Archivi del mese: Novembre 2020

(dal saggio riveduto ed ampliato di Franco Nanetti dal titolo “Psicologia e Spiritualità”, My Life, Rimini, 2015)

Franco Nanetti

La vetta più elevata dell’amore spirituale è il perdono assoluto o
incondizionato, l’essere nel perdono senza la necessità di
perdonare, il potere fare intima esperienza del perdono e del
perdonare “settanta volte sette”.
Se il perdono condizionato è un atto egoico che si compie nella
formula, forse un po’ superba, di chi dice: “Io ti perdono” o “Io mi
perdono”, il perdono assoluto o incondizionato è uno stato
estatico della mente non duale capace di cogliere una dimensione
dell’essere senza separazione e senza colpa.
Il perdono incondizionato è un offrirsi all’altro senza memoria e
senza desiderio, è un Sì a se stessi e alla vita per come questa si
manifesta.
Il perdono incondizionato risiede nel “fare anima”.
Nessuna fretta. Si tratta di imparare ad accogliere la rabbia, il
dolore, la paura, per poi “elevarsi”.
La pratica del “perdonare e perdonarsi” è un percorso di
trasmutazione verso lo sguardo della vastità del cuore dove tutto si
dissolve, dove il perdono viene elargito come una preghiera,
un’invocazione, un dono.
Ci sono circostanze in cui anche una persona che si è vista
mille volte la si può vedere per la prima volta. Quella prima
volta la si vede per quello che è, senza storia, senza colpa,
senza supposizioni, senza pretese.
Lì ci sono gli “occhi del cuore”.
Questo è il perdono incondizionato.

NEUROSCIENZE DELLE “CAREZZE”

“Clinica esistenziale®” (Dal saggio di Franco Nanetti “Guarire le ferite emotive” in corpo di stampa)

Il cervello rettile, la cui formazione risale a circa duecento milioni di anni
fa, svolge di base funzioni che sono in parte simili a quelle che consentono
la sopravvivenza dei rettili.
Tale cervello è formato da varie sottostrutture che, a partire dal midollo
spinale (nell’interno cavo della colonna vertebrale), comprendono il
tronco encefalico, il cervelletto, parti del talamo e di alcuni altri organi
posizionati nella base della scatola cranica.
Le operazioni che è in grado di compiere questa parte del cervello sono
strettamente connesse con la sopravvivenza, ossia a comportamenti
associati al nutrimento, all’attacco/fuga, all’accoppiamento.
Il cervello limbico si trova al di sopra del tronco encefalico, nella base
della scatola cranica. Tale formato da alcune sottostrutture di cui le
principali sono il talamo (condiviso col cervello rettile), l’ipotalamo e
l’amigdala. La sua formazione risale a trecento e duecento milioni di
anni fa. Tale cervello collabora sia col cervello rettile per il mantenimento
del corretto funzionamento fisiologico di base dell’organismo, sia per il
corretto funzionamento della sfera “emotiva”. In esso si attualizza una
gerarchia di importanza emotiva, si attivano processi psicosomatici
legati al piacere, alla paura, alla gioia, alla tristezza, alla curiosità, alla
rabbia e trova luogo una memoria selettiva (anche inconscia) di eventi
che si sono impressi perché hanno in qualche modo minacciato la
sopravvivenza dell’individuo.
La neo-cortex è di recente formazione: circa quattro milioni di anni fa.
E’ costituita da uno spessore di alcuni millimetri di materia grigia che
ricopre interamente (come una corteccia appunto) tutte le circonvoluzioni
della massa cerebrale.
Tale corteccia cerebrale è formata approssimativamente da dieci miliardi
di neuroni e migliaia di miliardi di circuiti diversi che permettono le
molteplici varietà di pensiero: analizzare, riflettere, indurre, dedurre,
fare ipotesi, calcolare, proiettarci nel futuro, comprendere e
condividere i sentimenti.
Secondo Antonio Damasio l’emozione è la bussola dell’azione, ma
un’emozione non integrata e plasmata dalla capacità cognitiva non porta a
un’azione “intelligente”.
Il lavoro sulle carezze in ambito analitico transazionale è un viatico per
transitare dalla reazione mesopaleocorticale alla risposta neo-meso
corticale
La “carezza” è comunicazione tra due persone dove entra in gioco la
sensibilità, il sentire emotivo, la comprensione cognitiva del contesto e
dell’ opportunità dell’azione, l’ascolto del proprio stato fisico
(propriocettivo), e l’ascolto attento (esterocettivo) dell’altro.
La carezza è una naturale espressione della propria intelligenza
emotiva, della globalità del proprio essere, un ponte per un percorso
di evoluzione spirituale.

ESERCITAZIONE: L’AUTENTICITÀ DELL’ESSERCI
In barba ai comandi repressivi del Genitore Critico Punitivo interno, ogni
volta che ce la sentiamo o lo riteniamo opportuno, possiamo:

  • dare “carezze”
  • chiedere “carezze desiderate”
  • accettare “carezze desiderate”
  • rifiutare “carezze indesiderate”
  • dare “carezze” a se stessi
    Provate in coppia o in piccoli gruppi a sperimentare lo scambio di carezze, ricordando ogni volta che vuoi dare una
    carezza le seguenti fondamentali regole:
  • chiedere il permesso (“Desidero farti un complimento, me lo consenti?”), al fine di rispettare i confini e i sentimenti
    altrui;
  • essere sinceri: un messaggio che parte dal cuore non può avere come sfondo la disonestà e l’intento d’ingannare;
    -depotenziare il Genitore Critico interno, ossia inviare messaggi positivi, anche quando ci sono voci interne che ci
    dicono: “L’altro non mi crederà…Chissà che cosa pensa di me?…Dopo mi sentirò inadeguato…”

LA FERITA EMOTIVA È UNA “FERITOIA DI LUCE”

(Dal saggio di Franco Nanetti “Grammatica del cambiamento”, Erickson, Trento, e  “Guarire le ferite emotive” in corpo di stampa)

Franco Nanetti

Professore di ruolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico, Direttore dei Master in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, supervisore e coordinatore scientifico della Scuola Superiore in “Clinica esistenziale”. E’ autore di numerosi libri pubblicati con case editrici nazionali ed internazionali.

Sono sempre più convinto che non bisogna aspettare di essere felici quando le cose vanno bene, ma quando decidiamo di vivere la gioia nonostante difficoltà, fallimenti, disagi, perdite, lutti, malattie.

La vita ci riserva sempre momenti di dolore.

Eppure penso che si debba comprendere che le nostre ferite sono anche un’opportunità per la nostra evoluzione, uno speciale “ologramma” al servizio della vita.

Senza le nostre ferite non possiamo elevarci e diventare la nostra “essenza”. A un patto, però: che le accettiamo, le ospitiamo nel nostro cuore senza avversarle, senza lamentarci.

Se rigettiamo le nostre ferite, perché ci opponiamo al dolore che inevitabilmente provocano, se ci lamentiamo ed inveiamo contro di esse, ci priviamo del loro potenziale di “luce”.

Scriveva James Hillman (2001): “Sono diventato tenace perché ho dovuto far fronte alla mia debolezza. La mia evoluzione era nella ferita”.

Ogni ferita è una “feritoia di luce” che passo dopo passo, se affrontata in consapevolezza, ci eleva, ci cura e ci rende unici e speciali.

Ma perché ogni ferita possa adempiere al suo compito evolutivo ci vuole il giusto coraggio di accettarla anche nei momenti più difficili, anche quando la “maschera egoica” vorrebbe nasconderla.

Spesso “seppur nascosta” la ferita emotiva dell’infanzia riemerge in modo inaspettato.

Carla durante una discussione con Mario sente il partner che alza la voce. Si ammutolisce. Quel terrore che prova non ha a che fare con l’irruenza del partner, ma con il fatto che le urla di Mario evocano in lei una ferita del passato mai cicatrizzata, presumibilmente legata ad un rapporto conflittuale con il padre.

L’esorbitanza della reazione emotiva di Carla che la porta a chiudersi in se stessa, non riguarda l’ “adesso” ma un “allora” che vive dentro di lei nonostante il passare degli anni.

Le conseguenze sono molteplici.

Una prima, concerne il fatto che la ferita emotiva inascoltata  viene rimossa o negata attraverso comportamenti dissonanti con l’intimo sentire, tanto ad esempio che Carla pur di evitare ogni conflitto diventa “compiacente” (e di questa sua compiacenza ne soffre).

La seconda conseguenza sta nel fatto che il “corpo di dolore” quale “memoria di quella antica ferita” non si rilassa mai.

Carla vive in una costante frenesia, che la spinge a fare tutto nella fretta.

Essendo la ferita emotiva congelata nel corpo, difficilmente riesce ad andare in vagotonia.

Nel timore dell’antica minaccia la persona “ferita” vive prevalentemente in uno stato adrenergico di tipo reattivo che crea stress e varie malattie.

La terza conseguenza sta nel fatto che allorché lo schema emotivo ricorrente della ferita viene proiettato  nelle forme pensiero, tanto che la persona ferita inconsapevolmente attrae situazioni che sono speculari allo schema emotivo che prova.

Carla vive spesso momenti di intensa aggressività con il partner, come se il ricordo emotivo del passato si riproponesse sempre.

Come scriveva Cesare Pavese (1949): “La cosa temuta accade sempre”.

La quarta conseguenza sta nel fatto che l’esorbitanza della reazione emotiva non consente a chi vive la ferita di avere una chiara visione delle cose. Carla nell’esorbitanza emotiva tende a rimuginare sul passato e a percepire in modo confuso il futuro.

In previsione dell’incontro di presentazione del Master, desidero precisare che non sempre si guarisce la ferita, ma che si può guarire “attraverso” la ferita, perché possiamo imparare tante cose dalla sofferenza.

Ad una condizione, però: che insegniamo al nostro cuore ad accoglierla.

“La cura per il dolore, scriveva il poeta Rumi, è nel dolore”.

LA MENTE EMOTIVA

Scriveva Gaston Bachelard (1951): “Il corpo sussurra in continuazione. Quando ne ascolti il mormorio, percepisci la verità”.
Recenti ricerche (C. Pert*, R. Ruff, E. Mezey, j. Wurtman, R. Roy, D.Chopra 2006-2017) hanno dimostrato che non solo il cervello influenza le nostre cellule, ma anche le cellule in parti colare a livello della membrana nella forma del rimbalzo biochimico influenzano il nostro cervello, che la mente nel corpo è parte integrante delle funzioni cerebrali, che ogni pensiero contagia ed è contagiato da tutto ciò che accade nel corpo e “oltre il corpo” (entanglement quantistico), che ogni schema emozionale ricorrente connesso con la ferita continua ad rimanere nella memoria del corpo.
Nei primi anni settanta Candace Pert (2008) scrisse un libro “Molecole delle emozioni” che poneva l’intento di dimostrare come la vita di ogni cellula è determinata dal tipo di recettori presenti sulla sua superficie e come questi avessero specifiche correlazioni con sostanze chimiche o speciali ligandi.
Abbiamo tre tipi di ligandi: i neurotrasmettitori, gli steroidi, i peptidi.
Questi ultimi, ossia i peptidi, sono costituiti da molecole che forniscono informazioni e che mettono in comunicazione numerosi sistemi:
endocrino, neurologico, gastrointestinale, immunitario.
I peptidi seguono il seguente percorso: dopo che sono stati prodottinell’ipotalamo -ghiandola che influenza le emozioni che proviamo-
vengono convogliati verso la ghiandola pituitaria, per poi entrare nel circuito ematico ed agganciarsi alle cellule, creando fenomeni fisiologici infinitesimali volti a regolare i processi vitali delle cellule stesse e lo stato dell’umore.
Joe Dispenza (2014) afferma che non necessariamente una cellula è un clone della precedente, in quanto essa può contenere più recettori del peptide a cui si è legato. In altri termini se la cellula ha ricevuto peptidi prodotti dalla depressione, la nuova cellula che si costituirà a partire dalla
precedente, avrà più recettori della depressione, diventando così incapace
di ricevere peptidi positivi, ad esempio quelli forgiati dalla gioia.
Dal momento che i recettori della membrana cellulare sono sia destinati a
ricevere messaggi che vengono prodotti a livello cerebrale che a inviare messaggi per la produzione di peptidi, si comprende pienamente che il
nostro corpo è costantemente influenzato da ciò che sentiamo e pensiamo,
e viceversa. Infatti l’aspetto più sconvolgente sta nel fatto che allorchè
la mente produce uno stato d’animo, il corpo tende a perpetrarlo.
“Un’ora di depressione, scrive Candace Pert, produce un numero elevatissimo di recettori che inviano attraverso determinati peptidi
messaggi al mesencefalo di natura depressiva.
In altre parole il melanconico grave è colui che per un periodo molto lungo si è trovato costretto a vivere la depressione nel corpo, tanto che nel corso
del tempo le spalle si sono abbassate, i muscoli hanno perso tonicità, lo sguardo si è proiettato verso il basso, la mimica si è bloccata, la pelle ha perso colore ed elasticità, le membrane cellulari hanno assimilato abbondantemente ligandi depressivi. Ciò spiegherebbe perché se ci lasciamo inquinare dalla depressione è così difficile uscirne”. Possiamo comprendere che se le cellule sono generate in base a ciò che pensiamo e
sentiamo, è importante che siamo consapevoli di poter regolare i nostri pensieri e i nostri stati emotivi.
Scrive Chris Prentiss (2008): “Se per un’ora siete depressi, avete prodotto circa 18 miliardi di nuove cellule con un numero superiore di recettori che attirano peptidi depressi, e un numero inferiore di quelli che chiamano in azione peptidi positivi. E’ come se trilioni e trilioni di recettori si portassero le mani a coppa attorno alla bocca, urlando: “Mandateci più depressione!”.
In altri termini se i pensieri tetri e negativi influenzeranno il corpo affinchè si abitui con più facilità a provare tristezza anziché gioia, a sua volta in una
sorta di spirale viziosa sarà il corpo a ri-generare pensieri “tetri-negativi”,
rendendo il soggetto sempre più dipendente dallo stato melanconico.
Vale a dire che se non abbiamo un adeguato controllo della nostra mente
inconscia, possiamo intossicarci dei nostri stati emotivi negativi, sviluppando una dipendenza verso di essi. In altri termini, se il nostro
atteggiamento mentale è orientato alla svalutazione, diventeremo voraci di
stati depressivi, mentre se in qualche modo sapremo, valorizzandoci, renderci felici, inevitabilmente il nostro corpo imparerà la gioia. Questo vale anche per altre emozioni. Si pensi nel medesimo modo alla rabbia.

La rabbia produce adrenalina, ma più siamo dipendenti dall’adrenalina più
tendiamo a “confliggere” con chiunque o venire soverchiati da una sorta di
rabbia rivendicativa che non plasma il mondo ma che crea profonda
sofferenza.

NEUROSCIENZE DELLE “CAREZZE”
Il cervello rettile, la cui formazione risale a circa duecento milioni di anni fa, svolge di base funzioni che sono in parte simili a quelle che consentono la sopravvivenza dei rettili.
Tale cervello è formato da varie sottostrutture che, a partire dal midollo spinale (nell’interno cavo della colonna vertebrale), comprendono il tronco encefalico, il cervelletto, parti del talamo e di alcuni altri organi posizionati nella base della scatola cranica.
Le operazioni che è in grado di compiere questa parte del cervello sono strettamente connesse con la sopravvivenza, ossia a comportamenti associati al nutrimento, all’attacco/fuga, all’accoppiamento.
Il cervello limbico si trova al di sopra del tronco encefalico, nella base della scatola cranica. Tale formato da alcune sottostrutture di cui le principali sono il talamo (condiviso col cervello rettile), l’ipotalamo e l’amigdala. La sua formazione risale a trecento e duecento milioni di anni fa. Tale cervello collabora sia col cervello rettile per il mantenimento del corretto funzionamento fisiologico di base dell’organismo, sia per il corretto funzionamento della sfera “emotiva”. In esso si attualizza una gerarchia di importanza emotiva, si attivano processi psicosomatici legati al piacere, alla paura, alla gioia, alla tristezza, alla curiosità, alla rabbia e trova luogo una memoria selettiva (anche inconscia) di eventi che si sono impressi perché hanno in qualche modo minacciato la sopravvivenza dell’individuo.
La neo-cortex è di recente formazione: circa quattro milioni di anni fa.
E’ costituita da uno spessore di alcuni millimetri di materia grigia che ricopre interamente (come una corteccia appunto) tutte le circonvoluzioni della massa cerebrale.
Tale corteccia cerebrale è formata approssimativamente da dieci miliardi di neuroni e migliaia di miliardi di circuiti diversi che permettono le molteplici varietà di pensiero: analizzare, riflettere, indurre, dedurre,fare ipotesi, calcolare, proiettarci nel futuro, comprendere e condividere i sentimenti.
Secondo Antonio Damasio l’emozione è la bussola dell’azione, ma un’emozione non integrata e plasmata dalla capacità cognitiva non porta a
un’azione “intelligente”.
Il lavoro sulle carezze è un viatico per transitare dalla reazione mesopaleocorticale alla risposta neo-meso corticale La carezza è comunicazione tra due persone dove entra in gioco la sensibilità, il sentire emotivo, la comprensione cognitiva del contesto e dell’ opportunità dell’azione, l’ascolto del proprio stato fisico (propriocettivo), e l’ascolto attento (esterocettivo) dell’altro.
La carezza è una naturale espressione della propria intelligenza emotiva, della globalità del proprio essere, un ponte per un percorso di evoluzione spirituale.

(Dal saggio di Franco Nanetti “Grammatica del cambiamento”, Erickson, Trento, e “Guarire le ferite emotive” in corpo di stampa)

Franco Nanetti professore di ruolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico,® “Clinica esistenziale” Copyright

Direttore dei Master in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, supervisore e coordinatore scientifico della Scuola Superiore
in “Clinica esistenziale”. E’ autore di numerosi libri pubblicati con case editrici nazionali ed internazionali.

VIVERE NELLA GIOIA ANCHE NEI MOMENTI DIFFICILI

“Richard Wilhelm si trovò in un remoto villaggio cinese colpito da una tremenda siccità. Gli abitanti avevano fatto di tutto per mettervi fine, ricorrendo a preghiere e a riti di ogni sorta, ma sempre invano, sicché gli anziani del villaggio decisero di rivolgersi a Wilhelm, il quale trovò come unica soluzione possibile quella di far venire un mago della pioggia da lontano.
Wilhelm riuscì ad essere presente con l’arrivo del mago della pioggia.
Un vecchietto grinzoso, giunse a bordo di un carro coperto.
Scesone, fiutò l’aria con espressione disgustata.
Allora chiese che gli fosse assegnata una capanna alla periferia del villaggio, ponendo come condizione che nessuno lo disturbasse e che il cibo gli fosse lasciato fuori dell’uscio.
Per tre giorni, non se ne era saputo più nulla.
Poi, il villaggio fu svegliato da un vero e proprio diluvio; era persino nevicato, cosa del tutto insolita in quella stagione.
Wilhelm, rimastone grandemente impressionato, andò dal mago della pioggia uscito dalla sua volontaria reclusione, al quale chiese meravigliato: «Tu puoi far davvero piovere?».
Il vecchio si mise a ridere rispondendo che «naturalmente» non poteva far piovere affatto.
« Ma finché tu non sei venuto » Wilhelm gli fece osservare che «c’era una terribile siccità».
Il vecchio rispose: «Vedi, io provengo da una regione dove tutto procede per il meglio, piove quando è necessario e fa bel tempo quando occorre, e anche la gente è a posto e in pace con se stessa. Non così invece con la gente di qui, la quale è fuori dal Tao e fuori di sé.
Quando ho messo piede nel villaggio sono stato subito contagiato, per cui ho dovuto starmene da solo finché non sono tornato nel Tao, e allora com’è ovvio si è messo a piovere”.
Liberamente tratto dalle “Opere” di Carl Gustav Jung
Il mondo, come si desume dal racconto in esergo, è specchio del nostro intimo sentire”.
Se ci intratteniamo con emozioni negative, il mondo si ripropone con lo stesso volto di quello che “emozionalmente proviamo”.
Affermava Cesare Pavese (1949): “La cosa segretamente temuta accade sempre”.
Se temiamo l’abbandono, sovente veniamo abbandonati.
Se ci sentiamo e percepiamo incapaci, e viviamo per questo un sentimento di afflizione e sfiducia, incontreremo sovente persone che ci criticheranno e giudicheranno.
Se viviamo la paura del rifiuto, sovente verremo rifiutati.
Se siamo incistati dentro un costante rimuginio mentale intriso di rabbia e livore incontreremo spesso persone che ci offenderanno con la loro aggressività e con le quali ci dovremo sempre scontrare.
Quello che accade “fuori” è uno schema di comportamenti che spesso si è già manifestato emozionalmente “dentro di noi”.
CAMBIARE EMOZIONALMENTE IL NOSTRO DESTINO

Molte cose che capitano nella nostra vita dipendono dal nostro “intimo sentire”.
Per questo se vogliamo un destino diverso, dovremo tenere conto dei sentimenti che proviamo e di come possiamo trasmutare emozionalmente nella pace, nella gioia, nell’ amore , nella gratitudine, indipendentemente da quello che ci accade (F.Nanetti, 2015).

NELLA GIOIA TUTTO DIVENTA MAGIA

Se desideri che le cose cambino smetti di lamentarti ed innalzati “vibrazionalmente”.
Non rimuginare su quello che non va.
Se nel risentimento, nei rimpianti e nella disperazione l’energia tende a stagnare, allorchè entri nella pace e nella gioia, secondo il paradigma quantistico, diventi un esploratore di infinite possibilità.
Quando impari a vivere nelle emozioni del cuore diventi capace di intravedere soluzioni che fino a quel momento non avevi intravisto, e molte cose che ti apparivano impossibili diventano possibili.
Gli “angeli paradossalmente” vengono in tuo soccorso quando continui ad amare te stesso e la vita, e non smetti mai di vedere e incontrare Dio ovunque, nonostante inciampi, difficoltà, fallimenti.

COME SI DIVENTA UN “MAGO DELLA PIOGGIA”?

Un genitore può fare molti errori con i propri figli, ma questi errori non sono particolarmente negativi se lo stesso genitore rimane consapevole del fatto che quotidianamente può fare dono del proprio essere felice, nonostante tutto.
Per diventare dei “maghi della pioggia” occorre abitare in modo incondizionato la gioia e la pace, anche quando non ci sono le ragioni per viverle.
Solo così si rende possibile il manifestarsi di ciò che desideriamo.
Il vero miracolo avviene per “contagio”.
Scriveva il mistico russo San Serafino di Sarov: “Acquista e conserva la pace interiore e migliaia intorno a te troveranno la salvezza”.

Franco Nanetti
Professore di ruolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico, Direttore dei Master in “Mediazione dei conflitti” presso
l’Università di Urbino, supervisore e coordinatore scientifico della Scuola Superiore in “Clinica esistenziale”. E’ autore di numerosi libri pubblicati con case editrici nazionali ed internazionali.