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ESSERE IN EMPATIA Riflessione di Franco Nanetti sulla testimonianza di Thich Nhat Hanh

Domani, continuerò ad essere. Ma dovrai essere molto attento per vedermi. Sarò un fiore o una foglia. Sarò in quelle forme e ti manderò un saluto. Se sarai abbastanza consapevole, mi riconoscerai, e potrai sorridermi. Ne sarò molto felice”.
Queste parole del maestro Thich Nhat Hanh ci insegnano come essere in empatia oltre ogni confine attraverso il
coltivare la fervida coscienza dell’impermanenza, del nostro essere ovunque, della non separatezza.
L’empatia non è una serie di strategie ma è un “modo di essere” basato sulla pratica dell’inter-essere.
La sua biografia ne è un esempio.
Dopo la guerra del Vietnam, Thich Nhat Hanh, appena ventenne ma già monaco da quattro anni, abbandonò il monastero per andare nelle campagne a ricostruire i villaggi bombardati e negli ospedali da campo a curare i feriti, di
qualunque parte fossero, attirandosi il discredito di entrambi i governi in guerra, quello del Nord filocomunista
e quello del Sud filostatunitense, che non gli perdonarono il “crimine di curare il nemico”. Una scelta che pagò con
l’arresto, la tortura e, in fine, con un esilio di 39 anni che si concluse soltanto nel 2005.
Martin Luther King ne caldeggiò la sua candidatura al Nobel per la pace nel 1967.
Tentativo che sfumò nel nulla.
Ma la testimonianza di Thich Nhat Hanh non necessita di consacrazioni.
Il suo insegnamento non ha mai voluto essere una didascalia, un prontuario di tecniche ed insegnamenti (anche se non si può prescindere da questi), ma un modo autentico e consapevole di essere “insieme” con un cuore aperto e compassionevole.
Ieri la sua morte. Forse.
In un incontro su questo tema ebbe a dire “Devo darvi una buona notizia: non moriamo!
Ho chiesto ad una foglia se aveva paura dell’autunno, rispose di No.
Così mi apostrofò: “Ho fatto del mio meglio per nutrire l’albero, e adesso una gran parte di me è lì.
Questa forma non mi racchiude interamente.
Io sono anche l’albero, e una volta tornata alla terra continuerò a nutrirlo.
Perciò non mi preoccupo.
Quando lascerò questo ramo, volteggiando nell’aria losaluterò e gli dirò: Arrivederci, a presto”

L’ARCHETIPO DI CHIRONE

® “Clinica esistenziale” Copyright
(parzialmente tratto dai saggi di Franco Nanetti “Grammatica del cambiamento”, Erickson, Trento, 2017 e “Empatia” Pendragon, Bologna, 2021)

Chiunque voglia aiutare in autenticità di cuore un altro essere senziente che attraversa un momento di difficoltà e disagio esistenziale è un “guaritore ferito” che sa accogliere la propria sofferenza senza crogiolarsi in essa.
La capacità di confrontarsi con una parola profonda implica la capacità di sostare nel fallimento, nella paura, nel dolore,
implica la capacità di riconoscere la propria “deformità psicologica” e la propria fatica di crescere e soffrire.
“L’uomo”, scriveva il filosofo De Unamuno (1958), “per il fatto di essere uomo, rispetto all’asino e al gambero, è un
animale malato”.
L’essere soggetti psichici implica il percepire l’infrazione, lo scarto, “l’essere consapevoli della propria malattia”.
Quando uno specialista della relazione di aiuto si rifugia in uno stato di presunta guarigione, quando si percepisce sano al cospetto del paziente malato non potrà che esercitare l’illusoria pretesa di guarire, con l’effetto di proiettare la
propria parte oscura su di lui provocando risultati opposti a quelli desiderati.
Allorché lo specialista della relazione di aiuto, per paura della propria debolezza, si nasconde alle proprie ferite, la sua
azione non potrà che avere esiti negativi.
Lo specialista della relazione di aiuto che si crede “guarito”, non potrà che imporre con violenza la salute e la sanità
mentale.
Quando un “terapeuta”, supportato dalla presunta obiettività dei suoi strumenti diagnostici e degli interventi clinici, agisce sulla malattia del paziente, ponendosi al di fuori di essa (“Tu sei malato ed io ti guarisco”), non potrà nient’altro che esercitare atti di sopraffazione ed esprimere nella cura il proprio desiderio di potere.
Occorre “rimanere feriti” per amare e curare, rimanere in contatto con il proprio dolore senza crogiolarsi in esso.
Sono d’accordo con Neumann (1954), quando sostiene che per restare in una dimensione creativa di nutrimento della
coscienza volta alla domanda di senso, occorre rinunciare ad una fuga nell’adesione conformistica e nell’empirismo
ingenuo che annienta il tempo della riflessione, il sogno, l’evento psichico che inquieta e rigenera.
Nessun specialista della relazione di aiuto può tenersi distante dalla propria ferita, perché in essa è depositata la capacità di “sentire, percepire, comprendere l’altro”, e quando è possibile elevarsi con lui.
Nella mitologia greca il più antico tra i guaritori miracolosi è Chirone, centauro mezzo uomo e mezzo cavallo.
Il cavallo secondo il mito impersona la vitalità istintiva, l’uomo la saggezza che guida.
Il mito rimanda all’idea che non si può vivere e amare in consapevolezza di intenti, se non si mantiene il contatto con
la propria natura, la terra, le origini.
Chirone, infatti, non abbandona mai il proprio intimo soffrire.
Rimane in contatto con il dolore della ferita, rappresentato dall’essere stato respinto dalla madre Filina, figlia di Oceano.
Tale ferita dell’abbandono occuperà l’arco della sua intera esistenza. Infatti anche il suo allievo Eracle, in una sorta di
parricidio simbolico, lo abbandonerà allorché decide di trovare la propria strada, tanto da ferirlo con una freccia
intrisa del sangue di Idra.
La sua originaria ferita non potrà mai guarire. Ma come allude il mito, la forza vitale biofila di plasmare un mondo
sempre migliore nasce proprio da questa accettazione del dolore che non lo porterà a chiudersi in se stesso né a
rifugiarsi in un sogno di onnipotenza.
Consapevole della propria vulnerabilità, fragilità, provvisorietà, Chirone agirà con vitale apertura per accogliere
gli altri nel proprio cuore. Così Chirone si fa incatenare alla roccia al posto di Prometeo che è stato punito per la sua
hybris, tracotanza dovuta al fatto che per fuggire dai propri limiti, osa rubare il fuoco del cielo.
Chirone “decide di salvare Prometeo perché sa accettare la propria ferita”, sa esserne consapevole, viverla, trasformarla
nell’amore per gli altri.
In questa prospettiva si concentra la “salvezza”. Talora alcuni al cospetto della ferita si ritirano dalla vita con
l’unico desiderio di distruggersi e vendicarsi.
Chirone invece ha come esclusiva ed unica prospettiva l’intimo desiderio di potere sperimentare un amore che fluisce
da sé all’altro.
Ogni volta che torniamo alla ferita non cadiamo in uno sterile vittimismo, ma accettiamo la sua universalizzazione come atto sociale, sapendo che senza la porta del dolore non si entra nella gioia.
Opporsi al dolore significa anestetizzare la gioia, la vitalità dell’esserci, una sana capacità di amare e desiderio di
conoscere.
E’ un errore, come accade a molti studenti di psicologia, credere che solo studiando si impari a curare le ferite della
vita.
Senza un lavoro personale sulle proprie ferite, nessuno può diventare un “buon specialista della relazione di aiuto”.
Certamente questo non rende nessuno automaticamente capace di esserlo.
Occorre che, riconosciuta la ferita, ognuno impari ad aiutare se stesso prima di aiutare gli altri. Nessun specialista della
relazione di aiuto può entrare in risonanza con un “cliente” se non si abitua a dialogare con la propria natura ferita e a trarne possibili insegnamenti.
Scriveva Peter Schellembaum (2001): “Per entrare in risonanza con altre persone un terapeuta dovrebbe non
soltanto essere ferito, ma anche essere consapevole delle proprie ferite. Chi non ha mai sofferto per una ferita d’amore
non potrà mai entrare davvero in relazione con chi ne sta soffrendo, anche se questo si può dire soltanto con una certa
cautela; nella nostra vita non possiamo aver patito tutte le sofferenze di questo mondo. Esse sono comunque dentro di
noi a livello potenziale, anche se non le abbiamo vissute, semplicemente perché siamo esseri umani”.
Comprendere se stessi e l’altro è accettare la sfida di smarrirci nella bellezza della vita nonostante il dolore e
il misterioso “gioco” dell’impermanenza.

IL DESIDERIO DELL’ESSENZA. Sono il vero regista della mia vita?

® “Clinica esistenziale” Copyright
(parzialmente tratto dai saggi di Franco Nanetti “Grammatica del cambiamento”, Erickson, Trento, 2017 e “Empatia” Pendragon, Bologna, 2021)

Quello che desideri realizzare è veramente quello che vuoi?
Ci sono due tipi di desideri che orientano la nostra vita: il desiderio egoico o “desiderio della personalità” connesso con il sentimento della mancanza, ed il desiderio dell’anima o “desiderio dell’essenza” connesso con il sentimento della pienezza.
Mentre il primo, ossia il desiderio egoico, quale residuo di una antica ferita mai trasformata, è rispondente al tentativo di compensare ciò che l’Ego non tollera di vedersi privato (si pensi all’adolescente che vuole comprarsi una automobile di lusso come status symbol per avere successo con le ragazze), il secondo, ossia il desiderio dell’essenza, è rispondente alla volontà di accrescere il campo delle possibilità per diventare sempre più se stessi e per essere sempre più congruenti con la propria “mission”, la propria “chiamata”, la propria “particolarità” (si pensi a chi desidera prodigarsi per aiutare qualcuno in difficoltà al fine di aderire ad un sentimento di amore universale come servizio).
Se nel “desiderio egoico”, dal momento che la percezione di non farcela crea una intensa sofferenza, domina l’intransigenza e lo sforzo, nel
“desiderio dell’essenza”, dal momento che si è partecipi alla gioia del progredire e non del riuscire “necessariamente” in qualcosa, domina un senso diffuso di pace interiore.
Non importa se si fallisce.
Ogni difficoltà è un’opportunità per esplorare qualcosa di sé ed evolvere spiritualmente.
Tutto è un sogno per “cercarsi” e “ritrovarsi”.

La meditazione ad orientamento esistenziale è funzionale a conquistarci il “desiderio della pienezza”

(dal saggio “Il risveglio della coscienza, Aipac, Pesaro, 2021).

PSICOLOGIA E SPIRITUALITÀ LA TRASFORMAZIONE INTERIORE COME ASCESI

SEMINARI ON LINE

Dalle passioni alle virtù . Percorsi di alchimia delle emozioni Pratiche di discernimento spirituale, trasmutazione emozionale, consapevolezza profonda e pace interiore attraverso la lettura delle opere di Evagrio Ponticus, Georges Ivanovic Giurdjieff e Dante Alighieri
Relatore: Franco Nanetti (Università di Urbino)
® “Clinica esistenziale” Copyright
(parzialmente tratto dai saggi di Franco Nanetti “Grammatica del cambiamento”, Erickson, Trento, 2017 e “La guarigione del cuore” Pendragon, Bologna, 2021)

Fatti non foste per vivere come bruti,
ma seguire virtude e conoscenza.
Inferno 26
Dante Alighieri

Le “psicologie contemporanee”, se si limitano a disoccultare l’inconscio, a cambiare processi di pensiero o a volere cancellare la sofferenza con sofisticate tecniche di soluzione ai problemi, senza volere transitare verso gli spazi dell’autotrascendenza e della ricerca spirituale, ottengono precari risultati.
Il compito di un “vero” percorso trasformativo si riassume nella ricerca
interminabile della verità e una “nuova visione delle cose” nella ricerca di una coscienza superiore che ci riconnette con un’autentica capacità di amare.
La via della trasformazione interiore non è il piacere né il potere, ma la ricerca della verità, anche quando questa comporta un lievitare del dolore, dell’angoscia e della paura, comporta un impegno a migliorarmi e perfezionarmi per rendere migliore e perfezionare il mondo in cui vivo.
I problemi esistenziali non si risolvono con qualche semplice “tecnica” che ci allontana più o meno repentinamente dalla sofferenza, ma attraverso un percorso nel quale la persona sofferente cerca di affrancarsi dal proprio stato di falsificazione della realtà, di deiezione e di alienazione, per approdare ad una ricerca dell’alterità, del progetto, dell’ulteriorità e di una maggiore consapevolezza del proprio essere in uno stato di profonda connessione e amore.
Se ci prendiamo la responsabilità di scrutare cosa si cela al fondo della sofferenza che proviamo, possiamo intravedere un profondo tradimento della nostra autenticità esistenziale, di uno stato di povertà di senso e di “negligenza etica” che ci ha impedito di sottrarci alle abitudini inconsapevoli, che nell’illusione di proteggerci dalla paura, in realtà ci hanno depauperato della capacità di amare.
La vera trasformazione non si focalizza su un semplice stare bene, poiché il suo vero scopo è la ricerca di una visione delle cose conquistata in un costante percorso di ascesi, di consapevolezza e di realizzazione della propria unicità.

Quando cambiamo dobbiamo sapere che il nostro percorso prevede sempre un connettersi con qualcosa di più vasto che ci unisce, e che cambiando in prima persona noi stessi nello stesso tempo influenziamo sempre il mondo che abitiamo.

autore Franco Nanetti

Date degli incontri

30/31 Dicembre 2021 ore 11/13,00
1 Gennaio 2022 ore 11/13,00
nella serata del 31 Dicembre dalle 22,30 in poi seguiranno momenti di riflessione, confronto, meditazione e ricerca interiore con proiezioni di trailer e lettura di frammenti di poesia,

L’intero percorso ha un costo di 65 euro
La partecipazione alla serata dalle 22.30 del 31 dicembre è gratuita
Per iscrizioni e informazione :
3398912938
aipac.pesaro@gmail.com aipac.pesaro@virgilio.it

L’importo può essere depositato al seguente IBAN intestato all’AIPAC: IT80L0538713310000042082143 entro il giorno precedente al seminario. Chiediamo gentilmente di indicare nella causale nome, cognome e le date di partecipazione e inviarlo alla mail del tutor di riferimento: Paola Cangini – Marina Gori – Pierpaolo Gambuti – Emiliana Baldessari

SETTEMBRE – DICEMBRE 2021

Domenica 12 Settembre 2021 Ore 9.00-11.30 
Ricerche, approfondimenti, esercizi sul tema: Perdonare per-donarsi 
La collusione emotiva nelle relazioni: come liberarsi dalla dipendenza affettiva con il metodo degli specchi esseni e ritrovare l’amore autentico 

La partecipazione al seminario, comprensivo del materiale didattico, è di 20 euro.

Domenica 26 settembre 2021 Ore 9.00-12.30
Programmazione neurolinguistica, neuroscienze e spiritualità Riscoprire le proprie risorse con la time line 

Domenica 10 ottobre 2021 Ore 9.00-12.30
Lo sguardo della vastità del cuore Percorsi di decentramento cognitivo e decrescita egoica per creare egregore positive Il gioco delle posizioni percettive

Domenica 24 ottobre 2021 Ore 9.00-12.30
La collusione emotiva Il ritiro delle proiezioni Comprendersi attraverso la realtà specchio, Esercitazione: “Io come te”

Domenica 7 novembre 2021 Ore 9.00-12.30
L’arte di decidere Decidere in cinque secondi o sostare negli opposti
Quando occorre non decidere per fermare il tempo e ritrovare il nostro centro
Il gesto spontaneo di Peter Schellenbaum: interpellare il nostro bambino naturale.

Domenica 28 novembre 2021 Ore 9.00-12.30
La pratica dell’entanglement
La meditazione quantistica
Innalzarsi vibrazionalmente per cambiare il nostro destino

Domenica 12 dicembre 2021 Ore 9.00-12.30
La comunicazione del cuore Il feedback fenomenologico
Dall’autorivelazione al cambiare l’impronta delle nostre ferite
 Condividere la vulnerabilità con il proprio partner per dare inizio a una nuova vita

La partecipazione al seminario, comprensivo del materiale didattico, è di 30 euro. 

L’intensivo  di fine anno si svolgerà dal 30 dicembre 21  al 1° gennaio 22

 prevede un lavoro esperienziale incentrato su  “La pratica dell’alchimia trasformativa in Dante Alighieri e l’opera di Gurdjieff”.  

Relatore: Franco Nanetti Università di Urbino  

GRUPPI DI STUDIO 

Mercoledì 15 settembre ore 19.00-20.30 “Conoscere la propria ombra” 
Mercoledì  6 ottobre       ore 19.00-20.30 “Agire la risorsa che si vuole realizzare” 
Mercoledì 27 ottobre      ore 19.00-20.30 “L’arte di lasciare andare per fare accadere” 
Mercoledì 10 novembre ore 19.00-20.30 “Parlare con il cuore” 
Mercoledì  1° dicembre   ore 19.00-20.30 “La parola che crea” 

Ogni incontro è riservato a coloro che hanno partecipato ai seminari della domenica per un numero massimo di 25 persone. 

Il costo è di 10 euro a incontro.  

PER ISCRIZIONE
Comunicare via mail o con messaggio su whatsapp la propria adesione Inviare copia del bonifico via mail o su whatsapp

L’importo può essere depositato al seguente IBAN intestato all’AIPAC: IT80L0538713310000042082143

entro il giovedì  che precede il seminario. 
Chiediamo gentilmente di indicare nella causale nome, cognome e le date di partecipazione e inviarlo alla mail del tutor di riferimento.
Ogni incontro si svolge sulla piattaforma zoom

Programma fine anno 2020 e nuovo inizio 2021

31 dicembre 2020
Ore 10.00-12.30 1° Seminario
Pratiche di mindfulness emozionale
Meditazione: L’amore sovrano
Meditazione: spegnere il fuoco della rabbia
Ore 15.00-17.00 2° Seminario
Aivanhov: autenticità della parola, dello sguardo, delle mani, del gesto
Dalle 22.30 in poi

L’ESSENZIALE DELLA VITA
Proiezione delle lectio magistralis in originale di Omraan Aivanhov
(con traduzione in italiano)
Esercitazione: “La mia mission”
L’augurio di un nuovo inizio di Omraan Aivanhov
“Che cosa ci lasciamo alle spalle e che cosa incontrare per il futuro: ubriacarsi di spiritualità ”
La serata del 31 dicembre dalle ore 22.30 in poi
è ad ingresso libero gratuito su prenotazione.

1° gennaio 2021
Ore 11.00 -13.00 3° Seminario
Dialogare con il proprio bambino interiore
L’evoluzione del proprio copione di vita al cinema
Gruppi di evoluzione personale con schede di approfondimento

2 gennaio 2021
Ore 10.30-12.30 4° Seminario
La Nuova legge dell’attrazione: chiedere, credere, ricevere
Gruppi di reflecting esistenziale con scheda di approfondimento:

una via per comprendersi nella maggiore vastità e profondità dei propri compiti spirituali attesi e disattesi

3 gennaio 2021
Ore 10.30-12.30 5° Seminario
La legge dell’amore, della causa-effetto, della polarità:

percorsi di trasmutazione emozionale
Gruppi di evoluzione personale con schede di approfondimento

4 gennaio 2021
Ore 10.30-12.30 6° Seminario
Perdonarsi: dal senso di colpa alla “torta” della responsabilità
Imparare ad amarsi per riprendere a creare la propria vita
Gruppi di evoluzione personale con schede di approfondimento
Conclusioni – Imparare ad amarsi per riprendere a creare la propria vita

Ogni seminario come ogni gruppo di reflecting sarà condotto da Franco Nanetti-
I gruppi di evoluzione personale con schede di approfondimento sono condotti dai docenti collaboratori Aipac

I seminari si svolgono online sulla piattaforma zoom.

per informazioni sui costi  3486881977  aipac.pesaro@virgilio.it

L’importo può essere depositato al seguente IBAN intestato all’AIPAC: IT62T0311113310000000022352

entro e non oltre le ore 16 del giorno precedente il seminario online. Chiediamo gentilmente di indicare nella causale nome, cognome e le date di partecipazione. La partecipazione all’intero percorso per complessive 16 ore in 5 giornate è di 100 euro
La partecipazione all’intera giornata del 31 dicembre è di 40 euro
La partecipazione ad un singolo seminario è di 20 euro

(dal saggio riveduto ed ampliato di Franco Nanetti dal titolo “Psicologia e Spiritualità”, My Life, Rimini, 2015)

Franco Nanetti

La vetta più elevata dell’amore spirituale è il perdono assoluto o
incondizionato, l’essere nel perdono senza la necessità di
perdonare, il potere fare intima esperienza del perdono e del
perdonare “settanta volte sette”.
Se il perdono condizionato è un atto egoico che si compie nella
formula, forse un po’ superba, di chi dice: “Io ti perdono” o “Io mi
perdono”, il perdono assoluto o incondizionato è uno stato
estatico della mente non duale capace di cogliere una dimensione
dell’essere senza separazione e senza colpa.
Il perdono incondizionato è un offrirsi all’altro senza memoria e
senza desiderio, è un Sì a se stessi e alla vita per come questa si
manifesta.
Il perdono incondizionato risiede nel “fare anima”.
Nessuna fretta. Si tratta di imparare ad accogliere la rabbia, il
dolore, la paura, per poi “elevarsi”.
La pratica del “perdonare e perdonarsi” è un percorso di
trasmutazione verso lo sguardo della vastità del cuore dove tutto si
dissolve, dove il perdono viene elargito come una preghiera,
un’invocazione, un dono.
Ci sono circostanze in cui anche una persona che si è vista
mille volte la si può vedere per la prima volta. Quella prima
volta la si vede per quello che è, senza storia, senza colpa,
senza supposizioni, senza pretese.
Lì ci sono gli “occhi del cuore”.
Questo è il perdono incondizionato.

NEUROSCIENZE DELLE “CAREZZE”

“Clinica esistenziale®” (Dal saggio di Franco Nanetti “Guarire le ferite emotive” in corpo di stampa)

Il cervello rettile, la cui formazione risale a circa duecento milioni di anni
fa, svolge di base funzioni che sono in parte simili a quelle che consentono
la sopravvivenza dei rettili.
Tale cervello è formato da varie sottostrutture che, a partire dal midollo
spinale (nell’interno cavo della colonna vertebrale), comprendono il
tronco encefalico, il cervelletto, parti del talamo e di alcuni altri organi
posizionati nella base della scatola cranica.
Le operazioni che è in grado di compiere questa parte del cervello sono
strettamente connesse con la sopravvivenza, ossia a comportamenti
associati al nutrimento, all’attacco/fuga, all’accoppiamento.
Il cervello limbico si trova al di sopra del tronco encefalico, nella base
della scatola cranica. Tale formato da alcune sottostrutture di cui le
principali sono il talamo (condiviso col cervello rettile), l’ipotalamo e
l’amigdala. La sua formazione risale a trecento e duecento milioni di
anni fa. Tale cervello collabora sia col cervello rettile per il mantenimento
del corretto funzionamento fisiologico di base dell’organismo, sia per il
corretto funzionamento della sfera “emotiva”. In esso si attualizza una
gerarchia di importanza emotiva, si attivano processi psicosomatici
legati al piacere, alla paura, alla gioia, alla tristezza, alla curiosità, alla
rabbia e trova luogo una memoria selettiva (anche inconscia) di eventi
che si sono impressi perché hanno in qualche modo minacciato la
sopravvivenza dell’individuo.
La neo-cortex è di recente formazione: circa quattro milioni di anni fa.
E’ costituita da uno spessore di alcuni millimetri di materia grigia che
ricopre interamente (come una corteccia appunto) tutte le circonvoluzioni
della massa cerebrale.
Tale corteccia cerebrale è formata approssimativamente da dieci miliardi
di neuroni e migliaia di miliardi di circuiti diversi che permettono le
molteplici varietà di pensiero: analizzare, riflettere, indurre, dedurre,
fare ipotesi, calcolare, proiettarci nel futuro, comprendere e
condividere i sentimenti.
Secondo Antonio Damasio l’emozione è la bussola dell’azione, ma
un’emozione non integrata e plasmata dalla capacità cognitiva non porta a
un’azione “intelligente”.
Il lavoro sulle carezze in ambito analitico transazionale è un viatico per
transitare dalla reazione mesopaleocorticale alla risposta neo-meso
corticale
La “carezza” è comunicazione tra due persone dove entra in gioco la
sensibilità, il sentire emotivo, la comprensione cognitiva del contesto e
dell’ opportunità dell’azione, l’ascolto del proprio stato fisico
(propriocettivo), e l’ascolto attento (esterocettivo) dell’altro.
La carezza è una naturale espressione della propria intelligenza
emotiva, della globalità del proprio essere, un ponte per un percorso
di evoluzione spirituale.

ESERCITAZIONE: L’AUTENTICITÀ DELL’ESSERCI
In barba ai comandi repressivi del Genitore Critico Punitivo interno, ogni
volta che ce la sentiamo o lo riteniamo opportuno, possiamo:

  • dare “carezze”
  • chiedere “carezze desiderate”
  • accettare “carezze desiderate”
  • rifiutare “carezze indesiderate”
  • dare “carezze” a se stessi
    Provate in coppia o in piccoli gruppi a sperimentare lo scambio di carezze, ricordando ogni volta che vuoi dare una
    carezza le seguenti fondamentali regole:
  • chiedere il permesso (“Desidero farti un complimento, me lo consenti?”), al fine di rispettare i confini e i sentimenti
    altrui;
  • essere sinceri: un messaggio che parte dal cuore non può avere come sfondo la disonestà e l’intento d’ingannare;
    -depotenziare il Genitore Critico interno, ossia inviare messaggi positivi, anche quando ci sono voci interne che ci
    dicono: “L’altro non mi crederà…Chissà che cosa pensa di me?…Dopo mi sentirò inadeguato…”

LA FERITA EMOTIVA È UNA “FERITOIA DI LUCE”

(Dal saggio di Franco Nanetti “Grammatica del cambiamento”, Erickson, Trento, e  “Guarire le ferite emotive” in corpo di stampa)

Franco Nanetti

Professore di ruolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico, Direttore dei Master in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, supervisore e coordinatore scientifico della Scuola Superiore in “Clinica esistenziale”. E’ autore di numerosi libri pubblicati con case editrici nazionali ed internazionali.

Sono sempre più convinto che non bisogna aspettare di essere felici quando le cose vanno bene, ma quando decidiamo di vivere la gioia nonostante difficoltà, fallimenti, disagi, perdite, lutti, malattie.

La vita ci riserva sempre momenti di dolore.

Eppure penso che si debba comprendere che le nostre ferite sono anche un’opportunità per la nostra evoluzione, uno speciale “ologramma” al servizio della vita.

Senza le nostre ferite non possiamo elevarci e diventare la nostra “essenza”. A un patto, però: che le accettiamo, le ospitiamo nel nostro cuore senza avversarle, senza lamentarci.

Se rigettiamo le nostre ferite, perché ci opponiamo al dolore che inevitabilmente provocano, se ci lamentiamo ed inveiamo contro di esse, ci priviamo del loro potenziale di “luce”.

Scriveva James Hillman (2001): “Sono diventato tenace perché ho dovuto far fronte alla mia debolezza. La mia evoluzione era nella ferita”.

Ogni ferita è una “feritoia di luce” che passo dopo passo, se affrontata in consapevolezza, ci eleva, ci cura e ci rende unici e speciali.

Ma perché ogni ferita possa adempiere al suo compito evolutivo ci vuole il giusto coraggio di accettarla anche nei momenti più difficili, anche quando la “maschera egoica” vorrebbe nasconderla.

Spesso “seppur nascosta” la ferita emotiva dell’infanzia riemerge in modo inaspettato.

Carla durante una discussione con Mario sente il partner che alza la voce. Si ammutolisce. Quel terrore che prova non ha a che fare con l’irruenza del partner, ma con il fatto che le urla di Mario evocano in lei una ferita del passato mai cicatrizzata, presumibilmente legata ad un rapporto conflittuale con il padre.

L’esorbitanza della reazione emotiva di Carla che la porta a chiudersi in se stessa, non riguarda l’ “adesso” ma un “allora” che vive dentro di lei nonostante il passare degli anni.

Le conseguenze sono molteplici.

Una prima, concerne il fatto che la ferita emotiva inascoltata  viene rimossa o negata attraverso comportamenti dissonanti con l’intimo sentire, tanto ad esempio che Carla pur di evitare ogni conflitto diventa “compiacente” (e di questa sua compiacenza ne soffre).

La seconda conseguenza sta nel fatto che il “corpo di dolore” quale “memoria di quella antica ferita” non si rilassa mai.

Carla vive in una costante frenesia, che la spinge a fare tutto nella fretta.

Essendo la ferita emotiva congelata nel corpo, difficilmente riesce ad andare in vagotonia.

Nel timore dell’antica minaccia la persona “ferita” vive prevalentemente in uno stato adrenergico di tipo reattivo che crea stress e varie malattie.

La terza conseguenza sta nel fatto che allorché lo schema emotivo ricorrente della ferita viene proiettato  nelle forme pensiero, tanto che la persona ferita inconsapevolmente attrae situazioni che sono speculari allo schema emotivo che prova.

Carla vive spesso momenti di intensa aggressività con il partner, come se il ricordo emotivo del passato si riproponesse sempre.

Come scriveva Cesare Pavese (1949): “La cosa temuta accade sempre”.

La quarta conseguenza sta nel fatto che l’esorbitanza della reazione emotiva non consente a chi vive la ferita di avere una chiara visione delle cose. Carla nell’esorbitanza emotiva tende a rimuginare sul passato e a percepire in modo confuso il futuro.

In previsione dell’incontro di presentazione del Master, desidero precisare che non sempre si guarisce la ferita, ma che si può guarire “attraverso” la ferita, perché possiamo imparare tante cose dalla sofferenza.

Ad una condizione, però: che insegniamo al nostro cuore ad accoglierla.

“La cura per il dolore, scriveva il poeta Rumi, è nel dolore”.

LA MENTE EMOTIVA

Scriveva Gaston Bachelard (1951): “Il corpo sussurra in continuazione. Quando ne ascolti il mormorio, percepisci la verità”.
Recenti ricerche (C. Pert*, R. Ruff, E. Mezey, j. Wurtman, R. Roy, D.Chopra 2006-2017) hanno dimostrato che non solo il cervello influenza le nostre cellule, ma anche le cellule in parti colare a livello della membrana nella forma del rimbalzo biochimico influenzano il nostro cervello, che la mente nel corpo è parte integrante delle funzioni cerebrali, che ogni pensiero contagia ed è contagiato da tutto ciò che accade nel corpo e “oltre il corpo” (entanglement quantistico), che ogni schema emozionale ricorrente connesso con la ferita continua ad rimanere nella memoria del corpo.
Nei primi anni settanta Candace Pert (2008) scrisse un libro “Molecole delle emozioni” che poneva l’intento di dimostrare come la vita di ogni cellula è determinata dal tipo di recettori presenti sulla sua superficie e come questi avessero specifiche correlazioni con sostanze chimiche o speciali ligandi.
Abbiamo tre tipi di ligandi: i neurotrasmettitori, gli steroidi, i peptidi.
Questi ultimi, ossia i peptidi, sono costituiti da molecole che forniscono informazioni e che mettono in comunicazione numerosi sistemi:
endocrino, neurologico, gastrointestinale, immunitario.
I peptidi seguono il seguente percorso: dopo che sono stati prodottinell’ipotalamo -ghiandola che influenza le emozioni che proviamo-
vengono convogliati verso la ghiandola pituitaria, per poi entrare nel circuito ematico ed agganciarsi alle cellule, creando fenomeni fisiologici infinitesimali volti a regolare i processi vitali delle cellule stesse e lo stato dell’umore.
Joe Dispenza (2014) afferma che non necessariamente una cellula è un clone della precedente, in quanto essa può contenere più recettori del peptide a cui si è legato. In altri termini se la cellula ha ricevuto peptidi prodotti dalla depressione, la nuova cellula che si costituirà a partire dalla
precedente, avrà più recettori della depressione, diventando così incapace
di ricevere peptidi positivi, ad esempio quelli forgiati dalla gioia.
Dal momento che i recettori della membrana cellulare sono sia destinati a
ricevere messaggi che vengono prodotti a livello cerebrale che a inviare messaggi per la produzione di peptidi, si comprende pienamente che il
nostro corpo è costantemente influenzato da ciò che sentiamo e pensiamo,
e viceversa. Infatti l’aspetto più sconvolgente sta nel fatto che allorchè
la mente produce uno stato d’animo, il corpo tende a perpetrarlo.
“Un’ora di depressione, scrive Candace Pert, produce un numero elevatissimo di recettori che inviano attraverso determinati peptidi
messaggi al mesencefalo di natura depressiva.
In altre parole il melanconico grave è colui che per un periodo molto lungo si è trovato costretto a vivere la depressione nel corpo, tanto che nel corso
del tempo le spalle si sono abbassate, i muscoli hanno perso tonicità, lo sguardo si è proiettato verso il basso, la mimica si è bloccata, la pelle ha perso colore ed elasticità, le membrane cellulari hanno assimilato abbondantemente ligandi depressivi. Ciò spiegherebbe perché se ci lasciamo inquinare dalla depressione è così difficile uscirne”. Possiamo comprendere che se le cellule sono generate in base a ciò che pensiamo e
sentiamo, è importante che siamo consapevoli di poter regolare i nostri pensieri e i nostri stati emotivi.
Scrive Chris Prentiss (2008): “Se per un’ora siete depressi, avete prodotto circa 18 miliardi di nuove cellule con un numero superiore di recettori che attirano peptidi depressi, e un numero inferiore di quelli che chiamano in azione peptidi positivi. E’ come se trilioni e trilioni di recettori si portassero le mani a coppa attorno alla bocca, urlando: “Mandateci più depressione!”.
In altri termini se i pensieri tetri e negativi influenzeranno il corpo affinchè si abitui con più facilità a provare tristezza anziché gioia, a sua volta in una
sorta di spirale viziosa sarà il corpo a ri-generare pensieri “tetri-negativi”,
rendendo il soggetto sempre più dipendente dallo stato melanconico.
Vale a dire che se non abbiamo un adeguato controllo della nostra mente
inconscia, possiamo intossicarci dei nostri stati emotivi negativi, sviluppando una dipendenza verso di essi. In altri termini, se il nostro
atteggiamento mentale è orientato alla svalutazione, diventeremo voraci di
stati depressivi, mentre se in qualche modo sapremo, valorizzandoci, renderci felici, inevitabilmente il nostro corpo imparerà la gioia. Questo vale anche per altre emozioni. Si pensi nel medesimo modo alla rabbia.

La rabbia produce adrenalina, ma più siamo dipendenti dall’adrenalina più
tendiamo a “confliggere” con chiunque o venire soverchiati da una sorta di
rabbia rivendicativa che non plasma il mondo ma che crea profonda
sofferenza.

NEUROSCIENZE DELLE “CAREZZE”
Il cervello rettile, la cui formazione risale a circa duecento milioni di anni fa, svolge di base funzioni che sono in parte simili a quelle che consentono la sopravvivenza dei rettili.
Tale cervello è formato da varie sottostrutture che, a partire dal midollo spinale (nell’interno cavo della colonna vertebrale), comprendono il tronco encefalico, il cervelletto, parti del talamo e di alcuni altri organi posizionati nella base della scatola cranica.
Le operazioni che è in grado di compiere questa parte del cervello sono strettamente connesse con la sopravvivenza, ossia a comportamenti associati al nutrimento, all’attacco/fuga, all’accoppiamento.
Il cervello limbico si trova al di sopra del tronco encefalico, nella base della scatola cranica. Tale formato da alcune sottostrutture di cui le principali sono il talamo (condiviso col cervello rettile), l’ipotalamo e l’amigdala. La sua formazione risale a trecento e duecento milioni di anni fa. Tale cervello collabora sia col cervello rettile per il mantenimento del corretto funzionamento fisiologico di base dell’organismo, sia per il corretto funzionamento della sfera “emotiva”. In esso si attualizza una gerarchia di importanza emotiva, si attivano processi psicosomatici legati al piacere, alla paura, alla gioia, alla tristezza, alla curiosità, alla rabbia e trova luogo una memoria selettiva (anche inconscia) di eventi che si sono impressi perché hanno in qualche modo minacciato la sopravvivenza dell’individuo.
La neo-cortex è di recente formazione: circa quattro milioni di anni fa.
E’ costituita da uno spessore di alcuni millimetri di materia grigia che ricopre interamente (come una corteccia appunto) tutte le circonvoluzioni della massa cerebrale.
Tale corteccia cerebrale è formata approssimativamente da dieci miliardi di neuroni e migliaia di miliardi di circuiti diversi che permettono le molteplici varietà di pensiero: analizzare, riflettere, indurre, dedurre,fare ipotesi, calcolare, proiettarci nel futuro, comprendere e condividere i sentimenti.
Secondo Antonio Damasio l’emozione è la bussola dell’azione, ma un’emozione non integrata e plasmata dalla capacità cognitiva non porta a
un’azione “intelligente”.
Il lavoro sulle carezze è un viatico per transitare dalla reazione mesopaleocorticale alla risposta neo-meso corticale La carezza è comunicazione tra due persone dove entra in gioco la sensibilità, il sentire emotivo, la comprensione cognitiva del contesto e dell’ opportunità dell’azione, l’ascolto del proprio stato fisico (propriocettivo), e l’ascolto attento (esterocettivo) dell’altro.
La carezza è una naturale espressione della propria intelligenza emotiva, della globalità del proprio essere, un ponte per un percorso di evoluzione spirituale.

(Dal saggio di Franco Nanetti “Grammatica del cambiamento”, Erickson, Trento, e “Guarire le ferite emotive” in corpo di stampa)

Franco Nanetti professore di ruolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico,® “Clinica esistenziale” Copyright

Direttore dei Master in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, supervisore e coordinatore scientifico della Scuola Superiore
in “Clinica esistenziale”. E’ autore di numerosi libri pubblicati con case editrici nazionali ed internazionali.