ESSERE IN EMPATIA Riflessione di Franco Nanetti sulla testimonianza di Thich Nhat Hanh

Domani, continuerò ad essere. Ma dovrai essere molto attento per vedermi. Sarò un fiore o una foglia. Sarò in quelle forme e ti manderò un saluto. Se sarai abbastanza consapevole, mi riconoscerai, e potrai sorridermi. Ne sarò molto felice”.
Queste parole del maestro Thich Nhat Hanh ci insegnano come essere in empatia oltre ogni confine attraverso il
coltivare la fervida coscienza dell’impermanenza, del nostro essere ovunque, della non separatezza.
L’empatia non è una serie di strategie ma è un “modo di essere” basato sulla pratica dell’inter-essere.
La sua biografia ne è un esempio.
Dopo la guerra del Vietnam, Thich Nhat Hanh, appena ventenne ma già monaco da quattro anni, abbandonò il monastero per andare nelle campagne a ricostruire i villaggi bombardati e negli ospedali da campo a curare i feriti, di
qualunque parte fossero, attirandosi il discredito di entrambi i governi in guerra, quello del Nord filocomunista
e quello del Sud filostatunitense, che non gli perdonarono il “crimine di curare il nemico”. Una scelta che pagò con
l’arresto, la tortura e, in fine, con un esilio di 39 anni che si concluse soltanto nel 2005.
Martin Luther King ne caldeggiò la sua candidatura al Nobel per la pace nel 1967.
Tentativo che sfumò nel nulla.
Ma la testimonianza di Thich Nhat Hanh non necessita di consacrazioni.
Il suo insegnamento non ha mai voluto essere una didascalia, un prontuario di tecniche ed insegnamenti (anche se non si può prescindere da questi), ma un modo autentico e consapevole di essere “insieme” con un cuore aperto e compassionevole.
Ieri la sua morte. Forse.
In un incontro su questo tema ebbe a dire “Devo darvi una buona notizia: non moriamo!
Ho chiesto ad una foglia se aveva paura dell’autunno, rispose di No.
Così mi apostrofò: “Ho fatto del mio meglio per nutrire l’albero, e adesso una gran parte di me è lì.
Questa forma non mi racchiude interamente.
Io sono anche l’albero, e una volta tornata alla terra continuerò a nutrirlo.
Perciò non mi preoccupo.
Quando lascerò questo ramo, volteggiando nell’aria losaluterò e gli dirò: Arrivederci, a presto”

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