Archivi del mese: Luglio 2019

LA LEGGE DELL’AMORE

LUGLIO AGOSTO 2019

©Copyright “Clinica esistenziale”
(contributo liberamente ampliato e nuovamente elaborato a partire dal saggio di Franco Nanetti, già in parte pubblicato in “Grammatica del cambiamento”, Edizioni Erickson, Trento, 2017)

L’amore è un vagabondo che può far fiorire i suoi fiori ai margini di ogni via
Tagore

Che cosa è l’amore?
Un mistero.
E’ difficile circoscriverlo in una cornice di parole.
Scrive San Paolo: “L’amore genera tutte le cose”.
Parlare d’amore è celebrare un segreto impenetrabile.
Dante vide nell’amore la forza che permea il fluire di tutto e delle cose del mondo,
poiché esso “muove il sole e le altre stelle”.
L’amore è la forza che attrae le stelle, che fa muovere le entità minimali dell’atomo
fuori dai criteri usuali di spazio e tempo, è l’energia che ci indica il mistero delle cose umane e dell’universo.
E’qualcosa di divino che tiene in vita tutto. In esso la morte è prepotentemente negata (da un punto di vista etimologico il termine “amore” rimanda al significato di a-mors, ossia assenza di morte).
Secondo gli insegnamenti chassidici la perfezione e l’unificazione con Dio
dipendono dall’amore tra gli uomini.
Dio nel desiderio di essere amato irradiò da Sé le sfere della creazione, della separazione dal mondo, della materia e della forma, e oggi ogni volta che l’uomo ama un altro uomo, nel suo atto d’amore, si rivolge a Dio.
La legge universale dell’amore ci dice che esso si manifesta, seppur talora
nascondendosi, ovunque, anche dove ad un primo momento si potrebbe percepire il suo opposto.
L’amore si svela e si cela nella manifestazione di ogni cosa.
Alcuni dicono “L’amore non esiste, mi fa troppo soffrire”.
In realtà coloro che dicono ciò non parlano di amore autentico, ma di un illusione egoica.
“Il loro cuore, direbbe Osho, non è traboccante d’amore, ma è famelico e
rivendicativo”.
La legge dell’amore ci dice che esso può essere in qualsiasi momento sempre sorgivo. A un patto, però. Che non si rinunci mai ad un lavoro di consapevolezza profonda su noi stessi, affinché l’amore autentico non sia mai confuso con il falso amore.

LE FORME DELL’AMORE

Grande dubbio, grande illuminazione
Massima Zen

Alla luce del modo in cui sperimentiamo l’incontro con l’altro, abbiamo tre modi di amare o tre fondamentali forme dell’amore (F. Nanetti, 2007, 2009, 2013)

1)un amore infantile o falso amore centrato sulla logica del bisogno, che nasce dalla paura eccessiva e da un intenso sentimento di mancanza, e dal bisogno di compensarli attraverso l’iperprotezione, la dipendenza, il possesso, il potere, la violenza, il controllo, la manipolazione dell’altro, la pretesa;

2)un amore autentico centrato sulla logica del desiderio, che è passione,
responsabilità di un Io verso un Tu, libertà, intimità, rispetto, ascolto che si
alimenta nell’incontro autentico, che non vuole necessariamente vincoli e che non esercita alcuna pressione.
Questo tipo di amore non genera dipendenza poiché è sostenuto dalla forza
inestricabile del desiderio, dell’onestà, della compassione, e dell’accettazione incondizionata che rende plausibile l’antinomia tra libertà e intimità.

OGNI PRETESA VERSO L’ALTRO TRASFORMA L’AMORE IN DOMINIO

La pretesa mette in scacco l’amore.
Nella pretesa l’altro viene privato della libertà il quale, non potendo più porsi in ascolto del proprio desiderio, sarà sempre più propenso a compiacere o contrastare ogni aspettativa.
Ma la pretesa non solo priva l’altro della propria libertà, ma mette anche se
stessi in uno stato di angosciate confusione.
Il forzare l’altro a desiderarci, ci impedisce sia di avere chiarezza di chi è l’altro al di fuori delle nostre aspettative, sia di che cosa “veramente vogliamo e realmente possiamo ottenere”.

“Immagina di porre di fronte a te il tuo partner da cui esigi qualcosa.
Guardalo negli occhi, e dopo una pausa di silenzio, digli: “Tu vai bene come sei.
Pensiamo e facciamo cose diverse, perché diversi sono i nostri destini.
Anche se ognuno rimane se stesso, potremo a livello molto più profondo rimanere uniti.
Io accolgo la tua libertà … e la mia libertà”.

3)un amore spirituale centrato sulla logica della vastità (S. Levine, 2001), che è compassione e religiosità dell’esserci, apertura di cuore per ogni realtà vivente, comunione, salvezza dalla paura, amore assoluto ed incondizionato, senza limiti, senza confini, senza negoziazione, senza Ego, senza morte (amore= a-mors = senza morte).

L’amore centrato sul bisogno o amore infantile è sempre conseguente alla nostra incompletezza e alla paura.
Dal momento che non ci piacciamo abbastanza e temiamo di non valere, abbiamo bisogno dell’altro che ci appartenga per poterci piacere o per sentirci al sicuro al cospetto della paura della solitudine. Tale tipo di amore, centrato sul bisogno e sulla dipendenza, non fa altro che ampliare la paura e creare violenza, nella forma diretta
attraverso il dominio, la gelosia e la pretesa, o nella forma indiretta tramite la manipolazione, il vittimismo, la sollecitudine eccessiva, l’atteggiamento
elemosinante e ricattatorio (“Senza di te non esisto più”), l’idealizzazione
adorante.

L’amore infantile o amore dipendente si basa sull’idea che è necessario essere amati per potere sopravvivere, sulla pretesa di venire amati per sentirsi amabili.
La pretesa di essere amati non ha niente a che fare con l’amore.
Innamorarsi di una persona che non ci ama e mettere in atto comportamenti volti ad esigere che ci ami è un atto di profondo egoismo.
Se l’amore centrato sul bisogno obbliga l’altro ad amarci, l’amore autentico
centrato sulla logica del desiderio o amore adulto, invoca l’amore ma non lo pretende, nella consapevolezza che l’amore non lo si può comprare, non lo si può pietire, non lo si può imporre, lo si può solo conquistare.
Mentre chi ama secondo la logica del bisogno non cerca la vicinanza dell’altro, ma il suo possesso, chi ama secondo la logica del desiderio vuole approssimarsi all’altro senza mai raggiungerlo.
Se l’amore infantile o falso amore, tipico della persona dipendente, è
“appropriazione” dell’altro (“il partner deve assolutamente soddisfare le mie necessità”), è un bisogno ossessivo e predatorio di possederlo, è predatorio, non vuole il bene dell’altro ma la sua dipendenza, l’amore autentico o adulto si basa sulla consapevolezza che il desiderio del Sì riconosca la libertà dell’altro di rispondervi senza alcuna coercizione, e sulla capacità di sostare sia nell’intimità che nell’autonomia.

L’amore spirituale è di tutt’altra natura.
Mentre sia l’amore centrato sul bisogno (come pretesa) che sul desiderio (come appello), sono l’esito di patti politici, di possibili negoziazioni, compromessi, accomodamenti, mediazioni con l’alterità, l’amore spirituale è uno stato di “re- ligiosità” che non chiede vincoli ma che, generato da un atteggiamento di profonda consapevolezza dell’Unità, come l’amore di Gesù o del Buddha, non si dà ad uno specifico altro ma si offre, incondizionato, per pura gioia.
L’amore spirituale è sperimentazione pura, slancio interno che non ha un
destinatario ma che abbraccia ogni realtà vivente, è simultaneo, è un sentirsi in intimità con noi stessi, con gli altri, con gli animali, con la natura, con il cosmo, con Dio in una sorta di sincronicità senza tempo e senza spazio; il suo unico ed esclusivo scopo risiede in una più ampia connessione e compartecipazione con il tutto.
L’amore spirituale, infatti, non è una trattativa, non vuole il possesso dell’oggetto d’amore, è intriso di conseguità (E. Fromm, 1960).
Chi sperimenta questo tipo di amore, ama tutto e tutti, il prossimo e il distante, l’amico ed il nemico, ciò che gli appartiene e ciò che non gli appartiene.
Se nell’amore autentico vi è reciprocità tra il dare ed il ricevere, nell’amore spirituale vi è simultaneità.
La simultaneità non si basa sulla fiducia ma sull’affidarsi, sulla capacità di
vivere il dare ed il ricevere come un unico atto.
Se gravito nell’amore spirituale, nel momento in cui ricevo percepisco il piacere di affidarmi al mio donatore, e nel momento in cui offro il mio dono percepisco similmente il piacere di ricevere, perché, affidandomi e non innalzandomi ad una posizione di superiorità, colgo il mio dare come semplice e naturale apertura di cuore.
Nell’amore spirituale non c’è separatività e condanna: si è sempre consapevoli del proprio essere “complici della necessità del bene e del male”.
Questo non significa indifferenza o accettare tutto senza distinzione. Chi transita nell’amore spirituale non si compromette con il male, ma neppure si contrappone ad esso con intransigenza. E’ consapevole dei propri “debiti karmici” e dei propri errori,
e per questo il suo sguardo su ogni cosa si nutre di tenerezza, compassione e tolleranza, anche se al momento opportuno ci si può allontanare e separare dall’oggetto d’amore.
Nell’amore spirituale amiamo la vita, i nostri nemici, il destino che ci è stato consegnato, anche se tormentato da tradimenti, fallimenti, abbandoni, malattie.
Nell’amore spirituale tutto è perfetto.
Non c’è nulla da reclamare di diverso.
Quando si è in questo stato di grazia si vive nell’abbondanza e nella gioia.

Un caro saluto
Franco Nanetti

IL DOLORE È OVUNQUE

LUGLIO 2019

©Copyright “Clinica esistenziale”
(contributo liberamente tratto dai saggi di Franco Nanetti dal titolo “Il risveglio della coscienza”, Pendragon, Bologna, 2015, “Percorsi di senso”,
Aipac, Pesaro, 2017, e “Psicologia spirituale” in corso di stampa)

Non esiste un’umanità indenne da ferite emotive e traumi, dolori, sconfitte,
guerre, carestie, malattie incurabili, ingiustizie e violenze.
Il dolore è ovunque.
Un giorno otto rabbini si trovarono a commentare un versetto assidico che
in sintesi diceva “La sofferenza è grazia”. Dopo molto dibattere non
trovarono alcuna risposta soddisfacente, allora uno dei rabbini suggerì di
andare a trovare fuori dalla città un certo Jonathan, che nonostante le precarie condizioni di salute, la povertà, la morte del figlio e la sua grande sfortuna, non perdeva mai occasione per cantare le lodi a Dio.
Gli otto rabbini dopo lungo camminare arrivarono alla povera fattoria dove lui in uno stato di totale indigenza viveva con la moglie.
Jonathan dopo il rituale di benvenuto, li invitò a dividere con lui e la
moglie la modesta cena.
Naturalmente i rabbini, vedendo quanto fosse povero nonostante la
generosità nell’offrire, cercarono di rifiutare.
Jonathan, tuttavia con dolcezza insistette, finchè durante la cena si spinse a
chiedere la ragione della loro visita.
Loro dissero che non erano stati capaci di comprendere il versetto assidico
“La sofferenza è grazia” e volevano sapere se lui potesse chiarirne il
significato, dal momento che le sue cattive condizioni di salute, la perdita
del figlio e di ogni bene, non l’avevano mai privato della gioia di cantare
lodi a Dio.
Jonathan non si fece attendere nella risposta e disse: “Mi dispiace che
abbiate fatto tanta strada ma io non posso aiutarvi.
Avete scelto l’uomo sbagliato a cui fare questa domanda.
“Io non sto soffrendo”.

LA PILLOLA CHE SCOLORA LA VITA

Un gruppo di scienziati e neuropsichiatri canadesi, francesi, americani, tra
cui spicca il nome di Roger Pitmann, di recente ha messo a punto la
cosiddetta pillola dell’oblio, capace, sembrerebbe almeno in parte, di
eliminare ricordi traumatici, come violenze, stupri, orrori di guerra, lutti
insuperabili, amori falliti, e riportare coloro che ne faranno uso “ad
un’esistenza accettabile”.
“L’intento- come scrisse Massimo Fini (2007) – sembrò lodevole, ma
demenziale negli esiti”. Lo conferma proprio l’esperimento stesso fatto sui
topi, i quali, dopo che gli era stata somministrata la pillola dell’oblio,
continuavano a muoversi liberamente in ambienti dove venivano attivate
scariche elettriche come se non accadesse nulla.
I ratti avevano cancellato la prospettiva del pericolo, compromettendo la
loro stessa sopravvivenza.
Il bambino che mette la mano sul fuoco e si brucia, la seconda volta non lo
farà più.
Il ricordo del dolore è un fattore essenziale per sottrarsi alla morte, non
solo della specie umana ma per ogni specie.
Il volerci preservare dall’angoscia con lobotomie chimiche o di altra
natura, non fa nient’altro che rimettere in gioco la nostra sopravvivenza, il
potere di determinare il nostro futuro e la nostra evoluzione spirituale.

SENZA “INFERMITÀ” NON C’È SPIRITUALITÀ

Tutta la nostra cultura si sta sempre di più concentrando nel volere
rimuovere ciò, che i filosofi esistenzialisti, chiamano i nuclei tragici
dell’esistenza: come l’abbandono, la malattia, la vecchiaia, la paura della
morte, il dolore della finitezza.
Ma questo sogno di un’onnipotenza inaccettabile avrà gravi conseguenze.
Anche se siamo soliti percepire ogni dolore come impedimento, non
dobbiamo dimenticare che è nel dolore, nella situazione limite,
nell’esperienza del naufragio, nell’abisso del nulla e della colpa, nel
fallimento che l’uomo incontra se stesso, si realizza e affronta
cambiamenti, e in casi particolari sperimenta l’autotrascendenza.
L’opera del grande tragediografo greco Sofocle, dal titolo Filottete, ci
ricorda i rapporti di connessione inseparabile tra condizione di
vulnerabilità e sviluppo delle capacità conoscitive, “strategiche” e
spirituali della persona.
Filottete, così narra la tragedia, vittima di una malattia mostruosa e
pestifera, viene esiliato dall’isola di Lemno. Ma l’infermo Filottete è anche
possessore di un oggetto potente e pericoloso, l’arco di Eracle, che può
consentire la salvezza dei greci in difficoltà durante la guerra di Troia.
I greci possono ottenere l’arma irresistibile solo a patto di accettare -oggi
si direbbe accogliere ed integrare- il suo mostruoso possessore.
Solo la prospettiva di accettare i nostri limiti –fuori e dentro di noi-, ci
rende capaci di osare prospettive ulteriori.
Si è creativi o “sanamente visionari” quando si smette di resistere e di
sforzarsi di volere essere più forti del dolore e della stessa vita.
Quando L’Ego si contrappone a qualcuno o qualcosa, non si vede più la
vastità, si perde di vista il Sé universale, non si ha più la percezione che
Dio è ovunque, si diventa carenti di epistemologia.
Solo se accettiamo la mancanza senza essere frenetici e reattivi,
diventiamo “visionari”, capaci di trovare, seppur nel dolore, nuove squarci
di luce.
Come afferma Stephen Levine (2006): “Solo quando ci liberiamo della
reazione oppositiva sappiamo sentire le voci che vengono da altre stanze”.
“Solo con la capacità di accogliere e modulare il dolore mentale,
sostengono gli psicoanalisti Bion (1962) Meltzer (1968), Harris (1983) si
sviluppa la possibilità di conoscere e apprendere il nuovo”.
L’intransigenza al dolore ci rende ottusi.
In termini pedagogici si potrebbe affermare che i “viziati” protesi ad
evitare ogni frustrazione diventano “viziosi”, con pochi dardi nella faretra
cognitiva.
L’Ego che si contrappone al dolore come ad un nemico, perde di vista il
mondo delle possibilità.

IL DOLORE PIÙ DOLOROSO È IL DOLORE INASCOLTATO

Il dolore va accettato, ascoltato e quando è possibile condiviso.
“Nulla, scrive Stephen Levine (2006) con poetico folgore, è più naturale
del dolore, nessuna emozione più comune della nostra esperienza
quotidiana, ma se il dolore rimane inascoltato disturberà il sonno ed infesterà i sogni, trasformerà le relazioni umane in un luogo dove
nascondersi anziché aprirsi”.
Non serve voltare le spalle al dolore, volerlo insistentemente eliminare.
Il dolore trascurato, negato, respinto, irrigidisce il corpo e la mente,
diventa insopportabile, totalmente inutile, “insulso”.

Ci sono tanti modi per evitare il dolore, e così intensificarlo: il far finta
di niente, la banalizzazione della realtà, la superficialità apparentemente
giocosa ma mai gioiosa, l’ingordigia o saccheggio ossessivo delle cose, la
contrapposizione rabbiosa, la lamentazione vittimistica.
Il giocarsi la vita nell’insulsa esuberanza o nel rimuginare sulle proprie
sventure parlandone incessantemente, o nel distrarsi con il divertimento
coatto e ridanciano, o nel diventare critici ed oppositivi, o nella dipendenza
da qualcuno o da una sostanza, cibo compreso, potrebbero essere modi per
negare il dolore stesso o nasconderlo.

IL CORAGGIO DELLA RESA

Resistere al dolore è chiudere il cuore e la mente alla visione di ogni
alternativa, intensificando il dolore stesso.
La guerra al dolore crea nuovo dolore.
Si tratta di trovare il coraggio della resa.
Ci vuole coraggio per aprire il cuore anche quando si è nell’inferno,
schiacciati dalla paura di non farcela.
Ma non c’è alternativa!
Il vero coraggio non è reagire al dolore, non è scappare o entrare in guerra,
nè volerlo capire o passivizzari al suo cospetto, ma è aprire il cuore, è
tornare alla vita, lasciandola fluire.
Aprire il cuore al dolore è semplicemente andargli incontro senza
disprezzo.

FERMARE LA GUERRA

“Il fare pace con il dolore” ci rende “compassionevoli”.
Il potere integrare il dolore nel nostro cuore ci consegna all’esperienza
dell’empatia attiva, presenti alla dimensione di una comunanza che non
condanna. Così scrive ancora con incisiva chiarezza Stephen Lèvine: “Meno siamo in
grado di ammorbidirci al dolore, meno riusciremo ad andare incontro a noi
stessi e agli altri con compassione.
Non servono i buoni propositi di pace con gli altri finchè si è intransigenti
con se stessi, in quanto finchè si vuole fare guerra al proprio dolore, finchè
non lo si vuole accettare e condividere, finchè non si vuole accogliere i
suoi insegnamenti, siamo in guerra con l’intero mondo.
La guerra è essere in perenne opposizione.
Guerra significa “questo mi piace e non mi piace”, per tutto il giorno,
istante dopo istante.
La superiorità è guerra, l’inferiorità è guerra. Nel nostro mondo interiore,
come nel mondo esterno, il paradiso e l’inferno si contendono la nostra
approvazione. E il cuore, straziato dalla guerra, implora la pace, un
momento di pace.
Quando noi entriamo con il cuore nella paura, nel dolore e nella rabbia, noi
fermiamo la guerra.”.

FARE PACE CON IL DOLORE

Occorre che impariamo a far fronte al dolore, accettarlo, condividerlo,
evitando di irrigidirci sia in una falsa maschera di forza o di
esuberante goliardia sia di lamentoso vittimismo.
In questa prospettiva Stephen Levine (2006) indica tre passi per
imparare a fare pace con il dolore.
Il primo consiste nell’ ammorbidirsi al dolore, portando l’attenzione a
tutte le sensazioni che si collegano al dolore stesso, la mascella irrigidita,
la durezza dell’addome, la contrazione del respiro, per indurre un processo
di allentamento della tensione nel corpo (il dolore è sempre un processo di
estraniazione dal corpo).
Così suggerisce: “durante il dolore fisico e mentale, lasciate andare la
rigidità che si è impossessata del ventre; mentre il respiro, uno dopo
l’altro, si fa più leggero, ammorbidite la carne, il tessuto muscolare, i
tendini, scoprite la potenza di alleviare, strato dopo strato, ogni zona del
corpo e della mente che richiede pace”.
Il secondo passo si concentra sulla “compassione che guarisce”.
Le sensazioni di dolore nella mente e/o nel corpo ricevono un’accoglienza
morbida anziché avversione, gentilezza anziché rifiuto, benevolenza
anziché ostilità od indifferenza. Il terzo passo è integrare il dolore nel proprio cuore, “coltivando il
perdono e la gratitudine” anche nei confronti di ciò che appare
insopportabile.
Voglio precisare che ammorbidirsi al dolore non significa rinunciare alle
cure palliative.
Secondo determinate necessità va bene il dolore e vanno bene gli
antidolorifici.
Ammorbidirsi al dolore è anche aprirsi ad opposti non contrapposti.
Accogliere il dolore non significa subirlo con rabbiosa resistenza nei suoi
eccessi, né sostare masochisticamente in esso.
In altri termini impara ad ammorbidirti al dolore dando spazio al dolore
stesso senza mai diventare ostile né innamorarti della tua sofferenza.

VIVERE NELLA GIOIA NONOSTANTE IL DOLORE

Scriveva il poeta Gino Zaccaria: “Il vivente é dolore, importante é che il dolore diventi dolore felice”
Accogliere il dolore non significa rinunciare alla gioia.
Affermava Barrie Simmons (1986) “La gioia mi riconcilia con il dolore e
con la morte.
Nella misura in cui ho vissuto posso permettermi di morire.
Se considero la mia vita insufficiente, scialba, sfortunata, non voglio
lasciarla, insisto a vivere di più, per avere più occasioni, più opportunità,
più risarcimenti. Se posso vivere la vita con pienezza, con gioia e pace
(nonostante il dolore), posso separarmi serenamente e con soddisfazione,
con gratitudine posso consegnarmi alla morte”.

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE

La grande paura dell’enneatipo sette è di non saper far fronte al dolore. Da
qui la sua solerte tendenza -quasi compulsiva- a vivere in un piacere,
libero da ogni sofferenza, inquietudine e tristezza.
Ma senza dolore si corre disordinatamente sulla superficie delle cose.
Finchè non ci addestriamo a vivere anche il dolore con gioia, la vita rischia
di rimanere piatta ed insulsa, senza profondità e densità.
Chi persegue una via spirituale sa che anche quando le cose vanno male di
fatto vanno bene, perché ogni circostanza è l’occasione per imparare
qualche cosa. Nell’esuberanza maniacale che ci distanzia dal dolore non c’è evoluzione.
Nella prospettiva del superamento di un edonismo eccessivo che vorrebbe
eludere il dolore occorre che l’enneatipo sette impari la virtù della
sobrietà.
L’inebriarsi di piacere non porta nulla di buono.
Il suo mito ce lo insegna.
Dioniso, dio del vino e dell’ebbrezza, ultimo figlio di Zeus (padre che
domina l’Olimpo e per questo forse troppo assente) e di una madre
mortale, vorrebbe vivere senza limiti, vorrebbe con esisti infausti rimanere
l’eterno fanciullo proteso senza controllo e disciplina nella continua
ricerca della sfrenatezza dell’orgia.

Uscire dalla com-pulsione dionisiaca significa praticare con
“moderazione” la sobrietà. Per fare ciò non serve imporsi chissà quali
restrizioni, ma serve cominciare a sperimentare i piaceri delle “piccole
cose”: gustare un bicchier d’acqua, assaporare un cibo, contemplare il
cielo, fare una piccola passeggiata -freddo o caldo che sia-.
Non si deve partire da forme di autorestrizione eccessiva.
Si tratta di “provare un’intima soddisfazione in quello che si fa (o
semplicemente accade) senza respingere il dolore”.
Non c’è bisogno di saziarsi se sappiamo vivere la gioia e la
contemplazione della bellezza ovunque, nonostante le difficoltà che
incombono.
La gioia non “corrisponde” al piacere.
C’è una differenza tra gioia e piacere.
Mentre il piacere è connesso con la gratificazione immediata dei sensi, la
gioia è un atteggiamento, una visione che mantenuta sa realizzare
profondamente se stessi e dare un senso alla propria vita.
Il piacere reclama appagamento.
La gioia è possibile anche in uno stato di privazione e dolore.
La gioia è sempre presente anche nel nostro prosaico quotidiano, anche nei
momenti difficili.
Nella gioia soddisfiamo il desiderio della pienezza e non della mancanza.
Se sei un enneatipo sette, quindi di tanto in tanto chiediti: “Posso essere
felice anche se non accade nulla di straordinario, anche se non mi concedo
cene pantagrueliche, anche se non vado in vacanza in chissà quali paradisi,
anche se mi trovo in difficoltà, consapevole che dietro ogni disagio e
dolore si nasconde Dio?”
Una antica storiella cinese racconta: “Una madre, attanagliata dal dolore
per la morte del figlio, andò da un saggio, per chiedergli di ridarle la
felicità. Il saggio rispose che lo avrebbe fatto dopo che lei le avesse portato
un seme di senape da ogni casa dove non c’era mai stata sofferenza. Andò
a visitare molte case e in ognuna trovò molti drammi, che ascoltò con
profonda compassione. Tornò dal saggio guarita dalla propria sofferenza.”.

Programma seminario del 27 e 28 Luglio 2019
LE LEGGI UNIVERSALI
Vivere in armonia e nella gioia con i principi del Tao
Un incontro tra psicologia spirituale occidentale ed orientale

Sabato 27 LUGLIO 2019
Ore 9.30 – 12.30
La legge dello specchio La legge causa effetto
Laboratori di evoluzione personale
Titoli dei laboratori
“La fame del cuore”
“Coltivare la gratitudine”
Ore 15.00 – 18.00
La legge delle polarità La legge dell’attrazione
Laboratori di evoluzione personale
Titoli dei laboratori
“Cambiare le proprie convinzioni limitanti in potenzianti”
“Comprendere i propri conflitti interiori per risolvere il conflitti esteriori”
“L’arte del lasciare andare e del fare accadere”

Domenica 28 LUGLIO 2019
Ore 9.30 – 12.30
La legge dell’amore La legge dell’equilibrio
Laboratorio di evoluzione personale
Titoli dei laboratori
“Guarire il proprio bambino interiore”
“Pratiche di Tonglen”
“Lavorare sull’ombra”

PROGRAMMA SEMINARI DI LUGLIO E AGOSTO 20109

LE LEGGI UNIVERSALI

Vivere in armonia e nella gioia Un incontro tra psicologia spirituale occidentale ed orientale

Sabato 27 LUGLIO 2019

Ore 8.30 – 9.30 Accoglienza, iscrizioni e consegna materiale didattico

Ore 9.30 – 10.30 La legge dello specchio e del principio causa effetto Psicologia quantistica, coscienza non locale leggi universali

Ore 10.30 – 11.00 pausa

Ore 11.00 – 12.15 Laboratori di evoluzione personale :

ANALISI TRANSAZIONALE -IDENTIFICA IL RUOLO E IL TUO COPIONE DI VITA Rossella Rella e Daniela De Amicis

CAMBIARE LE PROPRIE CONVINZIONI LIMITANTI IN POTENZIANTI Francesca Benigni e Silvia Liberati

GUARIRE IL PROPRIO BAMBINO INTERIORE Beniamino Sterlacchini e Tiziana Cimarelli

Ore 12.15-12.30 Restituzioni personalizzate e conclusioni

Ore 15.00 – 16.00 La legge dell’attrazione e delle polarità Imparare a realizzare i propri desideri e a gestire i conflitti secondo i principi del TAO

Ore 16.00 – 16.30 pausa

Ore 16.30 – 17.45 Laboratori di evoluzione personale

L’ARTE DEL LASCIARE ANDARE E DEL FARE ACCADERE Renzo Fattorini e Marina Totaro

COLTIVARE LA GRATITUDINE Sara Puviani e Viviana Di Vicenz

ESSERE LEADER DI SE STESSI Emiliano D’Antonio e Claudio Albertini

Ore 17.45 -18.00 Restituzioni personalizzate e conclusioni

Domenica 28 LUGLIO 2019

Ore 9.00 – 9.30 Accoglienza, iscrizioni e consegna materiale didattico

Ore 9.30 – 10.30 La legge dell’amore e dell’equilibrio. I cardini dell’accettazione incondizionato e della simultaneità dello scambio

Ore 10.30 – 11.00 pausa

Ore 11.00 – 12.15 Laboratori di evoluzione personale

PRATICHE DI TONGLEN Tiziana Cimarelli e Rosita Malvestiti

SOUL COACHING Rosanna Rella e Marco Iommi

Ore 12.15-12.30 Restituzioni personalizzate e conclusioni

 Relatore delle conferenze: Prof. Franco Nanetti

Gli incontri si svolgeranno presso il Centro Congressi Hotel Savoy

E’ possibile partecipare solo su prenotazione 3486881977 aipac.pesaro@virgilio.it

Non sarà possibile accedere alle esperienze formative dopo l’inizio delle attività

ENNEAGRAMMA DINAMICO ad ORIENTAMENTO ESISTENZIALE

Percorsi di ricerca interiore secondo la tradizione sufi

Sabato 3 AGOSTO 2019  Ore 9.30 – 18.00

Diagnosi del proprio profilo enneagrammatico: il test dell’immagine.
1. Imparare l’impermanenza – Dal perfezionismo al fluire della vita.I problemi non possono essere risolti nello spazio dove si sono creati. 2. Imparare l’amore autentico – Neuroscienze relazionali. Diventare degli aiutanti invisibili.
3. Dal bisogno compulsivo di approvazione all’autenticità dell’esserci.
4. Imparare la gratitudine- Dal vittimismo, dalla svalutazione, dall’idealizzazione e dall’invidia alla stima di Sé per la conquista del desiderio della pienezza

Domenica 4 AGOSTO 2019  Ore 9.30 – 12.30


5. Imparare ad accogliere il vuoto. Dalla erudizione senza cuore allo studio per la verità; dalla solitudine passiva alla solitudine archetipica non solitaria al mondo
6. Imparare la fiducia e l’autonomia. Dalla paura di perdere una sicurezza impossibile al coraggio di agire l’imprevedibile.
7. Imparare il dolore felice. Dalla insostenibile leggerezza dell’essere al senso del sacrificio e della disciplina.
8. Imparare a guarire le ferite emozionali. Dal risentimento vendicativo all’esperienza del perdono e del perdonarsi.
9. Imparare l’assertività spirituale. Dalla fuga da sé per compiacere al ritrovarsi nell’autenticità, nella verità, nella saggezza per cogliere l’essenziale delle cose e governare il mutevole.
Conclusione: IMPARARE A RIMANERE NEL PROPRIO CENTRO NONOSTANTE I TUMULTI DELLA VITA

Coordinatore Franco Nanetti
Docente e Direttore del Master in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico, formatore e saggista, autore di libri tradotti all’estero, impegnato da anni, in relazione ad un proprio lavoro di ricerca interiore, ad approfondire tematiche inerenti un’integrazione tra psicologia e spiritualità, lo studio di una comprensione degli stati evolutivi della coscienza e di percorsi di guarigione profonda.
Per Informazioni  3486881977   

PSICOSOMATICA SPIRITUALE

Alchimia delle emozioni ed entaglement biologico

Sabato 24 AGOSTO 2019

Ore 9.30 – 18.00 Epigenesi, entanglement biologico,

la forza del cervello quantico Psicosomatica metafisica, “geografia emozionale e spirituale” nel corpo. Le ferite emozionali Trasformare il dolore in consapevolezza di sé e pace interiore Gli eventi dolorosi del passato che ancora influenzano il nostro presente: “dare casa” al proprio “bambino ombra” per entrare nella guarigione del Sé

Domenica 25 AGOSTO 2019

Ore 9.30 – 12,30 Mindful Eating    

Mettere a dieta la mente, per scoprire una sana e gioiosa relazione con il cibo Il diario alimentare: la pratica meditativa per diventare consapevole dei pensieri e delle emozioni sottese ai nostri meccanismi di dipendenza Riconoscere il nostro critico interiore e lasciarlo andare

Franco Nanetti

Docente e Direttore del Master in “Mediazione dei conflitti” presso l’Università di Urbino, psicologo, psicoterapeuta, counselor clinico, formatore e saggista, autore di libri tradotti all’estero, impegnato da anni, in relazione ad un proprio lavoro di ricerca interiore, ad approfondire tematiche inerenti un’integrazione tra psicologia e spiritualità, lo studio di una comprensione degli stati evolutivi della coscienza e di percorsi di guarigione profonda.

Gli incontri si svolgeranno presso il Centro Congressi Hotel Vittoria

E’ possibile partecipare solo su prenotazione al 3486881977 aipac.pesaro@virgilio.it