LA FERITA EMOTIVA È UNA “FERITOIA DI LUCE”

(Dal saggio di Franco Nanetti “Grammatica del cambiamento”, Erickson, Trento, e  “Guarire le ferite emotive” in corpo di stampa)

Franco Nanetti

Professore di ruolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico, Direttore dei Master in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, supervisore e coordinatore scientifico della Scuola Superiore in “Clinica esistenziale”. E’ autore di numerosi libri pubblicati con case editrici nazionali ed internazionali.

Sono sempre più convinto che non bisogna aspettare di essere felici quando le cose vanno bene, ma quando decidiamo di vivere la gioia nonostante difficoltà, fallimenti, disagi, perdite, lutti, malattie.

La vita ci riserva sempre momenti di dolore.

Eppure penso che si debba comprendere che le nostre ferite sono anche un’opportunità per la nostra evoluzione, uno speciale “ologramma” al servizio della vita.

Senza le nostre ferite non possiamo elevarci e diventare la nostra “essenza”. A un patto, però: che le accettiamo, le ospitiamo nel nostro cuore senza avversarle, senza lamentarci.

Se rigettiamo le nostre ferite, perché ci opponiamo al dolore che inevitabilmente provocano, se ci lamentiamo ed inveiamo contro di esse, ci priviamo del loro potenziale di “luce”.

Scriveva James Hillman (2001): “Sono diventato tenace perché ho dovuto far fronte alla mia debolezza. La mia evoluzione era nella ferita”.

Ogni ferita è una “feritoia di luce” che passo dopo passo, se affrontata in consapevolezza, ci eleva, ci cura e ci rende unici e speciali.

Ma perché ogni ferita possa adempiere al suo compito evolutivo ci vuole il giusto coraggio di accettarla anche nei momenti più difficili, anche quando la “maschera egoica” vorrebbe nasconderla.

Spesso “seppur nascosta” la ferita emotiva dell’infanzia riemerge in modo inaspettato.

Carla durante una discussione con Mario sente il partner che alza la voce. Si ammutolisce. Quel terrore che prova non ha a che fare con l’irruenza del partner, ma con il fatto che le urla di Mario evocano in lei una ferita del passato mai cicatrizzata, presumibilmente legata ad un rapporto conflittuale con il padre.

L’esorbitanza della reazione emotiva di Carla che la porta a chiudersi in se stessa, non riguarda l’ “adesso” ma un “allora” che vive dentro di lei nonostante il passare degli anni.

Le conseguenze sono molteplici.

Una prima, concerne il fatto che la ferita emotiva inascoltata  viene rimossa o negata attraverso comportamenti dissonanti con l’intimo sentire, tanto ad esempio che Carla pur di evitare ogni conflitto diventa “compiacente” (e di questa sua compiacenza ne soffre).

La seconda conseguenza sta nel fatto che il “corpo di dolore” quale “memoria di quella antica ferita” non si rilassa mai.

Carla vive in una costante frenesia, che la spinge a fare tutto nella fretta.

Essendo la ferita emotiva congelata nel corpo, difficilmente riesce ad andare in vagotonia.

Nel timore dell’antica minaccia la persona “ferita” vive prevalentemente in uno stato adrenergico di tipo reattivo che crea stress e varie malattie.

La terza conseguenza sta nel fatto che allorché lo schema emotivo ricorrente della ferita viene proiettato  nelle forme pensiero, tanto che la persona ferita inconsapevolmente attrae situazioni che sono speculari allo schema emotivo che prova.

Carla vive spesso momenti di intensa aggressività con il partner, come se il ricordo emotivo del passato si riproponesse sempre.

Come scriveva Cesare Pavese (1949): “La cosa temuta accade sempre”.

La quarta conseguenza sta nel fatto che l’esorbitanza della reazione emotiva non consente a chi vive la ferita di avere una chiara visione delle cose. Carla nell’esorbitanza emotiva tende a rimuginare sul passato e a percepire in modo confuso il futuro.

In previsione dell’incontro di presentazione del Master, desidero precisare che non sempre si guarisce la ferita, ma che si può guarire “attraverso” la ferita, perché possiamo imparare tante cose dalla sofferenza.

Ad una condizione, però: che insegniamo al nostro cuore ad accoglierla.

“La cura per il dolore, scriveva il poeta Rumi, è nel dolore”.

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