LA MENTE EMOTIVA


Scriveva Gaston Bachelard (1951): “Il corpo sussurra in continuazione. Quando ne ascolti il mormorio, percepisci la verità”.
Recenti ricerche (C. Pert*, R. Ruff, E. Mezey, j. Wurtman, R. Roy, D.Chopra 2006-2017) hanno dimostrato che non solo il cervello influenza le nostre cellule, ma anche le cellule in parti colare a livello della membrana nella forma del rimbalzo biochimico influenzano il nostro cervello, che la mente nel corpo è parte integrante delle funzioni cerebrali, che ogni pensiero contagia ed è contagiato da tutto ciò che accade nel corpo e “oltre il corpo” (entanglement quantistico), che ogni schema emozionale ricorrente connesso con la ferita continua ad rimanere nella memoria del corpo.
Nei primi anni settanta Candace Pert (2008) scrisse un libro “Molecole delle emozioni” che poneva l’intento di dimostrare come la vita di ogni cellula è determinata dal tipo di recettori presenti sulla sua superficie e come questi avessero specifiche correlazioni con sostanze chimiche o speciali ligandi.
Abbiamo tre tipi di ligandi: i neurotrasmettitori, gli steroidi, i peptidi.
Questi ultimi, ossia i peptidi, sono costituiti da molecole che forniscono informazioni e che mettono in comunicazione numerosi sistemi:
endocrino, neurologico, gastrointestinale, immunitario.
I peptidi seguono il seguente percorso: dopo che sono stati prodottinell’ipotalamo -ghiandola che influenza le emozioni che proviamo-
vengono convogliati verso la ghiandola pituitaria, per poi entrare nel circuito ematico ed agganciarsi alle cellule, creando fenomeni fisiologici infinitesimali volti a regolare i processi vitali delle cellule stesse e lo stato dell’umore.
Joe Dispenza (2014) afferma che non necessariamente una cellula è un clone della precedente, in quanto essa può contenere più recettori del peptide a cui si è legato. In altri termini se la cellula ha ricevuto peptidi prodotti dalla depressione, la nuova cellula che si costituirà a partire dalla
precedente, avrà più recettori della depressione, diventando così incapace
di ricevere peptidi positivi, ad esempio quelli forgiati dalla gioia.
Dal momento che i recettori della membrana cellulare sono sia destinati a
ricevere messaggi che vengono prodotti a livello cerebrale che a inviare messaggi per la produzione di peptidi, si comprende pienamente che il
nostro corpo è costantemente influenzato da ciò che sentiamo e pensiamo,
e viceversa. Infatti l’aspetto più sconvolgente sta nel fatto che allorchè
la mente produce uno stato d’animo, il corpo tende a perpetrarlo.
“Un’ora di depressione, scrive Candace Pert, produce un numero elevatissimo di recettori che inviano attraverso determinati peptidi
messaggi al mesencefalo di natura depressiva.
In altre parole il melanconico grave è colui che per un periodo molto lungo si è trovato costretto a vivere la depressione nel corpo, tanto che nel corso
del tempo le spalle si sono abbassate, i muscoli hanno perso tonicità, lo sguardo si è proiettato verso il basso, la mimica si è bloccata, la pelle ha perso colore ed elasticità, le membrane cellulari hanno assimilato abbondantemente ligandi depressivi. Ciò spiegherebbe perché se ci lasciamo inquinare dalla depressione è così difficile uscirne”. Possiamo comprendere che se le cellule sono generate in base a ciò che pensiamo e
sentiamo, è importante che siamo consapevoli di poter regolare i nostri pensieri e i nostri stati emotivi.
Scrive Chris Prentiss (2008): “Se per un’ora siete depressi, avete prodotto circa 18 miliardi di nuove cellule con un numero superiore di recettori che attirano peptidi depressi, e un numero inferiore di quelli che chiamano in azione peptidi positivi. E’ come se trilioni e trilioni di recettori si portassero le mani a coppa attorno alla bocca, urlando: “Mandateci più depressione!”.
In altri termini se i pensieri tetri e negativi influenzeranno il corpo affinchè si abitui con più facilità a provare tristezza anziché gioia, a sua volta in una
sorta di spirale viziosa sarà il corpo a ri-generare pensieri “tetri-negativi”,
rendendo il soggetto sempre più dipendente dallo stato melanconico.
Vale a dire che se non abbiamo un adeguato controllo della nostra mente
inconscia, possiamo intossicarci dei nostri stati emotivi negativi, sviluppando una dipendenza verso di essi. In altri termini, se il nostro
atteggiamento mentale è orientato alla svalutazione, diventeremo voraci di
stati depressivi, mentre se in qualche modo sapremo, valorizzandoci, renderci felici, inevitabilmente il nostro corpo imparerà la gioia. Questo vale anche per altre emozioni. Si pensi nel medesimo modo alla rabbia.

La rabbia produce adrenalina, ma più siamo dipendenti dall’adrenalina più
tendiamo a “confliggere” con chiunque o venire soverchiati da una sorta di
rabbia rivendicativa che non plasma il mondo ma che crea profonda
sofferenza.

NEUROSCIENZE DELLE “CAREZZE”
Il cervello rettile, la cui formazione risale a circa duecento milioni di anni fa, svolge di base funzioni che sono in parte simili a quelle che consentono la sopravvivenza dei rettili.
Tale cervello è formato da varie sottostrutture che, a partire dal midollo spinale (nell’interno cavo della colonna vertebrale), comprendono il tronco encefalico, il cervelletto, parti del talamo e di alcuni altri organi posizionati nella base della scatola cranica.
Le operazioni che è in grado di compiere questa parte del cervello sono strettamente connesse con la sopravvivenza, ossia a comportamenti associati al nutrimento, all’attacco/fuga, all’accoppiamento.
Il cervello limbico si trova al di sopra del tronco encefalico, nella base della scatola cranica. Tale formato da alcune sottostrutture di cui le principali sono il talamo (condiviso col cervello rettile), l’ipotalamo e l’amigdala. La sua formazione risale a trecento e duecento milioni di anni fa. Tale cervello collabora sia col cervello rettile per il mantenimento del corretto funzionamento fisiologico di base dell’organismo, sia per il corretto funzionamento della sfera “emotiva”. In esso si attualizza una gerarchia di importanza emotiva, si attivano processi psicosomatici legati al piacere, alla paura, alla gioia, alla tristezza, alla curiosità, alla rabbia e trova luogo una memoria selettiva (anche inconscia) di eventi che si sono impressi perché hanno in qualche modo minacciato la sopravvivenza dell’individuo.
La neo-cortex è di recente formazione: circa quattro milioni di anni fa.
E’ costituita da uno spessore di alcuni millimetri di materia grigia che ricopre interamente (come una corteccia appunto) tutte le circonvoluzioni della massa cerebrale.
Tale corteccia cerebrale è formata approssimativamente da dieci miliardi di neuroni e migliaia di miliardi di circuiti diversi che permettono le molteplici varietà di pensiero: analizzare, riflettere, indurre, dedurre,fare ipotesi, calcolare, proiettarci nel futuro, comprendere e condividere i sentimenti.
Secondo Antonio Damasio l’emozione è la bussola dell’azione, ma un’emozione non integrata e plasmata dalla capacità cognitiva non porta a
un’azione “intelligente”.
Il lavoro sulle carezze è un viatico per transitare dalla reazione mesopaleocorticale alla risposta neo-meso corticale La carezza è comunicazione tra due persone dove entra in gioco la sensibilità, il sentire emotivo, la comprensione cognitiva del contesto e dell’ opportunità dell’azione, l’ascolto del proprio stato fisico (propriocettivo), e l’ascolto attento (esterocettivo) dell’altro.
La carezza è una naturale espressione della propria intelligenza emotiva, della globalità del proprio essere, un ponte per un percorso di evoluzione spirituale.

(Dal saggio di Franco Nanetti “Grammatica del cambiamento”, Erickson, Trento, e “Guarire le ferite emotive” in corpo di stampa)


Franco Nanetti professore di ruolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico,® “Clinica esistenziale” Copyright

Direttore dei Master in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, supervisore e coordinatore scientifico della Scuola Superiore
in “Clinica esistenziale”. E’ autore di numerosi libri pubblicati con case editrici nazionali ed internazionali.

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