrebbe rendere conto) che è arrivato il momento di sottomettersi ad una volontà superiore senza più illudersi di potere ottenere tutto quello che desidera.

Credo che il contributo di ricerca clinica di Rugider Dhalke sulla “cura” del “cuore” e delle sue vicissitudini, sia quanto di più avvincente possa essere detto sull’amore come perfettibile equilibrio tra il dare e il ricevere.

 

 NEUROSCRIPTING

 NEUROSCRIPTING © Copyright “Clinica esistenziale”

Cambiare con le neuroscienze applicate e la fisica quantistica
(contributo liberamente tratto dai saggi di Franco Nanetti dai titoli: “La mente che cura” e “Empatia transpersonale”, Pendragon, Bologna)

“LA MENTE SOTTO LA VOLTA CELESTE”
Secondo il “principio dell’indeterminazione” di Werner Karl Heizenberg (1927) “L’oggetto osservato non può più essere disgiunto dal soggetto osservante”.

Sulla base di tale principio, l’osservazione del fenomeno modifica il fenomeno stesso.

Infatti, secondo le ricerche di Heizenberg, è impossibile predire in modo esatto la posizione di una particella subatomica sulla base di una osservazione empirica, poiché lo sguardo dell’osservatore ne determina uno spostamento, mentre é possibile individuare il suo stato presente e la sua specifica posizione solo se si procede attraverso una valutazione di tipo predittivo-probabilistico.

Il fatto che diventi scientificamente dimostrato che la semplice osservazione di un fenomeno lo modifica e che la sua conoscenza reale può solo basarsi su calcoli previsionali, è un qualcosa di sconcertante. Sapere che la verità non è più conoscibile attraverso l’osservazione dell’oggetto, ma che essa può essere perseguita solo attraverso un processo di “rielaborazione interna del soggetto osservante” è qualcosa di assolutamente rivoluzionario.

Ciò potrebbe in qualche modo farci capire perchè i dati della ricerca della cura Di Bella dei tumori, presentati dal suo ideatore, erano confortanti, mentre i dati scaturiti dalla ricerca condotta da altri oncologi che usavano le medesime procedure davano risultati opposti.

La ragione sta nel fatto che, secondo il principio dell’indeterminazione, le aspettative di chi esegue la ricerca determina un diverso esito della ricerca stessa.

Il fatto che l’osservatore crea la realtà è stato sostenuto anche agli inizi del secolo scorso, dall’esperimento sulla “doppia fenditura”.

Nel 1909 il fisico britannico Geoffrey Ingram Taylor svolge la seguente ricerca. Nella prima fase viene lanciata una particella quantica, attraverso un acceleratore, in un condotto affinchè possa raggiungere un determinato punto attraversando una fessura insita in una barriera. In questa prima fase la particella arriva al punto a cui è destinata passando attraverso la fenditura.

Nel seconda fase dell’esperimento vengono inserite nel piano barriera due fenditure.

La particella in prossimità della barriera non sceglie di passare in una delle due, ma si trasforma in un’onda energetica che simultaneamente attraversa entrambe le fenditure, per poi raggiungere il punto designato per ritornare corpuscolo, ossia per ritornare nella forma in cui era partito.

Secondo le leggi della fisica classica ciò non sarebbe potuto accadere.

La particella per poter passare in entrambe le fenditure si trasforma da corpuscolo in onda di luce.

Ma dal momento che la particella non sapeva nulla in merito, l’ipotesi è che ciò dipenda dalla mente dell’osservatore, l’unico realmente ad avere l’aspettativa che la particella “non cosciente” passi attraverso entrambe le fenditure.

Ancora una volta con questo esperimento si dimostra che a causare i fenomeni di cambiamento della materia o del precipitarsi delle onde di luce in corpuscoli e viceversa sia l’osservatore con i suoi pensieri e con le sue aspettative.

In altri termini è l’osservatore che osservando trasforma il corpuscolo in onda di luce.

 

Secondo la fisica quantistica il mondo subatomico non può essere osservato senza alterarlo.

Il fatto che la luce sia un onda di energia se non la osserviamo o una particella di materia fisica se la osserviamo dipende da su che cosa noi ci focalizziamo. Se non ci focalizziamo sull’entità subatomica è solo un onda che fluttua liberamente, ma se ci concentriamo su di essa e la osserviamo, si solidifica su una particella di materia fisica. Poiché ogni atomo di questo mondo è costituito da entità subatomiche che si comportano in questo modo, tutto ciò riveste delle fondamentali implicazioni nella nostra vita.

LA MENTE NEL CORPO

“Da recenti ricerche (C. Pert, R. Ruff, E. Mezey, j. Wurtman, R. Roy, D. Chopra 2006-2017) si è potuto accertare che non solo il cervello influenza le nostre cellule, ma anche le cellule influenzano il nostro cervello, dimostrando che noi pensiamo con il corpo, come se questo fosse una parte integrante del nostro cervello.

Il nostro pensiero contagia ed è contagiato da tutto ciò che accade nel corpo e “oltre il corpo” (entanglement quantistico).

Si pensi alla presenza dei recettori depositati sulle membrane cellulari.

Nei primi anni settanta Candace Pert (2008) scrisse un libro “Molecole delle emozioni” che poneva l’intento di dimostrare come la vita di ogni cellula è determinata dal tipo di recettori presenti sulla sua superficie e come questi avessero specifiche correlazioni con sostanze chimiche o speciali ligandi. Abbiamo tre tipi di ligandi: i neurotrasmettitori, gli steroidi, i peptidi.

Questi ultimi, ossia i peptidi, sono costituiti da molecole che forniscono informazioni e che mettono in comunicazione numerosi sistemi: endocrino, neurologico, gastrointestinale, immunitario.

I peptidi seguono il seguente percorso: dopo che sono stati prodotti nell’ipotalamo -ghiandola che influenza le emozioni che proviamo- vengono convogliati verso la ghiandola pituitaria, per poi entrare nel circuito ematico ed agganciarsi alle cellule, creando fenomeni fisiologici infinitesimali volti a regolare i processi vitali delle cellule stesse e lo stato dell’umore.

Joe Dispenza (2014) afferma che non necessariamente una cellula è un clone della precedente, in quanto essa può contenere più recettori del peptide a cui si è legato. In altri termini se la cellula ha ricevuto peptidi prodotti dalla depressione, la nuova cellula che si costituirà a partire dalla precedente, avrà più recettori della depressione, diventando così incapace di ricevere peptidi positivi, ad esempio quelli forgiati dalla gioia.

Dal momento che i recettori della membrana cellulare sono sia destinati a ricevere messaggi che vengono prodotti a livello cerebrale che a inviare messaggi per la produzione di peptidi, si comprende pienamente che il nostro corpo è costantemente influenzato da ciò che sentiamo e pensiamo, e viceversa. Infatti l’aspetto più sconvolgente sta nel fatto che allorchè la mente produce uno stato d’animo, il corpo tende a perpetrarlo.

“Un’ora di depressione, scrive Cadace Pert, produce un numero elevatissimo di recettori che inviano attraverso determinati peptidi messaggi al mesencefalo di natura depressiva.

In altre parole il melanconico grave è colui che per un periodo molto lungo si è trovato costretto a vivere la depressione nel corpo, tanto che nel corso del tempo le spalle si sono abbassate, i muscoli hanno perso tonicità, lo sguardo si è proiettato verso il basso, la mimica si è bloccata, la pelle ha perso colore ed elasticità, le membrane cellulari hanno assimilato abbondantemente ligandi depressivi. Ciò spiegherebbe perché se ci lasciamo inquinare dalla depressione è così difficile uscirne”. Possiamo comprendere che se le cellule sono generate in base a ciò che pensiamo e sentiamo, è importante che siamo consapevoli di poter regolare i nostri pensieri e i nostri stati emotivi.

Scrive Chris Prentiss (2008): “Se per un’ora siete depressi, avete prodotto circa 18 miliardi di nuove cellule con un numero superiore di recettori che attirano peptidi depressi, e un numero inferiore di quelli che chiamano in azione peptidi positivi. E’ come se trilioni e trilioni di recettori si portassero le mani a coppa attorno alla bocca, urlando: “Mandateci più depressione!”.

In altri termini se i pensieri tetri e negativi influenzeranno il corpo affinchè si abitui con più facilità a provare tristezza anziché gioia, a sua volta in una sorta di spirale viziosa sarà il corpo a ri-generare pensieri “tetri-negativi”, rendendo il soggetto sempre più dipendente dallo stato melanconico.

Vale a dire che se non abbiamo un adeguato controllo della nostra mente inconscia, possiamo intossicarci dei nostri stati emotivi negativi, sviluppando una dipendenza verso di essi. In altri termini, se il nostro atteggiamento mentale è orientato alla svalutazione, diventeremo voraci di stati depressivi, mentre se in qualche modo sapremo, valorizzandoci, renderci felici, inevitabilmente il nostro corpo imparerà la gioia. Questo vale anche per altre emozioni. Si pensi nel medesimo modo alla rabbia. La rabbia produce adrenalina, ma più siamo dipendenti dall’adrenalina più tendiamo a “confliggere” con chiunque.

Tra biologia e psicologia vi è un processo di circolarità ricorsiva.

Ciò non significa reprimere la rabbia, ma imparare a modularla secondo le nostre necessità o scopi che vogliamo raggiungere.

Il sapere che noi pensiamo con tutto il corpo è nello stesso tempo una brutta notizia e una buona notizia; brutta per il fatto di sapere quanto siamo dipendenti dalle nostre emozioni, buona nel sapere che noi abbiamo la possibilità di creare un asse mente-corpo capace di essere più sensibile alla felicità e sfuggire alla sudditanza delle nostre emozioni negative. 

SEMINARIO DI NEUROSCRIPTING DEL 28 LUGLIO 2018

Porto addosso le ferite delle battaglie che ho evitato
Pessoa

Il Neuroscripting © è un metodo di training mentale, centrato sulla “presenza nell’adesso” e sull’agire emozionalmente il cambiamento, ideato con l’intento, da un lato di “re-interpretare a partire dall’ “Stato dell’Io Adulto” in accordo con il proprio “Stato dell’Io Bambino naturale” (E. Berne, 1960), emotional schemata che ancora sono fonte di sofferenza e ci fanno percepire impotenti, e dall’altro di stabilizzare nel corpo, e quindi nell’ “inconscio progressivo”, convinzioni potenzianti di natura evolutiva, riferendosi ai principi della medicina quantistica e della neuroplasticità cerebrale, e alla pratica della trasmutazione emozionale, del nud gin e della “sperimentazione dell’inusuale” (F. Nanetti, 2002, 2006, 2017).

PROGRAMMA DEL SEMINARIO:

-identificazione delle reazioni emotive parassitarie e l’assunzione di comportamenti funzionali e adeguati al raggiungimento degli scopi

-dalla “reazione” paleocorticale alla “risposta” neocorticale

-praticare la meditazione e la disidentificazione: la “consapevolezza della presenza”

-cambiare i pensieri automatici di natura copionica in pensieri che sollecitano nuove risposte emotive e comportamentali

-agire in modo consapevole: “cambiare l’abitudine di essere se stessi”

-intraprendere un percorso di elevazione spirituale: praticare la congruenza, l’autenticità, la compassione, la gratitudine, la gioia, il perdono incondizionato.

© metodo ideato da Franco Nanetti che verrà presentato il 28 Luglio 2018 presso l Hotel Savoy viale della Repubblica 22 a Pesaro  per info 0721 30783 

ARTICOLI DI FRANCO NANETTI

lavorare con le emozioni  articolo del 31/03/2016

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RIPROGRAMMARE LA MENTE INCONSCIA

FRANCO NANETTI

Strutturato e destrutturato, ordine e disordine sono i poli di un continuum entro i quali si snoda l’esperienza del cambiamento, esperienza che esige un abbandonare ciò che é stabile ed omogeneo, per incontrare attraverso la pratica dell’intersoggettività una visione di una realtà di sé sempre più ricca, sfaccettata e complessa.

Il cambiamento è pratica della “permanenza” e dell’ “impermanenza”, della “consapevolezza” e della “libertà”.

Nella “consapevolezza” è possibile intravedere le istanze copioniche che di solito in modo occulto orientano il nostro destino, nella “libertà”, alla luce di una visione etica ed eudaimonica dell’esistenza, si ri-decide il proprio copione e si assume la vita non più come dato ma come compito responsabilmente assunto. Entrambe le possibilità esigono un duplice impegno: da un lato quello di osservare il dialogo interno prevalentemente iscritto nell’inconscio e costantemente connesso con la coazione a ripetere, dall’altro quello, attraverso la mediazione corporea e la stretta compartecipazione delle aree corticali, mesencefaliche e del cervelletto, di riprogrammare la mente inconscia in modo che avvenga un radicale e più stabile cambiamento del nostro modo di essere.

Il vero cambiamento non è un catapultarsi verso repentini adattamenti al fine di fuggire da ogni disagio, ma un cambiare rotta, un trovare un diverso orientamento di vita, non è –come direbbe de Mello- “un riparare giocattoli, ma un cambiare gioco”, non è andare verso compromessi frettolosi e rassicuranti, ma è un lasciare andare ogni forma di simbiosi protettiva dove aleggia la menzogna, per ritrovarsi sempre più capaci di proclamare se stessi nella congruenza, autenticità, libertà.

Tutto ciò non può che avvenire attraverso un re-impossessarsi pienamente del proprio potere, attraverso il cambiamento delle convinzioni limitanti in potenzianti.

Tale cambiamento profondo chiama in causa sia la mente che il corpo, sia un processo top-down che inizia nella corteccia e coinvolge il pensiero e il ragionamento al fine di modulare e regolare i livelli inferiori, sia un processo bottom-up che inizia a livello sensoriale, motorio e affettivo con la possibilità in termini sincronici di influenzare le attività di pensiero e le convinzioni.

I modelli terapeutici tradizionali si basano sull’idea che il cambiamento debba avvenire attraverso un processo di espressione e ri-formulazione narrativa, dove, nella direzione top-down, si ipotizza che il mutamento delle cognizioni e dei sistemi di valutazione possano indurre la persona a fare cambiamenti nella scelta di nuovi modi di agire e reagire.

Da numerose esperienze ho potuto approdare che spesso tali modalità di intervento risultano inefficaci, finchè non si promuove un cambiamento che inizia dal corpo.

Ovviamente non si tratta di privilegiare uno metodo sull’altro.

Sia il metodo bottom-up che top down hanno una loro funzionalità. Attraverso la parola è giusto esplorare credenze ed affetti, ma è altrettanto importante porre l’attenzione sulle sensazioni, i movimenti spontanei, gli aspetti immaginativi connessi, per valutare come attraverso il corpo sia possibile cambiare il proprio modo di pensare.

Laborit potè dimostrare che il “sistema di inibizione dell’azione destinato a bloccare la risposta emozionale”, conduceva il paziente ad un senso di impotenza appreso al quale si associava un processo automatico di svalutazione di sé, che non veniva perturbato anche quando il soggetto faceva esperienza di risultati positivi.

In altri termini il soggetto poteva accostarsi ad un senso positivo di sé, allorchè le emozioni potevano rifluire nel corpo, ossia cambiava la postura e la voce, e vi era un’attivazione del tono energetico.

Ciò è spiegato in modo emblematico nell’opera dei Goulding, allorchè questi dimostrano che nessuna ri-decisione copionica può avvenire senza il sostegno del Bambino Naturale.

In altri termini se vogliamo superare il senso di umiliazione e di inferiorità, si deve intervenire sia a livello delle convinzioni limitanti trasformandole in potenzianti, sia di come il corpo reagisce, diventando consapevoli di come la spina dorsale tende a collassare, per rimaneggiare –se necessario- quegli schemi senso-motori che stanno alla base del processo svalutativo.

Ciò può avvenire sia attraverso il corpo, sia attraverso la sperimentazione dell’inusuale, sia attraverso la trasmutazione emozionale, ossia il cambiamento intenzionale delle emozioni, transitando verso emozioni del Sé superiore. Il lavoro quindi da un lato si orienta al perturbare ciò che abitualmente accade nel corpo (ad esempio, alzare il volume della voce per uscire dalla depressione ed esprimere la rabbia), dall’altro a livello di dialogo interno nel mettere in atto un’assidua confutazione dei pensieri automatici che provocano reazioni emozionali o comportamentali disfunzionali al raggiungimento degli scopi.

Il seminario attraverso i contributi sia del cognitivismo che della psicoanalisi ad orientamento costruttivista, sia della fisica quantistica che della PNEI e della PNL umanistico-esistenziale, intende avviare processi di conversione profonda idonei a dare spazio a quel destino desiderato, ma purtroppo troppe volte bloccato in un passato sterile e ripetitivo.

(contributo in parte tratto con successive rielaborazioni dal mio saggio dal titolo “Riti psichici”, Pendragon, Bologna)