3-ETERNARE IL DESIDERIO ESPRIMERE LE EMOZIONI SENZA REPRIMERLE E SENZA SCARICARLE SULL’ALTRO

ETERNARE IL DESIDERIO ESPRIMERE LE EMOZIONI SENZA REPRIMERLE E SENZA SCARICARLE SULL’ALTRO © Copyright “Clinica esistenziale”(contributo liberamente tratto dai saggi di Franco Nanetti dai titoli: “La mente che cura” e “Empatia transpersonale”, Pendragon, Bologna) Franco Nanetti

“L’amore – scriveva il filosofo e teologo danese Soren Kierkegaad – è per l’istante e per l’eternità”; ma a un patto “che non si rinunci mai all’esperienza dell’autentica intimità”.
Tale esperienza comporta un potere esprimere e condividere le emozioni. Se in ripetute circostanze nella vita di coppia per paura di perdere l’altro, ad esempio, si evita di esprimere la rabbia reprimendola o scaricandola con modalità barbare, il desiderio si spegne.
Un’interessante ricerca condotta all’Università di Seattle (2002) rivela come in alcune coppie si possa arrivare “reprimendo la rabbia” alla perdita del desiderio sessuale, al silenzio astinente, all’insofferenza pungente e litigiosa.
Il gruppo di ricerca ha evidenziato come partner sposati che si sono offerti per essere indagati dal “microscopio emotivo” mentre conversavano, vivessero con disagio la relazione quando uno di loro manifestava una “rabbia distaccata”.
Quando, infatti, nei videofilmati emergeva che uno dei due partner a livello di mimica facciale nascondeva la rabbia, l’altro immediatamente in termini complementari diventava rissoso. Ciò provocando con il passar del tempo un affogamento affettivo che impediva ai partner di dialogare costruttivamente.
Le modalità di nascondimento della rabbia sono diverse: gesti di impercettibile insofferenza – come alzare gli occhi al cielo – , il dare consigli non richiesti, il non “mentalizzare” i bisogni dell’altro disattendendo le sue aspettative, un criticismo esasperato diretto anche su questioni marginali, un silenzio “rumoroso” volto a colpevolizzare o a negare la presenza.
Le conseguenze nell’ambito di una relazione con un partner passivo-aggressivo che non manifesta in modo diretto la propria rabbia, sono soventi disastrose.
Talora “il compagno di viaggio” al cospetto del partner “muro di gomma”, o si trova a provare una rabbia apparentemente inspiegabile che può sfociare in urla, minacce e percosse, o si distacca tanto che ogni forma di attrazione fisica si affievolisce.
La scelta terapeutica non è semplice.
Talora i partner si rivolgono allo specialista di consulenza “in” coppia quando è troppo tardi, quando sono arrivati a stagnare per troppo tempo nel risentimento oppure quando ognuno si è talmente distaccato tanto da avere spostato la propria attenzione altrove (F.Nanetti, 2017).
In alcuni casi può succedere che il partner in maggiore difficoltà abbia dato inizio ad un proprio percorso di “analisi”separato dall’altro, percorso che sovente potrebbe accentuare la condizione di divergenza.
Qualora invece i partner decidano di intraprendere un percorso insieme per comprendersi in profondità ed affrontare le difficoltà che sono emerse, occorre che procedano in questa direzione interpellando uno specialista capace di aiutarli ad interrompere il circolo della pretesa per potere anche senza vergognarsene condividere la propria vulnerabilità (F. Nanetti, 2017).
In tal senso per sommi capi si procede nel seguente modo.
I partner in una prima fase vengono invitati ad esplicitare “il proprio dissenso” per poi in un secondo momento riconoscere quei bisogni, propri e dell’altro, che nel corso della relazione non sono mai stati riconosciuti e soddisfatti.
In un ulteriore fase, ognuno facendo uso di messaggi di autorivelazione (feedback fenomenologi), viene invitato ad esprimere autenticamente i propri stati emotivi, senza doverli più reprimere e censurare.
Nell’ultima parte del lavoro ognuno dei due partner, a turno, viene invitato, secondo la prospettiva logoanalitica, ad esprimere l’intento di trovare modalità per “volere il bene dell’altro” e dare corso a comportamenti improntati alla sollecitudine (preinvestimento
intenzionale).
Con questo metodo, da me proposto nel saggio “Grammatica del cambiamento” (edizioni Erickson, Trento, 2017), si passa dall’espressione di una “rabbia gentile” che non esaspera lo scontro ad un decentramento egoico capace di mettere in gioco forme di empatia attiva.
In taluni casi tale metodo si integra alla pratica della mindfulness emozionale, mediante la quale i partner apprendono a regolare la risposta connessa con la rabbia attraverso meccanismi di “graduale e moderata” esposizione.
L’evitamento di un’emozione disturbante può dare un immediato sollievo, ma a lungo termine tale modalità è dannosa.
L’evitamento della rabbia in particolare, se inizialmente può “alleggerire”, offrendo la sensazione di stare bene, con il passare del tempo diventa sempre più insidiosa e devastante.
Con la mindfulness emozionale ognuno si addestra a rimanere nel momento presente senza giudicarsi o colpevolizzarsi per quello che prova.
Ciò prepara il terreno per l’ascolto di se stesso e dell’altro.
Questo è l’inizio.
Vale la pena provare.
Il cambiamento dell’altro passa sempre in qualche modo attraverso il cambiamento di se stessi.

Franco Nanetti

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