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CONFERENZE DI FRANCO NANETTI A OTTOBRE 2018 PRESSO HOTEL SAVOY A PESARO

PSICOSOMATICA 2018 – La malattia come “inciampo” iniziatico

RI-NASCERE

Nella vita si nasce sempre (almeno) due volte . La malattia come “inciampo” iniziatico

© Copyright “Clinica esistenziale”

(contributo liberamente tratto dai saggi di Franco Nanetti dai titoli: “Psicosomatica spirituale”, Pendragon, Bologna, 2016 e “Dialoghi tra psiche e soma”, Magi, Roma, 2010)

Franco Nanetti

“I malati sono simili ai poveri e ai reietti. Hanno una via speciale al Regno di Dio (…). La malattia è uno stimolo alla coscienza, è un’iniziazione.Alcune malattie rendono evidente un’infermità del cuore o un arresto emozionale. Altre rivelano un’insufficienza di spiritualità e di senso.Guarire non è semplicemente eliminare la malattia, ma un risvegliare”.Thomas Moore (filosofo, teologo, psicoterapeuta) –Edizione Moretti&Vitali, Bergamo, 2011 Carl Gustav Jung all’inizio del 1944, all’età di 69 anni, allorchè fu chiamato ad una docenza di Psicologia medica presso l’Università di Basilea, fu colto da un infarto cardiaco e da stati regressivi con deliri e visioni, che sconvolsero la sua esistenza.

Nella sua autobiografia Jung indica come la malattia rappresentò per lui non solo un messaggio di autoterapia (Dieter Beck, PGreco, 2012) ma il ritrovamento di sé e di una nuova fase creativa della sua vita. Così scrive: “Dopo la malattia iniziò per me un fruttuoso periodo di lavoro. Molte delle mie opere sono nate solo dopo quell’evento (…). La consapevolezza della finitezza di tutte le cose, mi dette il coraggio per nuove formulazioni. Non cercai più di imporre la mia opinione, ma imparai ad affidarmi al flusso dei pensieri. La malattia fu un sì all’essere, un sì incondizionato a ciò che è, all’esistenza, senza obiezioni. Fu un modo di accettare il mio vero essere e la mia incompletezza (…).

Solo dopo la malattia compresi l’importanza di accettare il proprio destino e la sconfitta”.

Come si evince dalla coinvolgente testimonianza, Carl Gustav Jung coglie nella malattia una nuova sfida alla paura della morte, l’inizio di un autentico ritrovamento del proprio vero Sé, un protendersi del percorso individuativo. Un recente “inciampo”, che ancora mi costringe ad una prolungata convalescenza, ha cambiato le mie abitudini di vita. Un “inciampo” che, mettendo in scacco la mia ostinata volontà di impegnarmi strenuamente nel mio lavoro, mi ha sollecitato a ri-pensare la malattia, il mio essere malato, come una sorta di “rito iniziatico”.

Come riferisco nella mia relazione di apertura ai lavori del Convegno Internazionale sulla Psicosomatica Olistica di Rimini, ci sono “malattie che anche se non muori lasciano morire qualcosa di te”, perchè “dopo certe prove che mettono in luce la tua vulnerabilità, dovrai fare i conti con il fatto che non potrai più fare tutto e che dovrai cambiare vita”.

L’infartuato, infatti, se vuole continuare a vivere non potrà più fumare, anche se pigro dovrà fare qualche passeggiata, anche se amante di dolcetti fuori pasto e di cene luculliane non potrà più concedersi insulse abbuffate, “ormai convinto che un piatto di verdure è più appetitoso di una portata di piccanti salumi”.

Come riferisce uno dei più famosi psicosomatisti del nostro tempo Rudiger Dahlke (i suoi studi sul “simbolismo corporeo” sono stati per me fonte di ispirazione di molti miei saggi), la malattia è una vicenda iniziatica: tanto che “talora basta una banale angioplastica perchè imprenditori iperstressati smettano di fare quello che fanno per dedicarsi ai teneri sentimenti per la famiglia”.

Il paziente coronarico sovente, dopo un infarto o un intervento al cuore anche se non sta malissimo, si trova a scoprire una nuova vita.

Ovviamente quando ci riesce.

Ma a questo punto per comprendere meglio il significato di questa potenziale svolta, traccio a titolo esemplificativo le caratteristiche del paziente con predisposizione all’infarto (ved. Franco Nanetti “Psicosomatica spirituale”, 2007).

Secondo le ricerche di Friedman e Rosenman (1966), Dahlke, Dransart, Nanetti 1996-2002-2017) il paziente “coronarico” è “meticoloso, potenzialmente depresso, collerico, ostile, autoritario, perfezionista, spinto da una strenua motivazione al conseguimento del successo, competitivo con persistente attivazione adrenergica ed eccessivo controllo ambientale, impaziente verso i propri interlocutori, con una disposizione cronica ad un senso di urgenza (speed and impatience)”.

Dunbar (1984), Deleage, Mayand (1986), Ziegler (1986) sono approdati ad una fenomenologia del paziente coronopatico, così descrivendolo: “un soggetto che lavora e lotta con fermezza e perseveranza (…), che tende al successo ed al pieno raggiungimento degli scopi prefigurati (…), che nel suo bisogno di eccellere e comandare spesso si trova ad ignorare la condizione di affaticamento (…), che tende a risolvere problemi con la lotta anziché con la diplomazia”.

Nella molteplicità dei disturbi cardiaci, così ampiamente documentata nel saggio di Rudiger Dahlke “Problemi di cuore”, (Tecniche Nuove, Milano, 2002), spesso si assiste ad una configurazione esistenziale del tutto particolare del cardiopatico a rischio di infarto corrispondente a quella sopra segnalata, configurazione caratterizzata da “una vita eccessivamente dura, rigida, anancastica, troppo disciplinata, segnata da troppe coercizioni, una vita dove l’amore autentico e i sentimenti, per un difetto di emotività, sono sovente stati esiliati” (H-E.Richter, 1969, R. Dahlke 1990, F. Nanetti, 2012).

Secondo Rudiger Dahlke (2002), infatti: “Le alterazioni del ritmo cardiaco e la tachicardia in particolare, rappresentano simbolicamente le emozioni soffocate o dimenticate che reclamano più attenzione”.

Il cuore, secondo Dahlke (1990), “impazzisce perché vuole costringere colui che ha problemi di cuore ad occuparsi delle proprie emozioni”.

Secondo la medicina psicosomatica orientata allo studio della personalità di tipo A, “quando il cuore si ammala la dimensione frenetica e incalzante dell’esserci segnala una minore capacità di vivere nella passione e nella gioia”.

Rudiger Dhalke nel bellissimo saggio di “Herz(ens)-Probleme”, Droemersche, Munchen, (1990-2002), dopo numerose ricerche, pone l’ipotesi che il “cuore spezzato” rappresenti un “problema di solitudine mai affrontato, una mancanza di compagnia ed isolamento sociale subita per troppo tempo (che talora coincide con la morte di una persona cara), una condizione esistenziale di vergogna di sé che sovente è stata compensata da un attivismo sfrenato”.

L’espressione “infarto” nella sua progenie etimologica, deriva da “infarcire”, che significa “mettere dentro”.

Il soggetto personalità A, nel corso del tempo si prodiga su tutti i fronti, diventa efficientissimo, un drogato del lavoro (workaholic), un doverista che deve fare tutto nel più breve tempo possibile (senso cronico di urgenza). Ciò lo porta spesso a chiudersi progressivamente agli altri, all’amicizia, alla tenerezza. Le arterie “chiuse” che si induriscono possono, secondo Dhalke, in termini simbolici rappresentare proprio questo fondamentale modo di essere.

Per questo sovente la guarigione prevede una svolta metanoica, un cambiamento di vita, per questo che dopo un infarto colui che si ritrova con un cuore a limitata funzione di deiezione, deve imparare non solo a prendersi cura di sé e a rallentare, ma anche, cosciente della propria debolezza e vulnerabilità, a praticare la sobrietà.

L’infartuato non potendo continuare a pensare che “sia possibile fare tutto”, nella consapevolezza che la morte incombe, dovrà chiedersi “Che cosa mi rimane da fare? Quali sono le cose essenziali su cui è arrivato il momento di concentrarmi? Ormai consapevole che l’iperattivismo è deleterio e che il bisogno di riconoscimenti non potrà mai compensare il desiderio di amare ed essere amato, dovrà chiedersi “Posso gioire delle piccole cose”.

In questo affidarsi alla vita senza volerla controllare il cardiopatico si rende conto (o almeno si dovrebbe rendere conto) che è arrivato il momento di sottomettersi ad una volontà superiore senza più illudersi di potere ottenere tutto quello che desidera.

Credo che il contributo di ricerca clinica di Rugider Dhalke sulla “cura” del “cuore” e delle sue vicissitudini, sia quanto di più avvincente possa essere detto sull’amore come perfettibile equilibrio tra il dare e il ricevere.