archivio iniziative svolte

ENNEAGRAMMA CLINICO

© Copyright “Clinica esistenziale”
(contributo liberamente tratto dal saggio di Franco Nanetti in corso di stampa “Le ferite emozionali)

Franco Nanetti

La maggior parte dell’infelicità inutile deriva dal fatto che l’uomo non conosce se stesso, non sa distinguere tra le sue molteplici finzioni la sua intima essenza.
L’enneagramma è un viaggio millenario per la consapevolezza e accettazione della propria unicità, finalizzata alla comprensione di sé e dell’altro. La comprensione degli enneatipi è una prospettiva affinchè ciascuno possa distinguere il proprio enneatipo di tendenza, per cogliere in esso chiavi di lettura per accedere a doni e talenti, motivazioni inconsce, zone d’ombra, e paure che sono di ostacolo al progredire, all’espansione delle proprie potenzialità, alla perfezione.
Comprendere le proprie impronte esistenziali epigenetiche è fondamentale per individuare chi siamo, come possiamo orientare la nostra vita, riscattarci dalla passione che ci domina e accedere al divino che ci abita.
La straordinaria visione della pratica enneagrammatica, si concentra sul fatto che il processo di conversione chiama in causa sia la mente, che le azioni e il corpo.
Come sostiene Evagrio Ponticus “Non serve sapere pascolare bene il gregge dei nostri pensieri, perché attraverso l’azione occorre incarnare le virtù e procedere nella via del cuore”.
Con l’enneagramma impariamo ad essere plasmati dal basso e dall’alto, impariamo a toccare i nostri difetti e le nostre imperfezioni, per elevarci attraverso una visione chiara che viene “provata” giorno per giorno nel nostro agire quotidiano.

Sabato 1 Agosto 2020 Ore 8,45 -18, 00
L’Io molteplice: la conoscenza di sé e dell’altro
L’identificazione dell’enneatipo secondo i codici verbali e non verbali della programmazione neurolinguistica
La ferita emotiva, la maschera, il corpo: la matrice di copione psicosomatico
Superare i momenti di empasse emotivo e i traumi complessi con la pratica della disidentificazione dal corpo di dolore Individuazione dell’enneatipo attraverso la calibrazione
La conduzione del colloquio enneagrammatico in ambito clinico e nella formazione
Domenica 2 Agosto 2020 Ore 8,45 – 13, 30
Psicologia transpersonale: il lavoro sui tre centri: Azioni, Pensieri, Sentimenti. Pratiche di mindfulness personalizzate
Percorsi di evoluzione spirituale: la pratica delle leggi universali della compassione, della causa-effetto, della gratitudine, della resa, della risonanza, dell’integrità, dell’equilibrio, della presenza, della connessione, della vocazione esistenziale.
Scala dei livelli neurologici: comprendere il senso della propria vision e della propria mission
Percorsi di conversione spirituale e sviluppo della coscienza dharmica: dalle passioni alle virtù

SOLO L’AMORE VINCE SULLA PAURA

© Copyright “Clinica esistenziale”
(contributo liberamente tratto dai saggi di Franco Nanetti dal titolo “Assertività ed emozioni”, Pendragon, Bologna, 2015, “La natura dei
conflitti”, My Life, Rimini, 2017, “Psicologia e spiritualità”, My Life, Rimini, 2015e “Psicologia spirituale” in corso di stampa)

Franco Nanetti
Professore presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico, Direttore dei
Master in “Counseling and Coaching skill” e in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, supervisore e coordinatore scientifico
della Scuola Superiore in “Clinica esistenziale”. E’ autore di numerosi libri pubblicati con case editrici internazionali.

Nel film di Woody Allen “La ruota delle meraviglie” possiamo cogliere come una vita banale senza amore rende i personaggi superficiali, infantili e Pavidi.
Bagnini e drammaturghi, lavapiatti e presunte attrici, cercano di alleggerire la propria vita, ubriacandosi, tradendo, innamorandosi, illudendosi di diventare chissàchì. Ognuno di loro non tanto diverso da quel bambino ribelle ed inguaribile che, appiccando fuoco ad ogni cosa a dispetto di quello che gli dicono i genitori e lo psicoanalista, cerca di sottrarsi con i suoi pericolosi riti ad una vita dove esiste solo la noia del nulla.
Poi all’improvviso per distrazione atterra l’Angelo della morte.
Una telefonata mancata e due assassini sopraggiungono per compiere l’omicidio a cui erano stati destinati.
Da quel momento scompare il colore del mare e il cielo si fa grigio.
Ma la vera morte era già arrivata molto prima.
La vita assurda e scialba dei protagonisti è già un’anticipazione della morte improvvisa sempre negata.
Chi è che può sfuggire a questo insulso destino?
Sembrerà un paradosso. Ma è il “normale” che prendendo atto della propria paura implora la compagna fedifraga che non se ne vada.
Anche in quella relazione non c’è amore, ma almeno c’è il desiderio di smettere di mentire. Forse al di là della “grande ruota” delle pseudo meraviglie”
quella è l’unica cosa vera che merita attenzione.
Quindi dal momento che nel capolavoro di Allen nessuno può arrendersi all’amore, una prima possibilità starebbe nel riconoscere la paura e Condividerla.
Ma nessuno dei protagonisti, se non il “normale”, rinuncia alla propria maschera. Nessuno, ingabbiato in un tentativo di sopravvivere alla paura, si sottrae alla menzogna.
Così tutti privati della capacità di amare vivono come marionette in una sorta di circo delle illusioni, un circo di gesti inconsapevoli senza morte e senza vita.

PROGRAMMA DEL SEMINARIO
DEL 12 LUGLIO 2020 “OLTRE LA PAURA”

Riconoscere la propria fondamentale paura in relazione all’enneatipo e alla maschera egoica
Identificare le cause che alimentano la paura
Tre ragioni per non abituarsi mai alla paura
La paura della paura
Esercitazioni di mindfulness a mediazione
corporea per imparare a lasciare andare la paura,
l’ansia e la vergogna

LA FERITA CHE CURA – OGNI FERITA NASCONDE UN COMPITO EVOLUTIVO

LA FERITA CHE CURA – OGNI FERITA NASCONDE UN COMPITO EVOLUTIVO

® “Clinica esistenziale” Copyright
(Dal saggio di Franco Nanetti “Grammatica del cambiamento”, Erickson, Trento, e “Guarire le ferite emotive” in corso di
stampa)

Franco Nanetti

(Professore di ruolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico, Direttore dei
Master in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, supervisore e coordinatore scientifico della Scuola Superiore in “Clinica esistenziale”. E’
autore di numerosi libri pubblicati con case editrici nazionali ed internazionali.)

Il trauma è una realtà della vita, ma non per questo deve essere una condanna a vita. Peter Levine

La ferita emotiva non è solo una vicenda subita che causa dolore e sofferenza ma un progetto animico, necessario alla nostra evoluzione, un “ologramma”speciale al servizio della vita.
Nel momento in cui si accede al mondo della dualità non si può prescindere
dal fare esperienza della ferita, del dolore, della sofferenza.
E’ inevitabile.
Senza la ferita non possiamo elevarci e diventare la nostra particolarità.
A un patto, però: che la accettiamo, la accogliamo nel nostro cuore e la
trasformiamo.
Se rigettiamo la ferita, perché ci opponiamo al dolore che inevitabilmente
provoca, se ci lamentiamo ed inveiamo contro di essa, questa allorché ci
chiudiamo si imprime e diventa destino, ingabbiandoci nella ripetizione e
privandoci del suo potenziale di luce.


PRATICHE DI RISVEGLIO INTERIORE

Scriveva James Hillman (2001): “Sono diventato tenace perché ho dovuto far fronte alla mia debolezza”.
Ogni ferita è una feritoia di luce, una grazia che passo dopo passo ci eleva, ci cura e ci rende unici e speciali.
Ma perché ogni ferita possa adempiere al suo compito evolutivo ci vuole il
giusto coraggio di sprofondare in essa anche nei momenti più difficili.
La ferita non ci abbandona mai.
Basta un nonnulla che la ferita ri-emerge.
Iscritta nella memoria implicita ogni ferita ci espone a reazioni emotive
esorbitanti.
Qualcuno non ci saluta e subito riemerge la ferita dell’abbandono.
Un altro ci critica e riemerge la ferita del rifiuto.
Basta un nonnulla e stiamo male.
Saremmo tentati di evitarla.
Ma ciò è impossibile.
Allora occorre imparare ad accoglierla per semplicemente “ritornare infinite volte sui banchi di scuola della vita”.
Non si guarisce dalla ferita.
Si guarisce “attraverso” la ferita.
Come nella spirale dantesca esplorando la ferita ogni volta diventiamo più
consapevoli e responsabili, “procediamo verso l’alto”, ci apriamo a nuove
visioni, ma poi dopo un po’ inciampiamo di nuovo.
La ferita torna a sanguinare.
Dobbiamo ancora “fare qualche passo”.
Nulla è compiuto.
Carlos Castaneda racconta del suo apprendistato con il maestro Don Juan,
indio Yaqui. Il maestro era solito mandare Castaneda all’avventura nel
deserto ad affrontare i suoi nemici, che cercavano di ingannarlo e ucciderlo.
Castaneda riusciva sempre a cavarsela, sconfiggendo gli spiriti del Male,
anche se più di una volta era andato vicino alla morte.
Dopo una battaglia notturna particolarmente cruenta, Castaneda tornò alla
casa di Don Juan lamentandosi del fatto che ancora una volta aveva rischiato
di essere ucciso dagli spiriti del Male. Allora chiese al maestro per quale
ragione gli spiriti si facessero sempre più abili e più forti. Don Juan rispose
che gli spiriti venivano scelti perché la loro forza fosse modulata in funzione
della forza di Castaneda, affinché l’esito della battaglia non fosse mai
scontato. “Man mano che tu diventi più forte – disse – tu incontrerai nemici
sempre più forti.
Quando sconfiggi un nemico la sua forza viene sempre da te”.

RITORNARE ALL’AMORE SMASCHERARE LA MASCHERA

(Dal saggio in corpo di stampa di Franco Nanetti “Guarire le ferite emotive”) ® “Clinica esistenziale” Copyright Franco Nanetti

Quando vedi rabbia negli altri, va e scava profondamente dentro di te, e vedrai che quella rabbia si trova anche lì.
Quando vedi troppo Ego negli altri, va semplicemente dentro di te, e vedrai quell’’Ego seduto lì dentro.
La dimensione interiore è un proiettore: gli altri diventano schermi e tu inizi a vedere dei film su di loro,che di fatto sono solo i nastri registrati di ciò che sei (Osho Rajneesh -filosofo indiano- 1931-1990)

Ogni maschera è un andare fuori di sé. è uno spazio di alienazione che compensa l’antica ferita.
In questa compensazione il vero Sé viene oscurato tanto che la nostra vita rincorre il potere dimenticando l’amore.
La maschera ha una funzione positiva, ma quando viene a cristallizzarsi, essa si caratterizza come un modo di essere coattivo e pervasivo, una vera e propria trappola che ci rende “stranieri in casa propria”, inconsapevoli
dei nostri modi abituali di reagire, incapaci di avere una visione chiara dei nostri stati emozionali, incapaci di rischiare di fluire in esperienze di amore autentico.

QUANDO TRADIRE NOI STESSI CI FA AMMALARE

Non serve lottare contro la nostra maschera o “finzione funzionale”.

Possiamo invece consapevolmente flessibilizzarla e agirla allorchè desideriamo che le nostre azioni diventino funzionali agli scopi che intendiamo raggiungere.
Ad esempio se la mia maschera è rappresentata dalla tendenza ad essere eccessivamente disponibile, posso imparare ad esserlo solo nelle circostanze in cui la mia disponibilità è utile per l’altra persona, ma non quando diventa un soccorrere che deresponsabilizza l’altro.
Si tratta di diventare consapevoli delle insane abitudini nelle quali siamo imprigionati per rompere schemi abituali e trovare nuovi modi di essere.

LA CHIAMATA DI DIO

“L’anima si incarna su questa terra con un preciso scopo, con
un destino a cui obbedire”.
Edward Bach

Dio ci offre il bene ed il male perché possiamo trovare le risorse
per passare a forze più elevate.
Scrive il filosofo Umberto Galimberti (2004): “Giobbe, dopo aver
perso la moglie ed i figli e con il corpo ricoperto di lebbra, si rivolge
a Dio con la laconica domanda: “Perché?” Ma Dio non si lascia
impietosire e risponde “Dov’eri tu quando riempivo il cielo di stelle
ed il mare di pesci? Dov’eri quando poggiavo la terra su solide basi?”
Il passo biblico sembrerebbe parlarci di un Dio che nega cinicamente
la sofferenza, ma in realtà non è così; esso ci indica invece un Dio
che, nonostante il dolore, vuole appellare ancora l’uomo alla sua
fondamentale responsabilità di cercare i significati del proprio
esistere.
Non ci si può interrogare sul senso della vita solo a partire dal
proprio individuale soffrire poiché occorre che continuamente ci
impegniamo ad interrogare il Tutto andando oltre le nostre “ferite”,
non perché le nostre ferite vengano occultate o negate” , ma perché
con o senza di esse non dimentichiamo che il compito principale che
ci é dato é quello di porci con umiltà e coraggio nella condizione di
interrogarci in ogni momento sul senso della vita consapevoli del
nostro essere mortali, dei nostri limiti e delle nostre possibilità.
Si può essere felici se rimaniamo indifferenti a Dio, ai suoi
moniti, alle sue richieste, alla “chiamata che ci appella affinchè
realizziamo la nostra particolarità”?

Si può essere felici, se chiusi in noi stessi ci preoccupiamo solo
del nostro stare bene, cercando in modo autarchico ed
autoreferenziale di essere liberi da qualsiasi turbamento e
difficoltà, senza che sia mai possibile trovare nel mondo una
prospettiva, una visione, un sogno?
Credo che una vita priva una direzione sia una sorta di
condanna all’infelicità, un luogo disperante di rassegnazione e
futilità.
Penso che intrattenersi nella vita, alzandosi, camminando,
bevendo, mangiando o dormendo, immersi nelle proprie
rassicuranti abitudini, senza sentirsi impegnati nel realizzare
qualcosa di peculiare, senza raggiungere un qualche scopo, sia
semplicemente sopravvivere, drammaticamente sopravvivere.
Credo che l’essere dimentichi del nostro “fare anima”ci renda
degli apolidi inquieti ed infelici.
Vivere è lottare per uno scopo che ci autotrascende.
E’ rispondere ad una chiamata che ci appella ad accendere
una scintilla divina che nutre sogni e passioni.
Se ciò non accade la vita ci punisce rendendoci degli “ignavi”,
che come vengono spietatamente rappresentati nel “loro”
girone dantesco, sono in corsa verso un chissà che cosa senza
meta, insofferenti a qualsiasi disagio e tormento esistenziale.
La sofferenza può solo essere accolta se ci eleviamo, perché, come
scriveva Victor Frankl “Solo chi ha un perché, può sopportare
qualsiasi come”.

LA GIOIA DI ESSERE IN DIO

“Tutti gli uomini hanno accesso a Dio, ma ciascuno ha un accesso
diverso. E’, infatti, la diversità degli uomini, la differenziazione
delle loro qualità e delle loro tendenze, che costituisce la grande
risorsa del genere umano.
L’universalità di Dio consiste nella molteplicità infinita dei
cammini che conducono a Lui, ciascuno dei quali è riservato ad un
uomo”.
Trovare uno scopo, una passione, un lottare per qualcosa che
esalta la nostra unicità è essere in Dio.
Martin Buber
Possiamo far fronte alle tante sfide che la vita ci presenta, se
non smettiamo mai di cercare Dio in ogni parte del mondo e
della vita.
Gesù nella “parabola dei talenti” rivolge un severo monito agli
“improduttivi”, a coloro che non si impegnano per realizzare
la propria vocazione, a coloro che consegnano la propria
esistenza ad un edonismo di bassa lega, cercando
semplicemente, come direbbe Nietzsche, “una vogliuzza per il
giorno, una vogliuzza per la notte, fermo restando la salute?”
Nell’affrontare la dimensione della mancata realizzazione
della propria “unicità” rimando in parte al saggio
“Psicosomatica spirituale” (2016) dove riferisco quanto segue:
“Possiamo identificare due tipi di peccato: un peccato di
trasgressione ed un peccato di omissione di sé, come
negligenza, omissione o tradimento di se stessi.
Quando accenno al peccato di trasgressione, mi riferisco ad una
offesa arrecata ad altro o un principio che non è stato rispettato, ad
una rottura con i dettami divini, connessi con la giusta parola, la
giusta azione, il giusto pensiero, ma quando accenno al peccato di
omissione di sé (in aramaico “peccare” si traduce non in
“trasgredire” ma in “mancare il bersaglio”), mi riferisco
all’incapacità di diventare se stessi, di rispondere in termini di
passione ad una vocazione, ad una “chiamata, di risplendere con
quella scintilla divina che è depositata in ognuno di noi.
“In tal senso la malattia potrebbe corrispondere ad una mancata
adesione ai propri compiti spirituali, all’incapacità del soggetto
di riconoscersi nella propria particolarità o unicità.
In tal caso il soggetto si ammalerebbe (in termini spirituali) perché
nel suo tentativo di adattarsi ad ogni cosa e situazione si affida
all’informe e all’insignificanza.
Nella tradizione ebraica il malato (inteso come l’essere malato)
viene chiamato “holi”, che si traduce in “profano”, “vuoto”,
“sabbia”, “informe”.
In altre parole, il malato (ripeto, inteso come l’essere malato)
secondo l’ebraismo e la grande tradizione chassidica, sarebbe
colui che è diventato come la sabbia, informe, dopo aver perso il
contatto con il sacro (etz haim) e con il proprio essere speciale,
diverso, originale (kadosh).
In altri termini il soggetto “malato” (in termini spirituali) sarebbe
colui che, per adattarsi al mondo o per la ricerca di una malintesa
libertà o per effetto di una fretta che l’ha condotto a fare tutto per
essere ovunque, ha perso se stesso, la propria essenza
originaria, si è desacralizzato, perdendo così il coraggio di
proclamare la propria originalità.
Tale mancanza di riconoscimento di una propria originalità si
collega al fatto che la persona non si percepisce guidato da una
passione, da una scopo, da un proposito centrale, tanto da
essere sempre in balia di dubbi, paure, incombenze marginali,
dipendenze.
Sono d’accordo con la prospettiva logoanalitica di Victor Frankl.
Se chi lotta per un fine che lo autotrascende, anche quando le cose
vanno male, non se ne preoccupa più di tanto. Anzi coglie nel
fallimento l’opportunità per trovare nuovi insegnamenti al suo
incessante progredire verso la meta, mentre chi non ha un
proposito centrale di vita dipende sempre dall’esterno, si
preoccupa in modo incessante di ogni cosa, è ossessionato
dall’idea di non farcela, si innamora di persone manipolatorie,
intraprende attività che non corrispondono ai suoi effettivi desideri
o svolge compiti per dovere che lo affaticano sempre.
Il prodigarsi su compiti non coerenti con il proprio scopo di vita,
provoca debolezza e noia.
La volontà del soggetto holi è vissuta come fatica e
coartazione, la volontà del soggetto kadosh è saggia e
gratificante, perchè i compiti che svolge non sono in funzione
dell’essere bravo, ma di una libera decisione di rispondere ad
un principio sovraordinato” (F. Nanetti, 2016).
POST IN PREVISIONE DEL PROGRAMMA SEMINARIO ON LINE DI DOMENICA 10 maggio 2020 SULA CONSAPEVOLEZZA DELLE AZIONI

OLTRE LA CRISI RI-NASCERE NEI MOMENTI DIFFICILI DELLA VITA PRATICHE DI RISVEGLIO INTERIORE

(Dal saggio in corpo di stampa di Franco Nanetti “Guarire le ferite emotive”) ® “Clinica esistenziale” Copyright

Nella crisi talora sembra tutto fermarsi.  

Spesso tendiamo a disperare.

Ma sovente la crisi è qualcosa che accade per svelarci un possibile riscatto,
per dirci che lì in quel momento buio e angosciante, una nuova luce finora
offuscata dalle nostre abitudini, dalle nostre maschere, dai nostri modi di
essere inautentici, può di nuovo risplendere.

Come affermava Pablo Neruda: “È per nascere che siamo nati”.

Scriveva sempre a questo proposito lo psicoanalista Luigi Zoia: “Si nasce
sempre due volte”.

La crisi è un invito alla nostra ri-nascita.

Talvolta nella crisi cerchiamo repentine soluzioni, ma la cura è “omeopatica”. 

Non si esce dalla crisi “fuggendo” verso subitanee distrazioni, ma talora
“sostando in essa” -senza passivizzarsi- fino a trovare un percorso “verticale”
di elevazione che ci consente di comprendere le ragioni della crisi stessa e
superarla nella prospettiva di un viaggio di conversione spirituale.

Scriveva de Mello “Non serve nella crisi riparare giocattoli, ma cambiare
gioco”  Non sempre è facile “sostare
nella crisi” per comprenderne le ragioni.

Talora ciò implica una ulteriore accettazione del dolore e della nostra
vulnerabilità, una discesa nel proprio “inferno” per potere risalire in uno
spazio di riscatto esistenziale dove riusciamo finalmente ad aprirci
autenticamente alla vita. Il primo passo si concentra sull’accettazione
incondizionata, su una “resa non rassegnata” che non concede sconti.

Non con questo che debba essere preclusa la ricerca di nuovi modi di comportarci
di tipo “orizzontale” nel mondo, modi che riteniamo assonanti ed
appropriati  con gli scopi che vogliamo
raggiungere. Ma

se desideriamo che il nostro cambiamento sia una conversione radicale sul
piano dell’ “essere” che “ci proietta oltre la crisi”, occorre comprendere che
la crisi è uno “schema di copione” che attende di

essere “esaminato” e “trasceso”. Altrimenti questo si ripresenta “mille
volte”.

Il lavoro di risveglio interiore attraverso l’esperienza della crisi
non sta allora solo all’esterno, ma implica un partire dall’interno, per diventare
sempre più presenti a chi realmente siamo e, nella prospettiva della
“Chiamata”,  diventare sempre più
noi  stessi.

Nella tradizione Sufi sta scritto che “quando il tuo unico problema sarà
pensare a Dio, allora Dio penserà a tutti i tuoi problemi”.

Post introduttivo al seminario   Del 26 Gennaio 2020 sul tema PRATICHE  DI RISVEGLIO INTERIORE Lavorare sulle emozioni: rabbia, colpa, paura, tristezza

 sono aperte le prenotazioni  3486881977

26 gennaio 2020 PRATICHE DI RISVEGLIO INTERIORE

per info e prenotazioni 3486881977

14 dicembre 2019 – Pesaro

Dalle ferite non guarite all’eccesso di controllo e compromessi Le resistenze al cambiamento: come affrontarle Esercitazione: “Farsi amica la paura” Esercitazioni sulla relazione di aiuto: “Oltre la paura” Post “Oltre la paura” La paura è la provocazione più subdola del male. L’essere nella paura vanifica la legge dell’attrazione impedendoci di dare plasmata realtà ai nostri desideri. Secondo la legge dell’attrazione noi diventiamo ciò che la mente immagina e il “cuore sente”. Se la persona che desidera qualcosa rimane costantemente focalizzata sulla paura, è l’oggetto della paura che si manifesta. Se, ad esempio, “desidero una relazione dove essere profondamente amato, ma per effetto di convinzioni limitanti, temo di venire rifiutato”, la mia paura attrae il rifiuto. Per questo Cesare Pavese nel suo “Diario”, scriveva (1948): “La cosa segretamente temuta accade sempre”. Se rimaniamo inconsapevolmente concentrati sulla paura, anziché attrarre ciò che desideriamo, attraiamo ciò che temiamo. Quando ci pieghiamo alla paura di non farcela e ai “non posso”, alla tendenza a criticarci incessantemente, ci allontaniamo dal nostro stato di integrità e dalla possibilità di fare accadere ciò che desideriamo. Se la paura sta sempre sulla scena, i nostri propositi “dichiarati” non possono realizzarsi. In altre parole, la legge dell’attrazione non funziona. (…) Non si tratta di vivere come se la paura non ci fosse, ma di agire nonostante la paura, dopo avere compreso la nostra intenzione al bene. Non abituarti mai alla paura. Don Abbondio ce lo ricorda. È normale avere paura. Ma stagnare nella paura “sporca”, nella paura che ci fa sprofondare nella paura della paura, ci paralizza. Affermava Seneca: “Non si smette di osare perché si ha paura, ma si ha paura perché si smette di osare”.

Sede:  Sala  congressi  Hotel  Savoy   -­‐  Viale  della  Repubblica -­‐  Pesaro  

Il  corso  è  a  numero  chiuso   –

 prenotazione  obbligatoria 3476881977

SABATO 23 NOVEMBRE 2019

DOMENICA 13 OTTOBRE 2019

ore
8,45-13,00

LE FERITE EMOZIONALI

trasformare il dolore in consapevolezza e pace interiore

PROGRAMMA  

Accogliere, conoscere, condividere le proprie emozioni

Come le emozioni si riconoscono nel corpo

Cambiare il proprio modo di pensare e l’abitudine di essere sé stessi

Pronto soccorso emotivo: come far fronte alla rabbia, alla paura, alla tristezza, alla colpa

Dare voce al bambino ferito dentro di noi: dalla reazione inconsapevole alla risposta consapevole

Il risveglio del cuore: allenarsi alla gioia

RELATORE:
Franco Nanetti

Sede: Sala Congressi Hotel Vittoria
Pesaro

Prenotazione obbligatoria

3486881977

aipac.pesaro@virgilio.it 

 www.aipac-counseling.it