Archivi del mese: Marzo 2020

LA CONSAPEVOLEZZA NEI MOMENTI CRUCIALI DELLA VITA

LA COMPRENSIONE DELLA CURA “ATTRAVERSO” LA MALATTIA

Scriveva Lucio Anneo Seneca: “Non tutte le tempeste arrivano per distruggerti. Alcune arrivano per pulire il tuo cammino”.

PRATICHE  DI  RISVEGLIO  INTERIORE
Come ho avuto modo di affermare nel mio recente saggio “Psicosomatica spirituale” alcuni “inciampi” esistenziali, tra cui la malattia, possono essere colti come “messaggeri divini”, che sopraggiungono per insegnarci qualcosa, “talvolta che siamo fuori rotta”. Alcune malattie (forse, non tutte!) in qualche modo ci appellano affinchè torniamo ad essere consapevoli di come con i nostri comportamenti frenetici e voraci stiamo infliggendo dolore a noi stessi e agli altri, “che abbiamo disatteso importanti compiti spirituali”.

Francesco Bacone filosofo e “profeta dell’anima e della scienza”, già cinque secoli orsono, affermava: “Quando non assecondi la natura, la natura si ribella”. Da tempo la nostra avidità, il nostro sfrenato edonismo ci hanno spinto a “consumare e sprecare tutto in eccesso”, costringendoci a “sfruttare” senza cura le risorse dell’ambiente, i nostri simili e tutti gli esseri senzienti. L’impossibilità di sentirci felici nelle piccole cose, di sentire, pensare, contemplare, ci ha reso terribilmente voraci.
UNO SGUARDO SU DI SÉ

Indipendentemente dal coronavirus “l’uomo da tempo non sta bene”. Malato di accelerazione l’uomo di oggi al cospetto di una pandemia senza cura si è trovato costretto (o almeno dovrebbe!) a chiudersi in casa. Una condanna? … o una possibilità utile finalmente per guardarsi dentro, interrogarsi sul senso della vita, valutare le priorità, meditare, leggere, ascoltare musica, creare, pregare, guarire? Sul tema dell’avidità e della fretta, riporto una breve riflessione, tratta dal mio libro “Psicosomatica spirituale”.

“Secondo i principi della medicina sacerdotale al malato prima di tutto veniva chiesto di isolarsi al fine di trovare le condizioni per tacere, ascoltare la voce di Dio, e rintracciare in essa il giusto modo di pregare, con l’intento che ogni cosa proceda nella giusta direzione per il bene di tutti”. Nel Levitico (13.46) a chiunque volesse intraprendere un percorso di guarigione, per un periodo di tempo si consigliava l’isolamento. Stante a significare che la guarigione profonda imponeva un processo di dilatazione della coscienza che aveva il suo compimento in un darsi tempo al di fuori della fretta.

La fretta è sempre generata dalla paura e per questo è foriera di disordine e distruzione.

Nel corpo malato le cellule tumorali, con la loro vorticosa riproduzione, ripropongono qualcosa che di recente gli astronomi, con il potente telescopio Hubble hanno potuto osservare nel processo di creazione e distruzione delle stelle. Tali astronomi hanno potuto verificare che la galassia NGC1427A ha intrapreso una folle corsa (due milioni di km\h) che da un lato aumenta la forza generatrice di nuove, giovani e luminosissime stelle, e che dall’altro le porta a distruzione spingendole fuori dal sistema gravitazionale, causando danni alla galassia stessa e all’intero sistema delle galassie.

Possiamo notare che tale processo ha molte analogie con quello del diffondersi della malattia neoplastica. Le cellule tumorali spinte da un daimon che vuole dare a loro freneticamente vitalità e giovinezza, impazziscono e degenerano nel sistema che le ospita, causando morte in sé e in tutto ciò che le circonda.

Nella fretta si interrompe il processo di creazione armonica per lasciare spazio ad una spirale di distruzione caotica.

Scrive Rabbi Nahman di Brazlav “La sola ragione per cui la gente si allontana da Dio e si perde, è che non sanno fermarsi per pensare nella calma e nella serenità. Se riusciamo a sederci e riflettere avremo modo di ri-orientare la nostra vita”.

Per questo in alcuni casi occorre per intraprendere un percorso di “guarigione profonda” sostare pigramente nella malattia. In ebraico “diventare pigri” (marpin atem) significa anche “state guarendo”.

Solo fermandosi è possibile ritornare alla “presenza”, per intrattenerci nella “consapevolezza che guarisce” (Andreas Winter, 2012).

Chi si precipita a rispondere al telefono appena suona, chi si catapulta da un posto all’altro per fare contemporaneamente ogni cosa, vive un senso cronico d’urgenza che è del tutto alieno alla dimensione del potere dare spazio alla “presenza”. Credo che sia arrivato il momento di renderci conto di quanto la nostra vita sia malata, e come sia arrivato il tempo di ritrovare uno sguardo che sappia mettere a fuoco tutto ciò che nella nostra esistenza in termini spirituali è stato dimenticato.

Desidero precisare che occorre tributare una sacro e devoto rispetto, e una infinita ammirazione per la medicina di urgenza praticata da medici eroi disponibili con grande competenza a salvare vite al prezzo anche di “disumani” sacrifici, con il rischio di perdere la propria.

PROLEGOMENI SULLA CULTURA DEL NARCISISMO

L’uomo che vive predando e sfruttando è diventato un “virus” che si riproduce a scapito dell’altrui vita. Impegnato a stare bene per conto proprio senza nessuna cura per gli altri, ha perso di vista la dimensione spirituale del proprio esistere. La cultura del narcisismo è diventata dilagante. Si pensi a coloro che nonostante il pericolo di un contagio pandemico, anziché evitare il contatto con gli altri, sono andati a sciare o a feste, noncuranti della diffusione del virus e delle relative conseguenze. Un giovanotto fermato dalla polizia alla domanda perché nonostante i divieti andasse in giro, ha risposto “nessuno mi può privare della mia libertà”. Mi chiedo: ma nessuno gli ha mai detto che “la propria libertà inizia e finisce dove inizia e finisce quella degli altri”. Il narcisista pensa “ciò che conta è che stia bene io e che faccia le cose che mi piacciono, possibilmente con il minimo sforzo, quello che accade agli altri non mi interessa”.

Una pletora di “adulti viziati” (e non bambini) rivendicano molti diritti e pochi doveri.

Ma le forme del narcisismo sono tante.

È cultura del narcisismo lo sfruttamento, l’utilitarismo, la prepotenza, la violenza gratuita, il successo a tutti i costi, il protagonismo coatto, l’isolamento autarchico, il culto del privato, l’esasperata ricerca del benessere personale e dell’igienismo, la mitizzazione dell’intimità, del “sentire” e del “toccarsi per svelarsi”, della liberazione emotiva, del culto del corpo e della bellezza; è cultura del narcisismo il rifiuto del dialogo e l’utilizzo non ecologico del potere sia in ambito politico che relazionale, la conquista esasperata di beni di consumo –oggetti, incontri, vacanze- che non sostituiscono e non rispondono al bisogno affettivo e sociale di contatto; è cultura del narcisismo la ricerca di una performance “frenetica” corrispondente ai ritmi produttivi della vita ma aliena ai propri autentici bisogni, lo psicologismo “intimistico” (J.Hillman, 2002) ed autoreferenziale che ha condotto l’uomo nella direzione di un disimpegno dalla politica e da ogni forma di responsabilità (alcuni psicologi hanno fondato un movimento “Lottare contro la paura”, quasi a suggerire che non bisogna avere paura, quando invece è necessario accogliere una “giusta paura” allo scopo di riflettere quali sono le modalità più appropriate per far fronte ad essa in modo responsabile).

E’ arrivato il momento di rifuggire sia dalla passività delegante (ma non dall’ozio creativo e fertile di chi sa ritirarsi per abitare se stesso), sia dalla reazione maniacale di chi nega la paura facendo una vita esente da obblighi. Non basta cantare sui balconi. È giusto coralmente applaudire e pregare chi ci aiuta. Ma oggi in modo cruciale si palesa veramente utile più di qualunque altra cosa riflettere in termini di responsabilità: “Ora che cosa posso fare io?” Una nota conclusiva. Tutti hanno consigli per tutti. Sui social c’è tutto e di più. Non lasciamo il passo alla superficialità. Ascoltiamo invece gli esperti, gli scienziati che con dedizione quotidiana, alzandosi all’alba per lavorare fino alle tarde ore della sera, fanno ricerca. Le intuizioni newaggianti lasciamole invece a coloro che non hanno mai compreso la fatica dello studio e del sacrificio, a coloro che con un frettoloso passa-parola o una frase lampo sui social si sono illusi di essere creativi nell’elargire facili moniti. E’ arrivato il momento di diventare adulti … responsabili.
NON CEDERE AL MALE Sono stato, come tutti e in tanti momenti, ferito. In tanti momenti ho subito ingiusti oltraggi. Ma non ho mai smesso di lottare nonostante tutto. In questa prospettiva vale la pena pensare che le cose non solo andranno bene, ma continueranno già fin d’ora ad andare bene.

Mi piace lasciare in conclusione a testimonianza di chi ci ha insegnato -Gesù- a non deporre mai la forza dei propri convincimenti.

Nel “discorso della montagna” Gesù rimane imperturbabile alle continue profferte del diavolo. Quando siamo radicati nei nostri principi e valori, niente ci può scalfire. Affermiamo con determinazione i nostri convincimenti, senza alcun tentennamento, senza alcuna paura.

“Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal Diavolo. Dopo quaranta giorni e quaranta notti di digiuno, ebbe fame. Il tentatore gli si accostò e disse “Se sei Figlio di Dio fa in modo che questi sassi diventino pane”. Ma egli rispose “Sta scritto “Non solo di pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Allora il diavolo condusse Gesù con sé nella città santa e dal pinnacolo del tempio gli disse “Se sei Figlio di Dio, gettati giù perchè sta scritto: ai suoi angeli darà ordini a Tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le mani”. Gesù rispose “Sta scritto: Non tentare il Signore Dio tuo”. Allora lo condusse sopra il monte e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse “Tutto questo ti darò (…) se mi adorerai”. Gesù rispose: “Vattene satana! Sta scritto “adora il Signore Dio tuo e solo a Lui rendi culto”. Il diavolo allora lo lasciò e gli Angeli si accostarono per servirlo”.

Gesù, seppur nel declino fisico, non cede mai al bisogno e alla paura. Possiamo resistere al male, e nonostante il male perseguire il bene.

“E la gente rimase a casa e lesse libri e ascoltò e si riposò e fece esercizi e fece arte e giocò e imparò nuovi modi di essere e si fermò e ascoltò più in profondità qualcuno meditava qualcuno pregava qualcuno ballava qualcuno incontrò la propria ombra e la gente cominciò a pensare in modo differente e la gente guarì. E nell’assenza di gente che viveva in modi ignoranti pericolosi senza senso e senza cuore, anche la terra cominciò a guarire e quando il pericolo finì e la gente si ritrovò si addolorarono per i morti e fecero nuove scelte e sognarono nuove visioni e crearono nuovi modi di vivere e guarirono completamente la terra così come erano guariti loro”.

Kathleen O’Meara (da definire il riferimento storico)

© Copyright “Clinica esistenziale” (liberamente tratto dai saggi di Franco Nanetti, “Psicosomatica spirituale, Pendragon, Bologna, 2017 e Narcisismi, Pendragon, Bologna, 2015) Franco Nanetti Professore di ruolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico, Direttore dei Master in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, supervisore e coordinatore scientifico della Scuola Superiore in “Clinica esistenziale”. E’ autore di numerosi libri pubblicati con case editrici nazionali ed internazionali.

VIVERE IL PRESENTE È UN ATTO RIVOLUZIONARIO “NIENTE FANGO, NIENTE LOTO”

La consapevolezza è un tesoro nascosto M.Joad

Nella frenesia ci allontaniamo da ogni forma di consapevolezza.Siamo compulsivi. Corriamo non perché abbiamo una meta, me perchè non sappiamo non correre. Per allenarsi alla consapevolezza occorre fermarsi, smettere di essere ovunque, di fare ogni cosa  confondendo il superfluo con l’essenziale, occorre smettere di perdersi nel rimuginio dove sei pensato dai tuoi pensieri, occorre smettere di catapultarsi ansiosamente nel futuro illudendosi che la felicità sia dopo l’adesso; per allenarsi alla consapevolezza occorre fermare la corsa per arrendersi, pacificarci, accettare ciò che emerge, vivere il presente. Se nella frenesia perdiamo ogni contatto con il nostro mondo interiore, fermandoci in uno stato dove rimaniamo semplici testimoni del flusso dell’impermanenza, diventiamo capaci di vedere ed intravedere, di trovare maggiore nitidezza quello che realmente si prova, si immagina, si pensa, si vuole.Quando al cospetto di difficoltà e paure troviamo la forza del Sì, troviamo la forza di un sentimento di una pace che osserva ed accoglie, lì c’è la luce della consapevolezza. Solo a partire da una accettazione incondizionata è possibile osservare il flusso cangiante dell’esperienza, vedere la nascita, la crescita, il completo sviluppo di tutti i fenomeni, è possibile vedere come molti fenomeni che ritenevamo separati di fatto sono interdipendenti, è possibile comprendere le più autentiche ragioni e le più autentiche aspirazioni. Per fare ciò occorre imparare ad osservare senza alcun giudizio, senza alcuna presunta ricerca di oggettività e imparzialità, senza nessuna volontà di cambiare il corso degli eventi, senza alcuna aspettativa, “senza memoria e senza desiderio” (W. Bion, 1970). Come scrive Anthony de Mello: “Potresti farti male” .

Il paradiso, dicono i maestri di spiritualità, è nell’adesso.

Scrive Thich Nhat Hanh (2013): “Di tanto in tanto prenditi cinque minuti per la vita. Vivi il momento presente”.

L’impossibilità di vivere il momento presente ti impedisce di prestare ascolto alle tue necessità, di esaminare la realtà con chiarezza e far fronte con saggezza ai momenti difficili. Spesso per non sentire il dolore e per evitare di conoscerti e comprendere la vita in profondità ed ampiezza fai un’infinità di cose senza mai vivere il momento presente. “Un giorno un vecchio contadino, stanco delle inclemenze del tempo, chiese ardentemente a Dio di donargli pioggia, vento e sole nella giusta misura. Il frumento crebbe rigoglioso. Ma al momento del raccolto ebbe una sgradevole sorpresa: “I chicchi erano vuoti.” Chiese a Dio il perché di tutto ciò. Così rispose: “Senza sfida e senza sforzo, il frumento è sterile. Tuoni e fulmini sono necessari per l’anima”. Accetta quello che accade nel momento presente.

Non rifuggire il dolore.

Il dolore è universale.

La vita è gioia e dolore.

“Niente fango, niente loto”

Non serve opporsi.

Il non accettare il dolore crea una sofferenza superflua, che limita la consapevolezza. Potrai vedere molte cose “ulteriori” quando saprai accettare quello che accade.Tutto sta nel sapere il momento presente.Non serve proteggerci ad oltranza. Il vero potere nell’ “adesso” (E. Tolle, 2011).

Un proverbio indiano dice: “Se avessimo protetto i canyon dalla tempesta, non potremmo ammirare la bellezza delle fenditure”. Per questo, non lamentarti di nulla, non opporti, non reagire mai con rabbia, non inveire, e neppure recriminare. Alcuni dicono: “Ma al cospetto di certi momenti di profonda disperazione in cui non si prospetta nulla di buono all’orizzonte, come si può fare?”. Certo non è sempre facile accettare quello che accade. Ma il rimuginarci sopra, il lamentarsi, il farsi sovrastare da emozioni e pensieri negativi, non porta nulla di buono. Scrive Thich Nhat Hanh: “Se perdi un lavoro o prevale l’idea di non mangiare a sufficienza o non avere le medicine indispensabili, è normale  avere paura, ma il rimuginarci sopra non ci consente di cambiare nulla” Così vale per ogni cosa che ti accade. Se fai un errore, non inveire contro te stesso. Accetta l’errore, senza indulgere in inutili pensieri nell’intento di volere essere diverso. Se entri un uno stato di depressione, sconfortato dall’idea di non farcela o che non ci sia speranza al cospetto di una grave perdita, non opporti a quello che provi. Potrai trovare una risposta alla tua depressione se l’accetti senza crogiolarti in essa. Non puoi osservare qualcosa di cui rifiuti l’esistenza. Se qualcuno ti offende e cedi ad una rabbia fuori controllo, non potrai mai arrivare alla soluzione del problema. Se invece saprai osservare senza reagire potrai renderti conto che quell’ offesa prima di essere nelle parole dell’altro era già dentro di te, che c’è qualcosa di iscritto nel tuo passato che attende di essere esaminato. Potrebbe anche essere che l’altro per invidia o competizione o qualche altra sua debolezza desideri inconsapevolmente trascinarti verso il basso. Tu non reagire. Non volerlo cambiare e neppure aiutare. Il volere cambiare l’altro non ti porterà che a subirlo sempre di più.

Se lui non vuole cambiare, tu non puoi fare nulla.Puoi solo a partire da uno stato d’animo pacificato, chiedigli : “Quale soluzione intravedi? … Che cosa posso fare per te?”

Ricordati la consapevolezza è un’attenzione imparziale che non prende posizione, che non fa preferenze, che non dice “Questo Sì e questo No”, perchè tutto è necessario affinchè tu possa apprendere qualcosa di nuovo. Dal momento in cui accetterai ogni cosa che emerge senza opporti, potrai senza perderti nei dettagli trovare una visione dell’insieme e delle relative connessioni, potrai intuire l’essenziale delle cose, potrai vedere che tutto si dipana in un gioco di antinomie non escludentesi, dove nel male c’è anche il bene, nella vita c’è anche la morte, nella salute c’è anche la malattia, nella gioia c’è anche il dolore e viceversa. Perchè ogni opposto necessita del suo contrario. Con la presenza mentale puoi diventare consapevole di tutto quello che accade, senza rimanere concentrato su ciò che ti affligge. Anche nei momenti difficili potrai intravedere la luce. Scrive Thich Nhat Hanh con emblematica forza poetica: “Le ostriche, che vivono nelle profondità marine non hanno occhi: non hanno mai visto il cielo blu, né le stelle. Noi abbiamo occhi, possiamo vedere lo splendido cielo sopra di noi, ma spesso lo ignoriamo. Se sei capace di essere presente a te stesso non sarai mai infelice. Apprezza quel caleidoscopio di vita per quello che la vita è. E’ meraviglioso avere gli occhi in buone condizioni. Hai a tua disposizione un paradiso di forme e colori, che chi è diventato cieco non ha. Impara a vivere il momento presente cercando di assaporare la bellezza della vita per quello che è, rimanendo in contatto con ciò che provi,  accettando quello che accade come un’occasione straordinaria e indispensabile per imparare ciò che è necessario ancora apprendere.

(…) Se ti alzi al mattino assapora il sole che ti scalda e l’aria pura che respiri. Lasciati assorbire dalla bellezza che ti circonda, sii cosciente di ogni cosa, sii mentre cammini consapevole dei sentimenti che emergono e delle immagini che ti accompagnano. Osserva tutto ciò che accade assumendo un atteggiamento non giudicante.

Pratica la consapevolezza, concentrandoti sul fluire del tuo respiro in ogni circostanza, anche nei momenti più impensati.

Non sentire ciò come un peso. Potrai con il tempo, esercitandoti quotidianamente, godere di qualsiasi cosa tu stia facendo e di qualsiasi cosa emerge dentro di te”.

Afferma Luis Erlin (2013): “Quando le pene ti soffocano, torna alla vita, gioisci, respira”.Ascoltando il tuo respiro ti connetterai con l’eterno.La sofferenza diventerà superflua.

“Clinica esistenziale®” Copyright (Dal saggio in corpo di stampa di Franco Nanetti “Guarire le ferite emotive”)

Franco Nanetti

Professore di ruolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Urbino. Psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico,Direttore dei Master in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, supervisore e coordinatore scientifico della Scuola Superiore in “Clinica esistenziale”. E’ autore di numerosi libri pubblicati con case editrici nazionali ed internazionali.

IL DOLORE È OVUNQUE

(contributo liberamente tratto dai saggi di Franco Nanetti dal titolo “Il risveglio della coscienza”, Pendragon, Bologna, 2015, “Percorsi di senso”, Aipac, Pesaro, 2017, e “Psicologia spirituale” in corso di stampa)

Tutta la nostra cultura si sta sempre di più concentrando nel volere rimuovere ciò, che i filosofi esistenzialisti, chiamano i nuclei tragici dell’esistenza: come l’abbandono, la malattia, la vecchiaia, la paura della morte, il dolore della finitezza. Ma questo sogno di un’onnipotenza inaccettabile avrà gravi conseguenze. Anche se siamo soliti percepire ogni dolore come impedimento, non dobbiamo dimenticare che è nel dolore, nella situazione limite, nell’esperienza del naufragio, nell’abisso del nulla e della colpa, nel fallimento che l’uomo incontra se stesso, si realizza e affronta cambiamenti, e in casi particolari sperimenta l’autotrascendenza. L’opera del grande tragediografo greco Sofocle, dal titolo Filottete, ci ricorda i rapporti di connessione inseparabile tra condizione di vulnerabilità e sviluppo delle capacità conoscitive, “strategiche” e spirituali della persona. Filottete, così narra la tragedia, vittima di una malattia mostruosa e pestifera, viene esiliato dall’isola di Lemno. Ma l’infermo Filottete è anche possessore di un oggetto potente e pericoloso, l’arco di Eracle, che può consentire la salvezza dei greci in difficoltà durante la guerra di Troia. I greci possono ottenere l’arma irresistibile solo a patto di accettare -oggi si direbbe accogliere ed integrare- il suo mostruoso possessore. Solo la prospettiva di accettare i nostri limiti –fuori e dentro di noi-, ci rende capaci di osare prospettive ulteriori. Si è creativi o “sanamente visionari” quando si smette di resistere e di sforzarsi di volere essere più forti del dolore e della stessa vita. Quando L’Ego si contrappone a qualcuno o qualcosa, non si vede più la vastità, si perde di vista il Sé universale, non si ha più la percezione che Dio è ovunque, si diventa carenti di epistemologia. Solo se accettiamo la mancanza. La fragilità, l’essere vulnerabili senza essere frenetici e reattivi, diventiamo “visionari”, capaci di trovare, seppur nel dolore, nuove squarci di luce. Come afferma Stephen Levine (2006): “Solo quando ci liberiamo della reazione oppositiva sappiamo sentire le voci che vengono da altre stanze”.“Solo con la capacità di accogliere e modulare il dolore mentale, sostengono gli psicoanalisti Bion (1962) Meltzer (1968), Harris (1983) si sviluppa la possibilità di conoscere e apprendere il nuovo”. L’intransigenza al dolore ci rende ottusi. In termini pedagogici si potrebbe affermare che i “viziati” protesi ad evitare ogni frustrazione diventano “viziosi”, con pochi dardi nella faretra cognitiva. L’Ego che si contrappone al dolore come ad un nemico, perde di vista il mondo delle possibilità e dello sguardo visionario. IL DOLORE PIÙ DOLOROSO È IL DOLORE INASCOLTATO . Il dolore va accettato, ascoltato e quando è possibile condiviso. “Nulla, scrive Stephen Levine (2006) con poetico folgore, è più naturale del dolore, nessuna emozione più comune della nostra esperienza quotidiana, ma se il dolore rimane inascoltato disturberà il sonno ed infesterà i sogni, trasformerà le relazioni umane in un luogo dove nascondersi anziché aprirsi”. Non serve voltare le spalle al dolore, volerlo insistentemente eliminare. Il dolore trascurato, negato, respinto, irrigidisce il corpo e la mente, diventa insopportabile, totalmente inutile, “insulso”. Ci sono tanti modi per evitare il dolore, e così intensificarlo: il far finta di niente, la banalizzazione della realtà, la superficialità apparentemente giocosa ma mai gioiosa, l’ingordigia o saccheggio ossessivo delle cose, la contrapposizione rabbiosa, la lamentazione vittimistica. Il giocarsi la vita nell’insulsa esuberanza o nel rimuginare sulle proprie sventure parlandone incessantemente, o nel distrarsi con il divertimento coatto e ridanciano, o nel diventare critici ed oppositivi, o nella dipendenza da qualcuno o da una sostanza, cibo compreso, potrebbero essere modi per negare il dolore stesso o nasconderlo.

IL CORAGGIO DELLA RESA

La guerra al dolore crea nuovo dolore. Si tratta di trovare il coraggio della resa. Ci vuole coraggio per aprire il cuore anche quando si è nell’inferno, schiacciati dalla paura di non farcela. Ma non c’è alternativa! Il vero coraggio non è reagire al dolore, non è scappare o entrare in guerra, nè volerlo capire o passivizzari al suo cospetto, ma è aprire il cuore, è tornare alla vita, lasciandolo fluire. Aprire il cuore al dolore è semplicemente andargli incontro senza disprezzo. “Il fare pace con il dolore” ci rende “compassionevoli”. Così scrive ancora con incisiva chiarezza Stephen Lèvine: “Meno siamo in grado di ammorbidirci al dolore, meno riusciremo ad andare incontro a noi stessi e agli altri con compassione. Non servono i buoni propositi di pace con gli altri finchè si è intransigenti con se stessi, in quanto finchè si vuole fare guerra al proprio dolore, finchè non lo si vuole accettare e condividere, finchè non si vuole accogliere i suoi insegnamenti, siamo in guerra con l’intero mondo”. Accogliere il dolore non significa subirlo con rabbiosa resistenza nei suoi eccessi, né sostare masochisticamente in esso.

Accettare il dolore non significa dovere soffrire.

3) LA GIOIA…NONOSTANTE LA PAURA

( liberamente tratto dal saggio di Franco Nanetti dal titolo “Le ferite emozionali”, in corso di stampa)

Spesso il divertissment coatto, la ricerca ossessiva della competizione e del potere, una frenesia incontrollata che ci rende incapaci di fermarci ed osservarci, sono diventati inconsapevoli stratagemmi per tenerci forzatamente distanti dalla nostra vulnerabilità, dall’idea di scoprirci in balia di una malattia che ci rende impotenti, dalla paura di sprofondare in un indicibile nulla.

PRATICHE DI RISVEGLIO INTERIORE

Allora certi “nemici invisibili” seppur nella loro drammaticità, ci ricordano la nostra finitezza, ci ricordano che la vita non ci appartiene ma che noi apparteniamo alla vita, ci ricordano che la paura va accolta ed accettata come legittima esperienza del nostro vivere quotidiano.  Se la temerarietà nega la paura, il coraggio, che significa “cuore in azione”, la legittima, la rende plausibile. Non serve nascondere la paura dietro una sorta di maniacalità negazionista. Il vero riscatto non sta nel “non bisogna avere paura”, ma nel continuare a fluire nell’amore e nella gioia nonostante la paura. Dobbiamo senza volere annientare la paura continuare a sperimentare atti di amore autentici e responsabili (esenti da qualsiasi forma di buonismo di facciata), nonostante la paura. Dobbiamo senza volere estromettere la paura, incontrare la gioia anche quando le ragioni non lo consentono, nonostante la paura. La gioia ci affida al mistero, all’inconsueto, l’impermanenza, all’intuizione che svela. Possiamo “danzare la gioia” nonostante le avversità. Scrive Madeleine Delbrel nella sua splendida poesia “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato” (2012).“Signore insegnami la grande orchestra dei tuoi disegni (…) insegnami ad indossare ogni giorno la nostra condizione umana come una festa, come un ballo, come una danza. Signore invitaci a ballare, gioiosi, leggeri. Non bisogna volere a tutti i costi avanzare, ma accettare di cambiare direzione, di andare di fianco. Signore insegnaci la musica universale dell’amore”.

Oggi mi sono lasciato accarezzare dal vento e dal sole.

Un caro saluto

Franco Nanetti

2 ) GLI ANTIDOTI ALLA PAURA

La paura è elicitata dalla minaccia, ma se esageriamo nel farci ingabbiare dalla paura, l’eccesso di paura ci porta verso reazioni improprie e non ci consente di attrezzarci per difenderci in modo adeguato dalla paura stessa

PRATICHE DI RISVEGLIO INTERIORE

Ho voluto in questo breve post indicare in prospettiva spirituale alcuni antidoti all’eccesso di paura:

-un primo sta in un supplemento di consapevolezza.La consapevolezza ci consente di vedere le cose come stanno e come possiamo ragionevolmente fronteggiare la paura. Se cediamo inconsapevolmente alla paura, contagiamo la paura stessa.Se parliamo sempre della paura ne rimaniamo imprigionati. La paura si impossessa della nostra vita e basta poco per avere la sensazione che non ci sia nulla da fare;

un secondo sta in un supplemento di presenza divina.L’avere fede ci porta lontano da ogni timore, ad oltrepassare la paura. Dopo avere identificato la paura, senza contrastarla, si può oltrepassare la paura intraprendendo un percorso di elevazione spirituale nella fede e nella comprensione dei dettami divini. Sono d’accordo con Vincent Millay, quando sostiene che “la fede non ci fa inventare Dio, ma semplicemente incontrarlo”, direi “semplicemente sentirlo dentro di noi anche nei momenti difficili” (F.Nanetti, 2014) (…)

22 Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla.

23 Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù.

24 La barca intanto distava già qualche miglio da terra edera
agitata dalle onde, a causa del vento contrario. 25 Verso lafine della notte
egli venne verso di loro camminando sul mare.

26 I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero:
«E’ un fantasma» e si misero a gridare
dalla paura.

27 Ma subito Gesù parlò loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura».

28 Pietro gli disse: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da
te sulle acque».

29 Ed egli disse: «Vieni!». Pietro,scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù.

30 Ma per la violenza del vento, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!».

31 Esubito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».

32 Appena saliti sulla barca, il vento cessò.

33 Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti,esclamando: «Tu sei veramente il Figlio di Dio!». Matteo 14:22-3

-un terzo sta in un supplemento di amore.Se la paura ci conduce ad evitare ogni proposito, il rimanere centrati sull’osare il bene, anche quando ci sono impedimenti e difficoltà, ci aiuta a fronteggiare la paura. Appena compiamo qualche piccolo passo verso l’amore, la paura si dissolve, l’Ego si dissolve. Provate di tanto in tanto ad ascoltare qualcuno con profonda compassione, tenerezza, empatia. Immediata è la sensazione che la paura diventa irrilevante. L’essere in comunanza emotiva, trovando il coraggio di “fluire nell’amore”, rende la paura un’emozione esiziale, che quasi si eclissa. Questo è quanto lascia intendere Lev Tolstoj quando scrive  “L”unico significato della vita è servire l’umanità”.

-un quarto sta nell’azione graduale, una sfida fatta di piccoli passi, che ci insegnano a depositare nel corpo e nella vita il coraggio di agire. Non serve evitare la paura e neppure condannarla o contrastarla, ragionarci o parlarci sopra ad oltranza. Ciò non fa altro che intensificarla.Serve invece, anche nei momenti difficili, rimanere concentrati sullo scopo che vorremmo realizzare e agire nonostante la paura. Così, quasi a nostra insaputa, la paura si dissolve. Racconta Joe Hymans nello “Zen e le arti marziali”:“Quando ero ragazzo e vivevo in Corea ero terrorizzato all’idea di incontrare una di quelle feroci tigri che vivevano in quei paraggi. Durante il mio primo periodo di addestramento alle arti marziali, il mio maestro che era a conoscenza della mia paura, mi raccomandò di meditare visualizzando me stesso in combattimento con una tigre. Fu così che comincia a visitare lo zoo di Seul per studiare le tigri che vi erano imprigionate e familiarizzare con le loro abitudini e i loro movimenti. Con il passar del tempo mi resi conto che anche una tigre ha dei punti deboli: le sue fauci non hanno una mobilità assoluta, inoltre per fare a pezzi una preda debbono basarsi sulla forza delle proprie zampe. Iniziai ad elaborare alcune strategie per i miei combattimenti immaginari con la tigre, in modo da sfruttare i suoi punti deboli. Ben presto cominciai a vincere qualche schermaglia e la mia paura delle tigri cominciò a scomparire”.La narrazione di Joe Hymans ci dice che impedendoci di agire alimentiamo la paura.Per questa Seneca affermava: “Non si osa perché si ha paura, si ha paura perché non si osa”.

1 ) RIMANERE NEL PROPRIO ADULTO E “NEL PROPRIO CUORE”… NONOSTANTE LA PAURA

“Una spada può durare poco, ma il guerriero della luce deve durare a lungo. Perciò non si lascia ingannare dalle proprie capacità ed evita di farsi cogliere di sorpresa.
Ad ogni cosa dà il valore che merita. Alcune volte, di fronte a gravi problemi, il demonio gli sussurra all’orecchio : “Non preoccuparti non è una cosa seria.” Altre volte, di fronte a cose banali, il demonio gli dice: “Hai bisogno di concentrare tutte le tue energie per risolvere questa situazione.”Il guerriero non ascolta ciò che dice il demonio. Egli è il maestro della spada. Paulo Coelho

Di fronte a questa emergenza spesso sono emerse due reazioni: una fondata su un certo allarmismo ed un’altra su una tendenza a minimizzare le conseguenze. Inutile dire che entrambe non favoriscono la dimensione fondamentale della responsabilità. Alcuni dicono “la paura è eccessiva”. Forse vero.

Ma come “esseri incarnati” che entrano nella dimensione della “dualità” è inevitabile provare paura. Non serve imporsi di non avere paura quando entra in gioco una minaccia reale. Mentre serve diventare consapevoli e responsabili della paura al
fine di individuare un “modo adulto per fronteggiarla. Possiamo distinguere una paura “pulita” ed una paura “sporca”. Se mi trovo davanti ad un leone che vuole sbranarmi e scappo la mia paura è “pulita” in quanto è funzionale alla mia sopravvivenza, ma se temo di attraversare una piazza dove non ci sono pericoli, e per questo mi paralizzo, la mia paura è “sporca”.
Il distinguo sta nell ’ esistenza o meno dell’aspetto realistico di una minaccia. Solo allorchè attraverso una corretta conoscenza delle cose diventiamo capaci di discernere la paura “pulita” dalla paura “sporca”, possiamo diventare adulti responsabili. Tale discernimento presuppone un valutare le cose con doverosa attenzione senza accentuare o minimizzare. Alcuni dicono, alla luce di un atteggiamento infantile di chi vuole ergersi al di sopra della paura: “Non si deve avere paura”. Ma se la minaccia è reale perché non si dovrebbe avere paura?! Solo in questo modo l’amore si fa strada “nonostante” e a dispetto
della paura.
Franco Nanetti