IL DOLORE È OVUNQUE

LUGLIO 2019

©Copyright “Clinica esistenziale”
(contributo liberamente tratto dai saggi di Franco Nanetti dal titolo “Il risveglio della coscienza”, Pendragon, Bologna, 2015, “Percorsi di senso”,
Aipac, Pesaro, 2017, e “Psicologia spirituale” in corso di stampa)

Non esiste un’umanità indenne da ferite emotive e traumi, dolori, sconfitte,
guerre, carestie, malattie incurabili, ingiustizie e violenze.
Il dolore è ovunque.
Un giorno otto rabbini si trovarono a commentare un versetto assidico che
in sintesi diceva “La sofferenza è grazia”. Dopo molto dibattere non
trovarono alcuna risposta soddisfacente, allora uno dei rabbini suggerì di
andare a trovare fuori dalla città un certo Jonathan, che nonostante le precarie condizioni di salute, la povertà, la morte del figlio e la sua grande sfortuna, non perdeva mai occasione per cantare le lodi a Dio.
Gli otto rabbini dopo lungo camminare arrivarono alla povera fattoria dove lui in uno stato di totale indigenza viveva con la moglie.
Jonathan dopo il rituale di benvenuto, li invitò a dividere con lui e la
moglie la modesta cena.
Naturalmente i rabbini, vedendo quanto fosse povero nonostante la
generosità nell’offrire, cercarono di rifiutare.
Jonathan, tuttavia con dolcezza insistette, finchè durante la cena si spinse a
chiedere la ragione della loro visita.
Loro dissero che non erano stati capaci di comprendere il versetto assidico
“La sofferenza è grazia” e volevano sapere se lui potesse chiarirne il
significato, dal momento che le sue cattive condizioni di salute, la perdita
del figlio e di ogni bene, non l’avevano mai privato della gioia di cantare
lodi a Dio.
Jonathan non si fece attendere nella risposta e disse: “Mi dispiace che
abbiate fatto tanta strada ma io non posso aiutarvi.
Avete scelto l’uomo sbagliato a cui fare questa domanda.
“Io non sto soffrendo”.

LA PILLOLA CHE SCOLORA LA VITA

Un gruppo di scienziati e neuropsichiatri canadesi, francesi, americani, tra
cui spicca il nome di Roger Pitmann, di recente ha messo a punto la
cosiddetta pillola dell’oblio, capace, sembrerebbe almeno in parte, di
eliminare ricordi traumatici, come violenze, stupri, orrori di guerra, lutti
insuperabili, amori falliti, e riportare coloro che ne faranno uso “ad
un’esistenza accettabile”.
“L’intento- come scrisse Massimo Fini (2007) – sembrò lodevole, ma
demenziale negli esiti”. Lo conferma proprio l’esperimento stesso fatto sui
topi, i quali, dopo che gli era stata somministrata la pillola dell’oblio,
continuavano a muoversi liberamente in ambienti dove venivano attivate
scariche elettriche come se non accadesse nulla.
I ratti avevano cancellato la prospettiva del pericolo, compromettendo la
loro stessa sopravvivenza.
Il bambino che mette la mano sul fuoco e si brucia, la seconda volta non lo
farà più.
Il ricordo del dolore è un fattore essenziale per sottrarsi alla morte, non
solo della specie umana ma per ogni specie.
Il volerci preservare dall’angoscia con lobotomie chimiche o di altra
natura, non fa nient’altro che rimettere in gioco la nostra sopravvivenza, il
potere di determinare il nostro futuro e la nostra evoluzione spirituale.

SENZA “INFERMITÀ” NON C’È SPIRITUALITÀ

Tutta la nostra cultura si sta sempre di più concentrando nel volere
rimuovere ciò, che i filosofi esistenzialisti, chiamano i nuclei tragici
dell’esistenza: come l’abbandono, la malattia, la vecchiaia, la paura della
morte, il dolore della finitezza.
Ma questo sogno di un’onnipotenza inaccettabile avrà gravi conseguenze.
Anche se siamo soliti percepire ogni dolore come impedimento, non
dobbiamo dimenticare che è nel dolore, nella situazione limite,
nell’esperienza del naufragio, nell’abisso del nulla e della colpa, nel
fallimento che l’uomo incontra se stesso, si realizza e affronta
cambiamenti, e in casi particolari sperimenta l’autotrascendenza.
L’opera del grande tragediografo greco Sofocle, dal titolo Filottete, ci
ricorda i rapporti di connessione inseparabile tra condizione di
vulnerabilità e sviluppo delle capacità conoscitive, “strategiche” e
spirituali della persona.
Filottete, così narra la tragedia, vittima di una malattia mostruosa e
pestifera, viene esiliato dall’isola di Lemno. Ma l’infermo Filottete è anche
possessore di un oggetto potente e pericoloso, l’arco di Eracle, che può
consentire la salvezza dei greci in difficoltà durante la guerra di Troia.
I greci possono ottenere l’arma irresistibile solo a patto di accettare -oggi
si direbbe accogliere ed integrare- il suo mostruoso possessore.
Solo la prospettiva di accettare i nostri limiti –fuori e dentro di noi-, ci
rende capaci di osare prospettive ulteriori.
Si è creativi o “sanamente visionari” quando si smette di resistere e di
sforzarsi di volere essere più forti del dolore e della stessa vita.
Quando L’Ego si contrappone a qualcuno o qualcosa, non si vede più la
vastità, si perde di vista il Sé universale, non si ha più la percezione che
Dio è ovunque, si diventa carenti di epistemologia.
Solo se accettiamo la mancanza senza essere frenetici e reattivi,
diventiamo “visionari”, capaci di trovare, seppur nel dolore, nuove squarci
di luce.
Come afferma Stephen Levine (2006): “Solo quando ci liberiamo della
reazione oppositiva sappiamo sentire le voci che vengono da altre stanze”.
“Solo con la capacità di accogliere e modulare il dolore mentale,
sostengono gli psicoanalisti Bion (1962) Meltzer (1968), Harris (1983) si
sviluppa la possibilità di conoscere e apprendere il nuovo”.
L’intransigenza al dolore ci rende ottusi.
In termini pedagogici si potrebbe affermare che i “viziati” protesi ad
evitare ogni frustrazione diventano “viziosi”, con pochi dardi nella faretra
cognitiva.
L’Ego che si contrappone al dolore come ad un nemico, perde di vista il
mondo delle possibilità.

IL DOLORE PIÙ DOLOROSO È IL DOLORE INASCOLTATO

Il dolore va accettato, ascoltato e quando è possibile condiviso.
“Nulla, scrive Stephen Levine (2006) con poetico folgore, è più naturale
del dolore, nessuna emozione più comune della nostra esperienza
quotidiana, ma se il dolore rimane inascoltato disturberà il sonno ed infesterà i sogni, trasformerà le relazioni umane in un luogo dove
nascondersi anziché aprirsi”.
Non serve voltare le spalle al dolore, volerlo insistentemente eliminare.
Il dolore trascurato, negato, respinto, irrigidisce il corpo e la mente,
diventa insopportabile, totalmente inutile, “insulso”.

Ci sono tanti modi per evitare il dolore, e così intensificarlo: il far finta
di niente, la banalizzazione della realtà, la superficialità apparentemente
giocosa ma mai gioiosa, l’ingordigia o saccheggio ossessivo delle cose, la
contrapposizione rabbiosa, la lamentazione vittimistica.
Il giocarsi la vita nell’insulsa esuberanza o nel rimuginare sulle proprie
sventure parlandone incessantemente, o nel distrarsi con il divertimento
coatto e ridanciano, o nel diventare critici ed oppositivi, o nella dipendenza
da qualcuno o da una sostanza, cibo compreso, potrebbero essere modi per
negare il dolore stesso o nasconderlo.

IL CORAGGIO DELLA RESA

Resistere al dolore è chiudere il cuore e la mente alla visione di ogni
alternativa, intensificando il dolore stesso.
La guerra al dolore crea nuovo dolore.
Si tratta di trovare il coraggio della resa.
Ci vuole coraggio per aprire il cuore anche quando si è nell’inferno,
schiacciati dalla paura di non farcela.
Ma non c’è alternativa!
Il vero coraggio non è reagire al dolore, non è scappare o entrare in guerra,
nè volerlo capire o passivizzari al suo cospetto, ma è aprire il cuore, è
tornare alla vita, lasciandola fluire.
Aprire il cuore al dolore è semplicemente andargli incontro senza
disprezzo.

FERMARE LA GUERRA

“Il fare pace con il dolore” ci rende “compassionevoli”.
Il potere integrare il dolore nel nostro cuore ci consegna all’esperienza
dell’empatia attiva, presenti alla dimensione di una comunanza che non
condanna. Così scrive ancora con incisiva chiarezza Stephen Lèvine: “Meno siamo in
grado di ammorbidirci al dolore, meno riusciremo ad andare incontro a noi
stessi e agli altri con compassione.
Non servono i buoni propositi di pace con gli altri finchè si è intransigenti
con se stessi, in quanto finchè si vuole fare guerra al proprio dolore, finchè
non lo si vuole accettare e condividere, finchè non si vuole accogliere i
suoi insegnamenti, siamo in guerra con l’intero mondo.
La guerra è essere in perenne opposizione.
Guerra significa “questo mi piace e non mi piace”, per tutto il giorno,
istante dopo istante.
La superiorità è guerra, l’inferiorità è guerra. Nel nostro mondo interiore,
come nel mondo esterno, il paradiso e l’inferno si contendono la nostra
approvazione. E il cuore, straziato dalla guerra, implora la pace, un
momento di pace.
Quando noi entriamo con il cuore nella paura, nel dolore e nella rabbia, noi
fermiamo la guerra.”.

FARE PACE CON IL DOLORE

Occorre che impariamo a far fronte al dolore, accettarlo, condividerlo,
evitando di irrigidirci sia in una falsa maschera di forza o di
esuberante goliardia sia di lamentoso vittimismo.
In questa prospettiva Stephen Levine (2006) indica tre passi per
imparare a fare pace con il dolore.
Il primo consiste nell’ ammorbidirsi al dolore, portando l’attenzione a
tutte le sensazioni che si collegano al dolore stesso, la mascella irrigidita,
la durezza dell’addome, la contrazione del respiro, per indurre un processo
di allentamento della tensione nel corpo (il dolore è sempre un processo di
estraniazione dal corpo).
Così suggerisce: “durante il dolore fisico e mentale, lasciate andare la
rigidità che si è impossessata del ventre; mentre il respiro, uno dopo
l’altro, si fa più leggero, ammorbidite la carne, il tessuto muscolare, i
tendini, scoprite la potenza di alleviare, strato dopo strato, ogni zona del
corpo e della mente che richiede pace”.
Il secondo passo si concentra sulla “compassione che guarisce”.
Le sensazioni di dolore nella mente e/o nel corpo ricevono un’accoglienza
morbida anziché avversione, gentilezza anziché rifiuto, benevolenza
anziché ostilità od indifferenza. Il terzo passo è integrare il dolore nel proprio cuore, “coltivando il
perdono e la gratitudine” anche nei confronti di ciò che appare
insopportabile.
Voglio precisare che ammorbidirsi al dolore non significa rinunciare alle
cure palliative.
Secondo determinate necessità va bene il dolore e vanno bene gli
antidolorifici.
Ammorbidirsi al dolore è anche aprirsi ad opposti non contrapposti.
Accogliere il dolore non significa subirlo con rabbiosa resistenza nei suoi
eccessi, né sostare masochisticamente in esso.
In altri termini impara ad ammorbidirti al dolore dando spazio al dolore
stesso senza mai diventare ostile né innamorarti della tua sofferenza.

VIVERE NELLA GIOIA NONOSTANTE IL DOLORE

Scriveva il poeta Gino Zaccaria: “Il vivente é dolore, importante é che il dolore diventi dolore felice”
Accogliere il dolore non significa rinunciare alla gioia.
Affermava Barrie Simmons (1986) “La gioia mi riconcilia con il dolore e
con la morte.
Nella misura in cui ho vissuto posso permettermi di morire.
Se considero la mia vita insufficiente, scialba, sfortunata, non voglio
lasciarla, insisto a vivere di più, per avere più occasioni, più opportunità,
più risarcimenti. Se posso vivere la vita con pienezza, con gioia e pace
(nonostante il dolore), posso separarmi serenamente e con soddisfazione,
con gratitudine posso consegnarmi alla morte”.

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE

La grande paura dell’enneatipo sette è di non saper far fronte al dolore. Da
qui la sua solerte tendenza -quasi compulsiva- a vivere in un piacere,
libero da ogni sofferenza, inquietudine e tristezza.
Ma senza dolore si corre disordinatamente sulla superficie delle cose.
Finchè non ci addestriamo a vivere anche il dolore con gioia, la vita rischia
di rimanere piatta ed insulsa, senza profondità e densità.
Chi persegue una via spirituale sa che anche quando le cose vanno male di
fatto vanno bene, perché ogni circostanza è l’occasione per imparare
qualche cosa. Nell’esuberanza maniacale che ci distanzia dal dolore non c’è evoluzione.
Nella prospettiva del superamento di un edonismo eccessivo che vorrebbe
eludere il dolore occorre che l’enneatipo sette impari la virtù della
sobrietà.
L’inebriarsi di piacere non porta nulla di buono.
Il suo mito ce lo insegna.
Dioniso, dio del vino e dell’ebbrezza, ultimo figlio di Zeus (padre che
domina l’Olimpo e per questo forse troppo assente) e di una madre
mortale, vorrebbe vivere senza limiti, vorrebbe con esisti infausti rimanere
l’eterno fanciullo proteso senza controllo e disciplina nella continua
ricerca della sfrenatezza dell’orgia.

Uscire dalla com-pulsione dionisiaca significa praticare con
“moderazione” la sobrietà. Per fare ciò non serve imporsi chissà quali
restrizioni, ma serve cominciare a sperimentare i piaceri delle “piccole
cose”: gustare un bicchier d’acqua, assaporare un cibo, contemplare il
cielo, fare una piccola passeggiata -freddo o caldo che sia-.
Non si deve partire da forme di autorestrizione eccessiva.
Si tratta di “provare un’intima soddisfazione in quello che si fa (o
semplicemente accade) senza respingere il dolore”.
Non c’è bisogno di saziarsi se sappiamo vivere la gioia e la
contemplazione della bellezza ovunque, nonostante le difficoltà che
incombono.
La gioia non “corrisponde” al piacere.
C’è una differenza tra gioia e piacere.
Mentre il piacere è connesso con la gratificazione immediata dei sensi, la
gioia è un atteggiamento, una visione che mantenuta sa realizzare
profondamente se stessi e dare un senso alla propria vita.
Il piacere reclama appagamento.
La gioia è possibile anche in uno stato di privazione e dolore.
La gioia è sempre presente anche nel nostro prosaico quotidiano, anche nei
momenti difficili.
Nella gioia soddisfiamo il desiderio della pienezza e non della mancanza.
Se sei un enneatipo sette, quindi di tanto in tanto chiediti: “Posso essere
felice anche se non accade nulla di straordinario, anche se non mi concedo
cene pantagrueliche, anche se non vado in vacanza in chissà quali paradisi,
anche se mi trovo in difficoltà, consapevole che dietro ogni disagio e
dolore si nasconde Dio?”
Una antica storiella cinese racconta: “Una madre, attanagliata dal dolore
per la morte del figlio, andò da un saggio, per chiedergli di ridarle la
felicità. Il saggio rispose che lo avrebbe fatto dopo che lei le avesse portato
un seme di senape da ogni casa dove non c’era mai stata sofferenza. Andò
a visitare molte case e in ognuna trovò molti drammi, che ascoltò con
profonda compassione. Tornò dal saggio guarita dalla propria sofferenza.”.

Programma seminario del 27 e 28 Luglio 2019
LE LEGGI UNIVERSALI
Vivere in armonia e nella gioia con i principi del Tao
Un incontro tra psicologia spirituale occidentale ed orientale

Sabato 27 LUGLIO 2019
Ore 9.30 – 12.30
La legge dello specchio La legge causa effetto
Laboratori di evoluzione personale
Titoli dei laboratori
“La fame del cuore”
“Coltivare la gratitudine”
Ore 15.00 – 18.00
La legge delle polarità La legge dell’attrazione
Laboratori di evoluzione personale
Titoli dei laboratori
“Cambiare le proprie convinzioni limitanti in potenzianti”
“Comprendere i propri conflitti interiori per risolvere il conflitti esteriori”
“L’arte del lasciare andare e del fare accadere”

Domenica 28 LUGLIO 2019
Ore 9.30 – 12.30
La legge dell’amore La legge dell’equilibrio
Laboratorio di evoluzione personale
Titoli dei laboratori
“Guarire il proprio bambino interiore”
“Pratiche di Tonglen”
“Lavorare sull’ombra”

I commenti sono chiusi.