IL DOLORE È OVUNQUE

(contributo liberamente tratto dai saggi di Franco Nanetti dal titolo “Il risveglio della coscienza”, Pendragon, Bologna, 2015, “Percorsi di senso”, Aipac, Pesaro, 2017, e “Psicologia spirituale” in corso di stampa)

Tutta la nostra cultura si sta sempre di più concentrando nel volere rimuovere ciò, che i filosofi esistenzialisti, chiamano i nuclei tragici dell’esistenza: come l’abbandono, la malattia, la vecchiaia, la paura della morte, il dolore della finitezza. Ma questo sogno di un’onnipotenza inaccettabile avrà gravi conseguenze. Anche se siamo soliti percepire ogni dolore come impedimento, non dobbiamo dimenticare che è nel dolore, nella situazione limite, nell’esperienza del naufragio, nell’abisso del nulla e della colpa, nel fallimento che l’uomo incontra se stesso, si realizza e affronta cambiamenti, e in casi particolari sperimenta l’autotrascendenza. L’opera del grande tragediografo greco Sofocle, dal titolo Filottete, ci ricorda i rapporti di connessione inseparabile tra condizione di vulnerabilità e sviluppo delle capacità conoscitive, “strategiche” e spirituali della persona. Filottete, così narra la tragedia, vittima di una malattia mostruosa e pestifera, viene esiliato dall’isola di Lemno. Ma l’infermo Filottete è anche possessore di un oggetto potente e pericoloso, l’arco di Eracle, che può consentire la salvezza dei greci in difficoltà durante la guerra di Troia. I greci possono ottenere l’arma irresistibile solo a patto di accettare -oggi si direbbe accogliere ed integrare- il suo mostruoso possessore. Solo la prospettiva di accettare i nostri limiti –fuori e dentro di noi-, ci rende capaci di osare prospettive ulteriori. Si è creativi o “sanamente visionari” quando si smette di resistere e di sforzarsi di volere essere più forti del dolore e della stessa vita. Quando L’Ego si contrappone a qualcuno o qualcosa, non si vede più la vastità, si perde di vista il Sé universale, non si ha più la percezione che Dio è ovunque, si diventa carenti di epistemologia. Solo se accettiamo la mancanza. La fragilità, l’essere vulnerabili senza essere frenetici e reattivi, diventiamo “visionari”, capaci di trovare, seppur nel dolore, nuove squarci di luce. Come afferma Stephen Levine (2006): “Solo quando ci liberiamo della reazione oppositiva sappiamo sentire le voci che vengono da altre stanze”.“Solo con la capacità di accogliere e modulare il dolore mentale, sostengono gli psicoanalisti Bion (1962) Meltzer (1968), Harris (1983) si sviluppa la possibilità di conoscere e apprendere il nuovo”. L’intransigenza al dolore ci rende ottusi. In termini pedagogici si potrebbe affermare che i “viziati” protesi ad evitare ogni frustrazione diventano “viziosi”, con pochi dardi nella faretra cognitiva. L’Ego che si contrappone al dolore come ad un nemico, perde di vista il mondo delle possibilità e dello sguardo visionario. IL DOLORE PIÙ DOLOROSO È IL DOLORE INASCOLTATO . Il dolore va accettato, ascoltato e quando è possibile condiviso. “Nulla, scrive Stephen Levine (2006) con poetico folgore, è più naturale del dolore, nessuna emozione più comune della nostra esperienza quotidiana, ma se il dolore rimane inascoltato disturberà il sonno ed infesterà i sogni, trasformerà le relazioni umane in un luogo dove nascondersi anziché aprirsi”. Non serve voltare le spalle al dolore, volerlo insistentemente eliminare. Il dolore trascurato, negato, respinto, irrigidisce il corpo e la mente, diventa insopportabile, totalmente inutile, “insulso”. Ci sono tanti modi per evitare il dolore, e così intensificarlo: il far finta di niente, la banalizzazione della realtà, la superficialità apparentemente giocosa ma mai gioiosa, l’ingordigia o saccheggio ossessivo delle cose, la contrapposizione rabbiosa, la lamentazione vittimistica. Il giocarsi la vita nell’insulsa esuberanza o nel rimuginare sulle proprie sventure parlandone incessantemente, o nel distrarsi con il divertimento coatto e ridanciano, o nel diventare critici ed oppositivi, o nella dipendenza da qualcuno o da una sostanza, cibo compreso, potrebbero essere modi per negare il dolore stesso o nasconderlo.

IL CORAGGIO DELLA RESA

La guerra al dolore crea nuovo dolore. Si tratta di trovare il coraggio della resa. Ci vuole coraggio per aprire il cuore anche quando si è nell’inferno, schiacciati dalla paura di non farcela. Ma non c’è alternativa! Il vero coraggio non è reagire al dolore, non è scappare o entrare in guerra, nè volerlo capire o passivizzari al suo cospetto, ma è aprire il cuore, è tornare alla vita, lasciandolo fluire. Aprire il cuore al dolore è semplicemente andargli incontro senza disprezzo. “Il fare pace con il dolore” ci rende “compassionevoli”. Così scrive ancora con incisiva chiarezza Stephen Lèvine: “Meno siamo in grado di ammorbidirci al dolore, meno riusciremo ad andare incontro a noi stessi e agli altri con compassione. Non servono i buoni propositi di pace con gli altri finchè si è intransigenti con se stessi, in quanto finchè si vuole fare guerra al proprio dolore, finchè non lo si vuole accettare e condividere, finchè non si vuole accogliere i suoi insegnamenti, siamo in guerra con l’intero mondo”. Accogliere il dolore non significa subirlo con rabbiosa resistenza nei suoi eccessi, né sostare masochisticamente in esso.

Accettare il dolore non significa dovere soffrire.

I commenti sono chiusi.