Archivi del mese: Maggio 2020

LA CHIAMATA DI DIO

“L’anima si incarna su questa terra con un preciso scopo, con
un destino a cui obbedire”.
Edward Bach

Dio ci offre il bene ed il male perché possiamo trovare le risorse
per passare a forze più elevate.
Scrive il filosofo Umberto Galimberti (2004): “Giobbe, dopo aver
perso la moglie ed i figli e con il corpo ricoperto di lebbra, si rivolge
a Dio con la laconica domanda: “Perché?” Ma Dio non si lascia
impietosire e risponde “Dov’eri tu quando riempivo il cielo di stelle
ed il mare di pesci? Dov’eri quando poggiavo la terra su solide basi?”
Il passo biblico sembrerebbe parlarci di un Dio che nega cinicamente
la sofferenza, ma in realtà non è così; esso ci indica invece un Dio
che, nonostante il dolore, vuole appellare ancora l’uomo alla sua
fondamentale responsabilità di cercare i significati del proprio
esistere.
Non ci si può interrogare sul senso della vita solo a partire dal
proprio individuale soffrire poiché occorre che continuamente ci
impegniamo ad interrogare il Tutto andando oltre le nostre “ferite”,
non perché le nostre ferite vengano occultate o negate” , ma perché
con o senza di esse non dimentichiamo che il compito principale che
ci é dato é quello di porci con umiltà e coraggio nella condizione di
interrogarci in ogni momento sul senso della vita consapevoli del
nostro essere mortali, dei nostri limiti e delle nostre possibilità.
Si può essere felici se rimaniamo indifferenti a Dio, ai suoi
moniti, alle sue richieste, alla “chiamata che ci appella affinchè
realizziamo la nostra particolarità”?

Si può essere felici, se chiusi in noi stessi ci preoccupiamo solo
del nostro stare bene, cercando in modo autarchico ed
autoreferenziale di essere liberi da qualsiasi turbamento e
difficoltà, senza che sia mai possibile trovare nel mondo una
prospettiva, una visione, un sogno?
Credo che una vita priva una direzione sia una sorta di
condanna all’infelicità, un luogo disperante di rassegnazione e
futilità.
Penso che intrattenersi nella vita, alzandosi, camminando,
bevendo, mangiando o dormendo, immersi nelle proprie
rassicuranti abitudini, senza sentirsi impegnati nel realizzare
qualcosa di peculiare, senza raggiungere un qualche scopo, sia
semplicemente sopravvivere, drammaticamente sopravvivere.
Credo che l’essere dimentichi del nostro “fare anima”ci renda
degli apolidi inquieti ed infelici.
Vivere è lottare per uno scopo che ci autotrascende.
E’ rispondere ad una chiamata che ci appella ad accendere
una scintilla divina che nutre sogni e passioni.
Se ciò non accade la vita ci punisce rendendoci degli “ignavi”,
che come vengono spietatamente rappresentati nel “loro”
girone dantesco, sono in corsa verso un chissà che cosa senza
meta, insofferenti a qualsiasi disagio e tormento esistenziale.
La sofferenza può solo essere accolta se ci eleviamo, perché, come
scriveva Victor Frankl “Solo chi ha un perché, può sopportare
qualsiasi come”.

LA GIOIA DI ESSERE IN DIO

“Tutti gli uomini hanno accesso a Dio, ma ciascuno ha un accesso
diverso. E’, infatti, la diversità degli uomini, la differenziazione
delle loro qualità e delle loro tendenze, che costituisce la grande
risorsa del genere umano.
L’universalità di Dio consiste nella molteplicità infinita dei
cammini che conducono a Lui, ciascuno dei quali è riservato ad un
uomo”.
Trovare uno scopo, una passione, un lottare per qualcosa che
esalta la nostra unicità è essere in Dio.
Martin Buber
Possiamo far fronte alle tante sfide che la vita ci presenta, se
non smettiamo mai di cercare Dio in ogni parte del mondo e
della vita.
Gesù nella “parabola dei talenti” rivolge un severo monito agli
“improduttivi”, a coloro che non si impegnano per realizzare
la propria vocazione, a coloro che consegnano la propria
esistenza ad un edonismo di bassa lega, cercando
semplicemente, come direbbe Nietzsche, “una vogliuzza per il
giorno, una vogliuzza per la notte, fermo restando la salute?”
Nell’affrontare la dimensione della mancata realizzazione
della propria “unicità” rimando in parte al saggio
“Psicosomatica spirituale” (2016) dove riferisco quanto segue:
“Possiamo identificare due tipi di peccato: un peccato di
trasgressione ed un peccato di omissione di sé, come
negligenza, omissione o tradimento di se stessi.
Quando accenno al peccato di trasgressione, mi riferisco ad una
offesa arrecata ad altro o un principio che non è stato rispettato, ad
una rottura con i dettami divini, connessi con la giusta parola, la
giusta azione, il giusto pensiero, ma quando accenno al peccato di
omissione di sé (in aramaico “peccare” si traduce non in
“trasgredire” ma in “mancare il bersaglio”), mi riferisco
all’incapacità di diventare se stessi, di rispondere in termini di
passione ad una vocazione, ad una “chiamata, di risplendere con
quella scintilla divina che è depositata in ognuno di noi.
“In tal senso la malattia potrebbe corrispondere ad una mancata
adesione ai propri compiti spirituali, all’incapacità del soggetto
di riconoscersi nella propria particolarità o unicità.
In tal caso il soggetto si ammalerebbe (in termini spirituali) perché
nel suo tentativo di adattarsi ad ogni cosa e situazione si affida
all’informe e all’insignificanza.
Nella tradizione ebraica il malato (inteso come l’essere malato)
viene chiamato “holi”, che si traduce in “profano”, “vuoto”,
“sabbia”, “informe”.
In altre parole, il malato (ripeto, inteso come l’essere malato)
secondo l’ebraismo e la grande tradizione chassidica, sarebbe
colui che è diventato come la sabbia, informe, dopo aver perso il
contatto con il sacro (etz haim) e con il proprio essere speciale,
diverso, originale (kadosh).
In altri termini il soggetto “malato” (in termini spirituali) sarebbe
colui che, per adattarsi al mondo o per la ricerca di una malintesa
libertà o per effetto di una fretta che l’ha condotto a fare tutto per
essere ovunque, ha perso se stesso, la propria essenza
originaria, si è desacralizzato, perdendo così il coraggio di
proclamare la propria originalità.
Tale mancanza di riconoscimento di una propria originalità si
collega al fatto che la persona non si percepisce guidato da una
passione, da una scopo, da un proposito centrale, tanto da
essere sempre in balia di dubbi, paure, incombenze marginali,
dipendenze.
Sono d’accordo con la prospettiva logoanalitica di Victor Frankl.
Se chi lotta per un fine che lo autotrascende, anche quando le cose
vanno male, non se ne preoccupa più di tanto. Anzi coglie nel
fallimento l’opportunità per trovare nuovi insegnamenti al suo
incessante progredire verso la meta, mentre chi non ha un
proposito centrale di vita dipende sempre dall’esterno, si
preoccupa in modo incessante di ogni cosa, è ossessionato
dall’idea di non farcela, si innamora di persone manipolatorie,
intraprende attività che non corrispondono ai suoi effettivi desideri
o svolge compiti per dovere che lo affaticano sempre.
Il prodigarsi su compiti non coerenti con il proprio scopo di vita,
provoca debolezza e noia.
La volontà del soggetto holi è vissuta come fatica e
coartazione, la volontà del soggetto kadosh è saggia e
gratificante, perchè i compiti che svolge non sono in funzione
dell’essere bravo, ma di una libera decisione di rispondere ad
un principio sovraordinato” (F. Nanetti, 2016).
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