LA FERITA CHE CURA – OGNI FERITA NASCONDE UN COMPITO EVOLUTIVO

LA FERITA CHE CURA – OGNI FERITA NASCONDE UN COMPITO EVOLUTIVO

® “Clinica esistenziale” Copyright
(Dal saggio di Franco Nanetti “Grammatica del cambiamento”, Erickson, Trento, e “Guarire le ferite emotive” in corso di
stampa)


Franco Nanetti


(Professore di ruolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico, Direttore dei
Master in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, supervisore e coordinatore scientifico della Scuola Superiore in “Clinica esistenziale”. E’
autore di numerosi libri pubblicati con case editrici nazionali ed internazionali.)


Il trauma è una realtà della vita, ma non per questo deve essere una condanna a vita. Peter Levine


La ferita emotiva non è solo una vicenda subita che causa dolore e sofferenza ma un progetto animico, necessario alla nostra evoluzione, un “ologramma”speciale al servizio della vita.
Nel momento in cui si accede al mondo della dualità non si può prescindere
dal fare esperienza della ferita, del dolore, della sofferenza.
E’ inevitabile.
Senza la ferita non possiamo elevarci e diventare la nostra particolarità.
A un patto, però: che la accettiamo, la accogliamo nel nostro cuore e la
trasformiamo.
Se rigettiamo la ferita, perché ci opponiamo al dolore che inevitabilmente
provoca, se ci lamentiamo ed inveiamo contro di essa, questa allorché ci
chiudiamo si imprime e diventa destino, ingabbiandoci nella ripetizione e
privandoci del suo potenziale di luce.


PRATICHE DI RISVEGLIO INTERIORE


Scriveva James Hillman (2001): “Sono diventato tenace perché ho dovuto far fronte alla mia debolezza”.
Ogni ferita è una feritoia di luce, una grazia che passo dopo passo ci eleva, ci cura e ci rende unici e speciali.
Ma perché ogni ferita possa adempiere al suo compito evolutivo ci vuole il
giusto coraggio di sprofondare in essa anche nei momenti più difficili.
La ferita non ci abbandona mai.
Basta un nonnulla che la ferita ri-emerge.
Iscritta nella memoria implicita ogni ferita ci espone a reazioni emotive
esorbitanti.
Qualcuno non ci saluta e subito riemerge la ferita dell’abbandono.
Un altro ci critica e riemerge la ferita del rifiuto.
Basta un nonnulla e stiamo male.
Saremmo tentati di evitarla.
Ma ciò è impossibile.
Allora occorre imparare ad accoglierla per semplicemente “ritornare infinite volte sui banchi di scuola della vita”.
Non si guarisce dalla ferita.
Si guarisce “attraverso” la ferita.
Come nella spirale dantesca esplorando la ferita ogni volta diventiamo più
consapevoli e responsabili, “procediamo verso l’alto”, ci apriamo a nuove
visioni, ma poi dopo un po’ inciampiamo di nuovo.
La ferita torna a sanguinare.
Dobbiamo ancora “fare qualche passo”.
Nulla è compiuto.
Carlos Castaneda racconta del suo apprendistato con il maestro Don Juan,
indio Yaqui. Il maestro era solito mandare Castaneda all’avventura nel
deserto ad affrontare i suoi nemici, che cercavano di ingannarlo e ucciderlo.
Castaneda riusciva sempre a cavarsela, sconfiggendo gli spiriti del Male,
anche se più di una volta era andato vicino alla morte.
Dopo una battaglia notturna particolarmente cruenta, Castaneda tornò alla
casa di Don Juan lamentandosi del fatto che ancora una volta aveva rischiato
di essere ucciso dagli spiriti del Male. Allora chiese al maestro per quale
ragione gli spiriti si facessero sempre più abili e più forti. Don Juan rispose
che gli spiriti venivano scelti perché la loro forza fosse modulata in funzione
della forza di Castaneda, affinché l’esito della battaglia non fosse mai
scontato. “Man mano che tu diventi più forte – disse – tu incontrerai nemici
sempre più forti.
Quando sconfiggi un nemico la sua forza viene sempre da te”.

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