1 L’AMORE AUTENTICO

L’AMORE AUTENTICO
L’AMORE NON CHIEDE TROPPO ALL’AMORE
NEUROSCIENZE RELAZIONALI © Copyright “Clinica esistenziale”

Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le
sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo
Luca (14,26).

La capacità d’amare è l’esito di un percorso di consapevolezza e di coraggio nella ricerca costante della verità, della libertà, dello scambio nella sollecitudine.
Se nell’amore autentico vi è reciprocità, libertà e consapevolezza, nell’amore inautentico o pseudo-amore dominano forme di manipolazione e controllo, di intolleranza e pretesa, che nulla hanno a che fare con l’amore.
Per questo “non sempre possiamo fidarci sempre dell’amore e delle parole sull’amore”.
Se una persona dice: “Io amo l’altro e lui non deve assolutamente andarsene”, tale atteggiamento non ha nulla a che fare con l’amore.

Scrive a questo proposito Anthony de Mello in “Chiamata d’amore” (1994): “Quando l’altro smette di amarti e tu soffri tanto da trattenerlo a te, ciò accade non perché lo ami ma perché ne vuoi il possesso esclusivo (…). Quando sei troppo turbato dalle reazioni dell’altro, ciò vuol dire che non lo ami”. 
L’amore autentico non ha nulla a che fare con la pretesa. La persona che ama, proclama il proprio amore, ma non interferisce mai sulla vita dell’altro, qualsiasi scelta questi decida, sia che risponda Sì o No. Se l’altro alla domanda di amore che gli rivolgiamo, risponde No, occorre lasciarlo libero. Il suo No non va interpretato come un rifiuto della nostra persona, ma come un suo tentativo di profferire un Si a se stesso.
Non possiamo amare l’altro solo quando è in accordo con noi.
Nessun senso di colpa.
Nessun No ci impedisce di continuare ad amare l’altro.
Il vero amore si basa sul volere il bene dell’altro anche quando questi è in dissonanza con i nostri desideri.
La vera intimità con l’altro ci vuole capaci di essere sinceri, anche se ciò presuppone l’essere divergenti.
Ognuno di noi può dire No senza rimanere aggrappato a quel No.
Ognuno di noi può dire No all’altro, ma nello stesso tempo desiderare il suo bene.
Ricordati: “nessuno può darti l’amore che desideri, che meriti o credi di meritare”.
Per questo dipendere dall’altro, è sempre fonte di sofferenza.
Nella dipendenza, nella ricerca compulsiva della sicurezza, nei lampi di ebbrezza e
voluttà che l’altro ci offre, non c’è né amore né felicità.
LA RECIPROCITÀ TRA IL DARE E IL RICEVERE

Offrire anche tre volte al giorno
trecento pentole di cibo ai bisognosi
non equivale a una sola porzione del merito
di un istante di amore.
Nagarjuna

L’amore autentico non è sentimentalismo, né dipendenza, né ricatto, né vittimismo, né seduzione fallica, né iperoblatività, ma piena responsabilità della concretizzazione consapevole di “atti d’amore”. Anche l’iperoblatività, basata solo sul “dare” ma mai su un farsi umili per “ricevere”, è una forma di manipolazione.
L’eccesso di amore può essere egoistico quanto il non amore.
L’iperoblatività può in alcuni casi essere una “finzione”, tipica di chi si prodiga  incessantemente per l’altro al fine di sentirsi superiore a lui e celare le proprie  mancanze; tipica di chi, mostrandosi “potente oltre misura”, cerca di rendere l’altro sempre più bisognoso e dipendente.
Per comprendere quanto sto dicendo, vorrei chiarire che, come afferma Eric Berne il padre dell’Analisi transazionale, c’è una sostanziale differenza tra “il soccorrere e l’aiutare”, tra “l’iperoblatività coatta e la sollecitudine amorevole”.
Mentre nell’oblatività coatta, nella forma del dare compulsivo, si cela la pretesa di ottenere in termini narcisistici qualcosa per sé, nella sollecitudine amorevole non si vuole nulla in cambio.
Spesso chi “soccorre”, prodigandosi per l’altro, non sempre lo fa per generosità, ma perché il suo bisogno di essere amato e ricevere approvazione è cogente.
Ciò comporta una falsificazione dell’amore.
L’amore vero si commisura nelle reciprocità tra il dare ed il ricevere.
Alcuni sanno solo dare, ma non sanno accogliere l’amore.
Tali persone sono solo dei “donatori controllanti”, che si percepiscono forti solo se danno, mentre si percepiscono deboli se ricevono.
Quando il dare ci esalta nella nostra bontà, l’amore è falso, poiché è falso ogni atto che è funzionale all’esigenza di accrescere la magnificenza del nostro Ego.
Chi ama autenticamente sa porgere il proprio aiuto, ma sa anche al momento opportuno accoglierlo e chiederlo.
L’iperoblatività porta ad inevitabili conseguenze Quando il donare è al servizio di propri bisogni narcisistici, un modo per sentirci
buoni e bravi, ciò può determinare un infantilizzazione dell’altro e nello stesso tempo un’interdizione della capacità di farsi umili nel chiedere aiuto.
Thich Nhat Hahn ammonisce chi voglia imparare ad amare, affinchè di tanto in tanto senza lamentarsi si eserciti a chiedere l’aiuto dell’altro, anche quando questo comporta la paura di un eventuale rifiuto.
Si tratta di un ottimo esercizio per il narcisista iperoblativo, cimentarsi nel mantra della richiesta proposta da Thich Nhat Hahn (2012) : “Sto soffrendo, per favore aiutami …”
E’ un mantra veramente difficile, soprattutto per le persone orgogliose abituate all’autosufficienza. Ma per coloro che sono avvezzi al “soccorrere” è fondamentale.
Un’altra conseguenza negativa connessa con l’iperoblatività consiste nell’andare sovente sotto stress. Ogni “salvatore” nel momento in cui “soccorre” l’altro inizialmente si sente in termini egoici gratificato, ma appena con il passar del tempo la complementarietà si intensifica, tanto che l’altro si passivizza, può accadere  l’incessante prodigarsi del “salvatore”, lo renda sempre più esausto ed irritabile.
Per questo il “salvatore/soccorritore” dovrebbe di tanto in tanto ricaricarsi, sottraendosi all’azione compulsiva del “dare”, per cercare luoghi e tempi diversi al fine di prendersi cura di sé, o trovare finalmente qualcuno che si prenda cura di lui.

VIVERE IN CONSAPEVOLEZZA

Come avviare un percorso di conversione?
La soluzione come al solito non sta all’esterno, ma all’interno.
Il primo passo si concentra sull’impegno che l’orgoglio non prenda mai il sopravvento. Perché ciò accada occorre “vegliare e pregare”, rimanere vigili nella consapevolezza delle reali intenzioni che ci conducono a proclamare il nostro amore.
Dichiarare ad un partner il nostro sentimento amoroso, senza avere una visione chiara del modo in cui ognuno declina il proprio protendersi nell’amore, non serve. Non basta dire al partner “Io ti amo”. Occorre comprendere l’intenzione sottesa e “come pensiamo di amarlo”, occorre comprendere se, andando oltre quello che dichiariamo, il nostro amore è improntato alla compassione, o è predatorio, infantile e
controllante.
Quando domina uno stato di dipendenza “paleo-meso-encefalica” improntato sulla segreta paura di non farcela senza l’altro, ciò sta ad indicare che sono in gioco forme di compensazione relazionale basate sulla pretesa.
Nella prospettiva di comprendere in profondità il modo in cui ci poniamo al cospetto dell’amore, è utile porsi le seguenti domande:
“La mia dichiarazione d’amore è autentica o manipolatoria?”
“Voglio il bene dell’altro o lo sto ingannando con l’intento di trovare protezione o soddisfazione ai miei bisogni egoici?”
“So amare la mia vita indipendentemente dall’essere amato?”
“Quando mi mostro buono e servizievole, che cosa voglio ottenere per me?”
“So riconoscere la paura che mi porta a dominare o manipolare?”
“Quale paura si nasconde dietro la mia pretesa di essere amato?”
Dopo che si è risposto alle domande indicate, sarà possibile confrontarle con quanto qui di seguito riportato circa la distinzione tra le modalità di fare esperienza di un amore infantile e di un amore adulto.

L’ amore dipendente o infantile centrato sul bisogno: L’amore autentico o adulto centrato sul desiderio
-esige sempre una risposta affermativa -accetta l’imprevedibilità della
-è predatorio ed invadente -lascia l’altro libero di scegliere
-è possessivo ed esclusivo -non vuole il possesso dell’altro
-idealizza l’altro -vede l’altro per quello che è
-vuole cambiare l’altro -è accettazione incondizionata dell’altro
-non ammette l’abbandono  -ammette che l’altro possa rifiutarci
-si basa sul controllo  -lascia l’altro essere se stesso
-è inautentico e manipolatorio -si fonda sul dialogo autentico
-teme in modo angosciante la solitudine esistenziale -riconosce ed accetta la solitudine esistenziale
-ingenera malessere, insofferenza, rabbia -desidera la propria ed altrui felicità

NEUROSCRIPTING (1): DALL’AMORE PALEO-MESO-CORTICALE ALL’AMORE NEOCORTICALE

Oggi … aiuto gli altri
senza la speranza di una ricompensa
Reb Anderson

Se il pseudo-amore paleo-meso-encefalico (2), centrato sulla logica del bisogno, è una reazione arcaica connessa con l’urgenza di mantenere il legame attraverso l’incorporazione dell’altro, l’amore neocorticale (3), centrato sul desiderio, si basa sull’approssimarsi all’altro attraverso il dialogo.
Mentre nella reazione paleo-meso-encefalica la paura di perdere l’altro e di non potere sopravvivere alla sua mancanza, porta il soggetto alla impossessarsi dell’altro attraverso il dominio o la gelosia o la manipolazione, nella risposta neocorticale il soggetto, consapevole della capacità di sopravvivere nonostante l’assenza dell’altro, non esercita nessuna costrizione, lo lascia libero di rispondere
secondo i propri desideri o le proprie esigenze.
Solo nell’amore neocorticale viene rispettata la libertà di amare, solo nell’amore che accoglie sia il Sì che il No dell’altro, si fa strada un’autentica esperienza di intimità e dialogo.
Nessuno può costringere qualcun altro ad amarci.
Se nell’orgoglio si rivendica l’idea che l’altro “deve stare con me”, nell’umiltà l’altro viene lasciato libero di rispondere in piena libertà.
Talvolta il vero amore verso chi non ci desidera e non ci ha scelto, si traduce anche nel poter dire “E’ arrivato il momento che io me ne vada”.

AMORE COME AUTOTRASCENDENZA: DALLA PARANOIA ALLAMETANOIA

Quando ti alzi al mattino ringrazia il tuo Dio per la luce dell’aurora, per la vita che ti ha dato e la forza che trovi nel tuo corpo.
Ringrazia il tuo Dio per il cibo che ti dà e per la gioia di essere in vita.
Se non trovi motivi per elevare una preghiera di ringraziamento, allora vuole dire che sei in errore.
Tecumeseh

Scrive San Paolo nella seconda lettera a Timoteo (2,7), ogni volta che puoi “cerca di comprendere ciò che voglio dire”. In altri termini sembrerebbe affermare “non darmi consigli, ma ascolta pazientemente ciò che il mio cuore vorrebbe esprimere”.
La conversione spirituale del soccorritore o compiacente iperoblativo sta proprio in questa apertura che porge un ascolto profondo che non esige nulla.
Il processo metanoico dall’orgoglio all’umiltà, come percorso di autotrascendimento, è un appello affinché il soggetto “iperoblativo” in conversione diventi spietatamente sincero con se stesso, nella consapevolezza di quanto spesso abbia bisogno di prodigarsi per l’altro per percepirsi persona di valore, e di come in altro modo debba impegnarsi ad apprendere una sollecitudine senza ricompensa.
In questo ulteriore passaggio, secondo Joe Dispenza (2012), per cambiare in profondità occorre transitare verso un diverso sentire in termini emozionali e un differente modo di agire, verso una “diversa abitudine di essere se stessi”.
Ciò comporta un percorso di elevazione che chiama in causa la volontà sapiente, la disciplina, la gratitudine e la comprensione del proprio divenire nella pienezza di limiti e possibilità.
Nel processo metanoico dell’orgoglioso verso l’umiltà è fondamentale che il soggetto immerso nella “falsa abbondanza”, interdica senza reprimere la reazione oblativa, evitando di catapultarsi nel fare qualcosa per l’altro, potendo, diventando consapevole della presenza, creare “uno spazio di riflessione” all’interno del quale comprendere propri bisogni, mancanze, paure, per trovare una risposta volta ad
aiutare in modo realmente “utile” all’amore.
L’orgoglioso spesso pensa che l’altro debba essergli grato per tutto quello che fa, dimenticando il gioco collusivo sotteso che lo spinge ad “usare” l’altro come fonte di nutrimento narcisistico, è inconsapevolmente truffaldino.
E’ importante che l’orgoglioso, esercitandosi nella consapevolezza della presenza, impari a transitare dalla compulsione “oblativa” alla comprensione di potere dare valore alla propria vita senza “doversi appropriare” dell’altrui “bisognosità e vulnerabilità” per sentirsi “bravo e buono”.
In questo percorso evolutivo occorre che l’orgoglioso impari ad amare senza doversi percepire indispensabile, occorre che eviti di autocelebrarsi sull’altare di una presunta “superiorità” o “falsa abbondanza”, per approdare al convincimento di seguire “ciò che il suo cuore sente”, per diventare sempre più se stesso in assonanza con una diversa “visione” dell’amore, un amore orientato alla libertà e non alla
costrizione, all’autentico bene per sé e nello stesso tempo per l’altro.
In tale accezione si comprende quando riferisce l’evangelista Luca parafrasando Gesù, nel ritenere che il seguire la Via necessiti un distacco da qualsiasi forma di “asimiento” sia da “padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle e perfino dalla propria vita” (Lc, 14, 26)
Voglio precisare che, secondo le nuove ricerche sui processi di ricablaggio neuronale delle virtù, il processo metanoico verso l’umiltà comporta in ultima analisi la sua corporeizzazione.
Il cambiamento profondo secondo i principi della neuroplasticità cerebrale comporta un esercizio costante di integrazione costante tra l’intenzionalità della mente e le reazioni del corpo.
Come sosteneva Sant Agostino “Se vuoi possedere una virtù, imitala”
In altri termini si tratta di sperimentare quanto più è possibile l’essere umili in tutto l’arco del nostro quotidiano.
Il sapere manifestare i propri bisogni, il sapere chiedere, il fatto di esprimere un opinione, il sapere dire di No con fermezza e gentilezza, sono dei “modi di essere nell’umiltà” che vengono via via corporeizzati, fino a stabilizzarsi nel nostro inconscio progressivo per depositarsi in modo costante come “tendenze dell’essere” nella nostra vita
OLTRE LA PAURA DELLA SOLITUDINE

Ogni volta che la vita ci mette al cospetto di una situazione relazionale problematica e conflittuale c’è una fondamentale domanda a cui ognuno dovrebbe impegnarsi a rispondere: “Che cosa farebbe l’amore al posto della paura?”
“L’amore scaccia la paura” (1 Gv 4, 18) così come il superamento della paura rende possibile l’amore.
Non possiamo amare fintanto che, soggiogati dalla paura della solitudine, vorremmo che l’altro fosse sempre disponibile a soddisfare le nostre richieste.
Paura della solitudine ed amore sono sovente stati profondi dell’anima inconciliabili. Scrive Anthony de Mello (1994): “Potrai amare solo se potrai liberarti dalla paura di rimanere solo. Solo così potrai avere una visione chiara e non obnubilata dell’amore”. E ancora, con stringente efficacia poetica, suggerisce: “Di tanto in tanto manda via la folla e ritirati sulla montagna; mettiti in comunicazione silenziosa con
gli alberi, con i fiori e con gli uccelli, con il mare e con il cielo, con le nuvole e con le stelle. All’inizio tutto ti sembrerà insopportabile. Ma se saprai attendere, il tuo cuore sboccerà nel canto e sarà eterna primavera”.

Nota 1
La pratica del Neuroscripting, come mia personale definizione di un metodo di training mentale volto a ridimensionare attraverso percorsi di nud-gin la presenza del comportamento reattivo e nello stesso favorire l’attivazione della corteccia prefrontale, trova i suoi fondamenti teorici in riferimento agli studi sulla neuroplasticità cerebrale, secondo la quale a qualsiasi età è possibile riprogrammare nuove funzioni del cervello in risposta a stimoli provenienti dall’ambiente e dalla nostra intenzione consapevole.
Nota 2
La componente paleo-meso-corticale comprende sia il sistema limbico, posto al di sotto della neocorteccia e costituito da una serie di strutture implicate nel controllo delle emozioni e del comportamento in relazione a dinamiche connesse con la sopravvivenza del tipo “attacco-fuga”, e il cervelletto collocato nella parte posteriore del cervello, e deputato ai processi di coordinazione motoria e al costituirsi della memoria non dichiarativa (L. Winberger, 2017).
Nota 3
La componente neocorticale si riferisce alla parte anteriore del lobo frontale del cervello implicata nei processi di problem solving, identificazione degli obiettivi, di esercizio dell’empatia (J. Dispenza, 2003)

Bibliografia di riferimento
De Mello A., Chiamati all’amore, Paoline, Milano 1994
Dispenza J., Cambia l’abitudine di essere te stesso, My Life, Rimini, 2012
Hellinger B., Ordini dell’amore, Urrà, Milano, 2003
Hillman J., La ricerca interiore, Moretti & Vitali, Bergamo 2010
Hillman J., Le storie che curano, Raffaello Cortina, Milano, 1984
Loyd A., (2012), Codice d’amore, Macro, Cesena, 2016
Kavarapu M.J., Sulle acque dell’oceano infinito, Appunti di Viaggio, Roma, 2002
Nanetti F., Clinica esistenziale, Erickson, Trento, 2016
Nanetti F., La dipendenza affettiva, Pendragon, Bologna, 2016
Nanetti F., Grammatica del cambiamento, Erickson, Trento, 2017
Nanetti F., Il potere dell’immaginazione, Pendragon, Bologna, 2017
Prentiss C., Lo zen e l’arte della felicità, Armenia, Milano, 2008
Schereiber S.; Guarire, PickWick, Trento, 2013
Schellenbaun P., La ferita dei non amati, Red, Como 1988
Schellenbaun P., Il no in amore, Red, Como 1992
Schiff L.J., Analisi transazionale e cura delle psicosi, Astrolabio, Roma, 1980
Thich Nhat Hanh, Pratiche di consapevolezza, Terra Nuova, Firenze, 2012
Tulku U., Il risveglio. Gli ultimi insegnamenti, Ubaldini, Roma, 1993
Vighetti A.V., Conversione del cuore in San Paolo, Appunti di Viaggio, Roma, 2000

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